“PARIGI? L’E’ TOT UN CINO!” Da Belleville a Place de la République, da Montmarte a Les Halles: una curiosa camminata tra tessuti, viennoise, cani senza il guinzaglio, cinema e prostitute âgée.

“Strana la vita. Quando uno è piccolo, il tempo non passa mai. Poi, da un giorno all’altro ti ritrovi a cinquant’anni, e l’infanzia o quel che ne resta è in una piccola scatola, che è pure arrugginita.”

Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain

jfk

Credits: Morena Campani

Parigi, agosto 2015. Ti guardi intorno e vedi ovunque i volti sixty di John e Jacqueline Kennedy, che hanno tanto il sapore di messaggio subliminale, in una grande metropoli vuota e meteorologicamente altalenante: l’amore che sembra perfetto e invece non lo è. Nella città che tutto il mondo ha fatto innamorare, io mi innamoro ogni dieci minuti di un volto che mi sorride e che mi invita a prendere un caffè, un cameriere che mi chiama “la princesse”, un cane che passeggia apparentemente solo e senza guinzaglio, come se fosse nelle campagne più isolate della bassa emiliana e non in una città di oltre due milioni di abitanti. La margherita che per noi ha solo un cinquanta e cinquanta di possibilità, o m’ama o non m’ama, per loro diventa “je t’aime, un peu, beaucoup, à la folie”. Ma allora è vero che gli uomini francesi sono i più romantici del mondo, penso e chiedo, ma mi rispondono: “no, i francesi non si danno, e gli italiani che sono sensibili ci soffrono”. Mon Dieu! C’è sempre qualcuno che soffre, e qualcun altro che non soffre abbastanza. Con questi pensieri inizio la mia passeggiata, partendo da Belleville che è un quartiere completamente cinese e che io conosco grazie ai libri di Daniel Pennac sulla famiglia Malausséne; passo davanti alla casa dove è nata Edith Piaf, mi viene in mente la sua canzone che preferisco, Milord e canticchiando arrivo in Place de la Republique, che odora ancora di rivoluzione, l’ultima dedicata a Charlie Hebdo. Attraverso i grands boulevards mi immergo completamente nell’architettura liberty (che sarebbe meglio chiamare art nouveau visto che siamo in Francia) e mi sento un po’ una demi-mondaine di Boldini, un po’ meno affusolata e chic. Parigi viveur e godereccia, che ama rivendicare i propri primati: è nato prima il Musée Grévin o il Madame Tussauds? Su boulevard de bonne-nouvelle c’è un negozio dedicato al cinema, che vende vecchie locandine, pellicole, vinilini e vhs. “Adoro gli italiani, sono i più simpatici” dice il proprietario, ed è la stessa cosa che sento dire una sera, durante una cena-chantant che sembrava tanto un vertice dell’Onu, per varietà etnica: c’erano un veneto che si è innamorato di una francese e vive a Parigi, un’iraniana che fa l’artista ma che balla un qualcosa che sembra tanto la pizzica salentina, un greco-iraniano nato a Parigi che però è innamorato di una siciliana e vorrebbe vivere in Italia, un’indiana dell’India, un portoghese che parla solo portoghese, la mamma del portoghese che sembra Amalia Rodrigues, una brasiliana che ha portato una burrata, una parigina figlia di un siciliano e di un’andalusa, una ravennate che in Italia faceva l’architetto ma da quando vive a Parigi fa la regista, il figlio della ravennate che vive a Parigi ma sta studiando l’inglese e io, che non sono altro che un’italiana che vive in Italia.

Una noia mortale considerando il contesto.

j'aimeSembra un film ma non lo è, uno di quei film surreali, psico-romantici prodotti dalla Francia, che ama il cinema e investe tanto nel cinema. Parigi è la città con più sale cinematografiche del mondo, giusto per tornare ai primati, e tutto ciò è ben visibile perché dove vai vai, l’è tot un cino, direbbero gli amici romagnoli. D’altronde, di fronte a tanta grandeur, come si può non pensare a Fellini e alle sue espressioni rabelaisiane di fronte alle generose scollature della Gradisca?

Ci siamo comunque tutti capiti e tutti voluti bene, considerando la quantità di baci che sono stati scambiati. Perché i francesi fanno così: ti baciano anche quando ancora non ti conoscono. Ma non eravamo noi il popolo muy caliente? La nostra stretta di mano introduttiva, gelida e distante viene messa al tappeto al primo round dallo slancio fisico del bacio francese. Paese che vai…

egiziMi sveglio in rue du Caire, nei pressi di Les Halles e mi viene servita per colazione una viennoise: eh sì, sono proprio goderecci, penso e decido, in crisi d’astinenza di libertinaggine, di fare una passeggiata a Pigalle. Per espiare le mie colpe e le calorie della viennoise arrivo fino in cima alla butte e trovo milioni di turisti e i vecchi artisti, un tempo in cattività, ora confinati in un quadrato al centro della piazza come indiani d’America nelle riserve. Torno in rue du Caire, il quartiere egizio e dei tessuti: al mattino c’è un gran trambusto di stendini pieni di abiti e collezioni da esporre. E’ tradizione rovistare tra gli scarti dei tessuti per trovare scampoli da lavorare e far rivivere. La mia amica fa collane annodate, un’usanza che ha ereditato e che sa di ancestrale. Me ne regala alcune, che sembrano cariche di storie; se solo potessero parlare…Tra un atelier, un negozio di abbigliamento e uno show room, ci sono le prostitute, che deliziano la giornata dei corrieri, forse, e che si dividono in categorie, anche se io ho notato solo quelle un po’ anziane. L’altro giorno tornando a casa ne ho vista una che sembrava Goldie Hawn ne “La morte ti fa bella”: bocca enorme, capelli arruffati, seni eccessivamente sodi su un corpo che rasentava i settanta. La legge di gravità è impietosa con tutte, madame, ma a lei concedo tutto, perché siamo a Parigi e le prostitute sono discrete, nascoste ma non troppo tra un portone e l’altro.

Se non è questa la belle epoque, allora ditemi voi cos’è.

LA CARICA DEI 400 MILA. IL POPOLO DEL ROCK AND ROLL TANTO AMATO DA SENIGALLIA

“Il rock and roll sta andando in malora da quando è morto Buddy Holly”

American Graffiti

 

“Siete tanto delle belle persone, proprio un bel popolo”. La titolare del bagno Mascalzone, sul lungomare di Senigallia, location pomeridiana di djset durante il Summer Jamboree, parla a nome della cittadina marchigiana che da 16 anni ospita il più importante festival di musica e cultura degli anni ’40 e ’50, dichiarando il proprio amore e la propria gratitudine nei confronti di una manifestazione in grado di muovere un indotto tale da creare beneficio per tutti, dal primo all’ultimo. E io che pensavo che Senigallia non ne potesse più dell’invasione barbarica estiva, arrivata quest’anno a toccare una punta di 400 mila persone, di cui solo in parte (che sta diventando sempre più minima) composta da veri intenditori, il cosiddetto popolo del rock and roll di cui si parlava prima. “Il festival è molto cambiato: una volta c’erano gli habituè per la maggiore, e alcuni curiosi che venivano a vedere di cosa si trattasse. Oggi purtroppo viene interpretato molto come una ‘carnevalata’”. Tra ragazzini “bretellati” e fanciulle in gonna a ruota di raso rosa a pois non so cosa mi abbia stancato di più, ma non voglio certo fare della polemica: il festival è stato un successo in questa sedicesima edizione che ha voluto rendere omaggio al grande Jerry Lee Lewis invitando sul palco centrale del Foro Annonario martedì 4 agosto la sorella, Linda Gail Lewis, sorridente e spontanea nei suoi 68 anni, che ci ha regalato un’indimenticabile tributo al piano e numerosi bis prima di lasciarci così come è arrivata, con la sua borsetta e un saluto accennato con la mano. Prima di lei sullo stesso palco sono saliti i Backseat Boogie, band milanese che seguo assiduamente, dalla loro esibizione al bagno Boca Barranca di Marina Romea (Ra) nel 2013. Se lo sono proprio meritati il palco centrale, che considero un po’ un traguardo in crescita; questo vale anche per il Cialtrontrio, che fino a due anni fa si esibiva per strada in via 2 giugno, mentre quest’anno ha avuto l’onore di chiudere il festival domenica 9, prima di lasciare il posto al russo Denis Mazhukow, pianista talmente talentuoso che pare abbia suscitato ricordi giovanili nello stesso Jerry Lee.

Sfortunato invece Slick Steve & the Gangster: pioggia al Boca Barranca, sempre nel 2013, pioggia sabato 1 agosto, giorno della loro esibizione al Kraken Stage nei giardini della Rocca Roveresca: questo non ha comunque impedito una performance incantevole, perfettamente in linea col loro stile, musicale ma con punte di giocoleria da strada. Nonostante tutto, grazie a questa capacità di intrattenimento di Steve, da vero animale da palcoscenico, rimane una delle mie band preferite, proprio per questa originalità, un tocco in più che la rende unica.

Arrivando ai pezzi forti del festival, non poteva non suscitare entusiasmo totale l’esibizione di Bobby Brooks Wilson, figlio di Jackie Wilson, in apertura del festival: a metà strada tra Muddy Waters e James Brown, con un look vagamente seventies e un faccino fresco che nasconde tutti i suoi 56 anni. Poco d’impatto Gianni Dall’Aglio e i Ribelli, partito con qualche brano tributo al Molleggiato Adriano Celentano, conclude con un medley di successi stra-inflazionati e un frontman in t-shirt sgualcita davvero poco elegante. Campione d’eleganza invece, assieme alla ormai rodatissima house band The Goodfellas, che con grande stile e professionalità accompagna la maggior parte degli ospiti della kermesse, rimane il quintetto vocale The Velvet Candels: fil rouge di questa edizione, tra cori ed esibizioni da protagonisti non hanno mai stancato grazie al loro meltin’ perfetto di voci.

Il mio debole per gli inglesi è stato confermato e soddisfatto domenica 2 agosto con la Moondogs R’N’B Revue: Jackson Sloan che è ormai una certezza e Laura B che incarna la diva ammaliatrice alla Rita Hayworth.

Non possono mancare le cadute di stile: Gary U.S. Bonds, altra stella attesissima di questa edizione, prima fa una gaffe dimostrando di non sapere chi fosse Jackson Sloan, sul palco in veste di corista, poi dimentica di citarlo nelle presentazioni finali dei musicisti. Forse l’ho notato solo io, anzi sinceramente lo spero…

Deludente, e lo dico con grande rammarico, il concerto di Greg, Max Paiella & The Jolly Rockers, durante il Big Hawaiian Party: memore della spassosissima esibizione dell’anno prima con The Frigidaires, ho trovato invece una band arrangiata in una location diventata ormai appannaggio di una pletora di adolescenti molesti totalmente ignari di ciò che li circonda.

La ciliegina sulla torta invece è stata una band passata in sordina che ha proposto un repertorio quasi totalmente italiano, con successi come Conosci mia cugina, Signorina Maccabei e Maramao perché sei morto. Lo so, è un festival di cultura americana, ma ho sempre sottolineato la grave assenza di una componente italiana che finalmente, grazie alla formazione veneta The Western Spaghetti, è stata doverosamente e in maniera molto spiritosa colmata.

Credits: Alessia Ravaldi ph.

Credits: Alessia Ravaldi ph.

Concludo con un’immagine che vorrei tanto diventasse lo scopo primario di questi jamboree: una sera, ai giardini della Rocca, spulciavo tra cd e vinili in uno stand di un venditore francese, mentre si avvicinano due ragazzine che timidamente chiedono consiglio su una compilation di successi rock and roll. L’intento didattico è stato superato: su 400 mila persone, forse l’anno prossimo ce ne saranno due in meno che verranno a Senigallia per “vestirsi anni ‘50” e due in più ad apprezzare la buona musica che non tramonterà mai.

Rock and roll is pure love.

FuckTotum. Ti prego Dio insegnami a ridere

“La violenza esiste perché provoca appagamento, ma se le togliamo questo appagamento non ha più ragion d’essere”

Alan Turing

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Le scuole elementari le ho fatte dalle suore. Pregavamo la mattina prima di iniziare le lezioni, a mezzogiorno, al pomeriggio dopo pranzo e prima di andare a casa. Durante la Quaresima poi, tutte le mattine prima di andare a scuola andavamo in chiesa perchè c’era messa, però non era compresa nell’orario scolastico, dovevamo alzarci un’ora prima. Pranzavamo nel refettorio: il primo lo preparavano loro alternando la pasta al pomodoro con la minestrina in brodo, il secondo invece dovevamo portarlo noi da casa. Il grembiule nero era obbligatorio però i maschi potevano portare quello corto mentre noi femmine avevamo quello lungo fino al ginocchio. Il sabato pomeriggio io e alcune mie amiche dovevamo andare a pulire l’altare della chiesa del mio paese e ci facevano usare il solano, un prodotto maleodorante che quando si seccava rimaneva attaccato alle mani come argilla. Secondo le suore era un onore essere state scelte per quella mansione, dicevano. Prima di tornare in classe dopo la pausa pranzo ci facevano cantare tutti assieme, in fila indiana e in ordine di altezza: le femmine all’epoca erano molto più alte quindi nei primi posti c’erano sempre i maschi. Le suore ci avevano insegnato tantissime canzoni anche divertenti, come quelle in dialetto bolognese dedicate a Bologna, quelle per Gisto l’autista che ci accompagnava sempre in gita con il pullmino, e anche altre canzoni come Bella Ciao e Bandiera rossa; non c’entravano molto con il discorso religioso ma a quei tempi non potevo rendermene conto. A fine anno scolastico si faceva la “recita” che poteva essere qualsiasi cosa, non per forza uno spettacolo teatrale ma anche un balletto, un coro, ecc…e poi si faceva la pesca, dove si vincevano premi messi a disposizione dai genitori. A mio padre le suore chiedevano sempre di portare il vino, che però poi non vedevo mai in esposizione nel banchetto della pesca tra gli altri premi. Chissà che fine faceva.

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Oggi i riflettori sono puntati su Parigi. La strage avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo ha scioccato il mondo intero. L’11 settembre francese, l’hanno chiamato: l’ennesima violazione della libertà di espressione, di parola, di stampa. Inutile che io vi dica come, chi, quando e cosa sia successo perchè non farei che ripetere informazioni già ampiamente divulgate dalla stampa mondiale. Mi limiterò a riportare un unico e solo dettaglio, il dettaglio che nella tragedia, mi ha fatto ridere. I terroristi avevano sbagliato indirizzo. Sì, si erano fermati al civico 6, hanno chiesto informazioni e gli è stato segnalato che la redazione di Charlie Hebdo si trovava al civico 10. Un dettaglio che prima fa ridere, poi piangere, poi di nuovo ridere. Un commando terroristico che sbaglia indirizzo? Ci sono già troppe cose che non tornano.

Luigi-Pirandello2Il mondo è una gigantesca erma bifronte, la testa a due facce che Pirandello usa come metafora per spiegare la differenza tra il comico e l’umoristico: “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.

La satira invece la realtà la racconta usando la risata come mezzo. E’ lo strumento che cantastorie e giullari hanno sempre utilizzato per dire cose che altrimenti non avrebbero potuto dire senza finire con la testa mozzata. Giulio Cesare Croce, per esempio, nella Bologna cinquecentesca durante l’era del Cardinal Paleotti, tra restrizioni e ammonimenti cantava di Carnevale come di un uomo grasso che ride sempre e di Quaresima, un’esile e tristissima signora che invece non ride mai. Persino Dante la sua opera massima l’ha intitolata Commedia e non Tragedia: perchè è immaginaria e soprattutto perchè è un’immagine metaforica della realtà. E pensate un po’? C’è anche Maometto all’inferno in mezzo ai dannati: noi bolognesi lo sappiamo bene, visto che fino a qualche anno fa volevano far saltare per aria la nostra chiesa preferita, a causa dell’affresco raffigurante proprio l’inferno così come il Sommo Poeta l’ha immaginato.

220px-CharliehebdoI redattori di Charlie Hebdo volevano solo fare questo: far ridere raccontando la realtà, così come altre gloriose testate come Il Male, Il Vernacoliere, Cuore o anche il New Yorker in parte, hanno fatto o riescono ancora a fare. La loro colpa è esserne capaci, perchè saper far ridere, come saper ridere di sè stessi e prendersi poco sul serio è sinonimo di intelligenza e di libertà. La libertà è uno stato mentale: non si è liberi solo perchè si è fuori di prigione, ma si è liberi se le proprie azioni sono frutto del proprio e unico ragionamento. Non posso quindi considerare i fondamentalisti religiosi, qualunque sia la loro religione, delle persone libere: uccidere in nome di qualcuno non ti rende un eroe, ma uno schiavo del pensiero di qualcun altro. Facile, troppo facile.

Mi fermo qui, perchè andare oltre sarebbe inutile. Non ho intenzione di rivalutare la Fallaci o di diventare sempre più intollerante in un mondo che intollerante lo è già e che va sempre più a destra. Tanto in Francia Marie Le Pen aveva già vinto, non c’era bisogno dell’ennesimo attentato in nome di Allah. Non voglio neanche manifestare tutti i miei dubbi a riguardo perchè sono gli stessi dubbi che mi sono sorti l’11 settembre di quattordici anni fa: un capro espiatorio, un qualcuno a cui dare la colpa. Un signor Malaussène, per citare un personaggio creato proprio da uno dei più grandi scrittori francesi contemporanei. C’è sempre un braccio e c’è sempre una mente ma non per forza appartengono allo stesso corpo. La mente comanda il braccio, ma potrebbero essere appartenenti a due mondi, due entità perfettamente distinte, a volte lontanissimi ma che per qualche strana e incomprensibile ragione, finiscono per servirsi l’uno dell’altro.

E intanto la benzina continua a scendere di prezzo. E non c’è un cazzo da ridere però.

A love story. Capitolo 9: Anche i personaggi delle favole non sono normali

“Tu fammi un solo esempio di una che conosciamo alla quale è andata bene.”

“Vuoi un esempio? Vuoi che ti faccia un nome? Vuoi che ti dica un nome insomma, uno qualunque.”

-“Sì, uno. Me ne basta uno.”

“Dio, che ossessione sono i nomi… quel gran culo di Cenerentola!”

Pretty Woman di Garry Marshall

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Eh sì, torno alla ribalda dopo un silenzio lungo quasi un anno e mezzo. C’è ritorno e ritorno: quello di Ulisse a Itaca, atteso per quasi vent’anni da Penelope, e quello di Sylvester Stallone al cinema con il capitolo (pare) conclusivo della saga del pugile Rocky Balboa. Questo per dire che ogni ritorno che si rispetti deve aver creato un minimo di aspettativa. Si può essere eroi in vari modi. E si può essere eroi anche solo per un giorno, e per una persona sola.

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13_Cenerentola_640-480_resizeRiprendiamo l’argomento tanto amato dalle donne di tutto il mondo: le favole che ci hanno raccontato quando eravamo piccole e che non si sono avverate. All’oggi, la maggior parte delle giovani fanciulle che speravano di essere destate da un lungo sonno dal bacio di un principe biondo e bello, si ritrovano invece a fare i conti con l’alito del proprio gatto aromatizzato alla triglia che ha la funzione di dar loro il buongiorno tutte le mattine.

Evidentemente ci siamo perse il passaggio nel momento in cui la voce narrante dice: “tutto quello che stiamo per raccontarvi non ha nessuna attinenza con la realtà. Anzi, semmai, nella vita reale vi capiterà il contrario”. A cosa servono le favole delle principesse salvate se poi non si avverano? A mantenere viva la speranza. Perchè a volte succede.

Il mio amico F., come dice lui, ha avuto una vita sentimentale un po’ travagliata, ma a quanto pare non ha mai perso la speranza, mai, nemmeno quando il cuore ha detto basta e ha dovuto cercarne un altro sostitutivo. A cinquant’anni suonati e un figlio adolescente ha trovato l’amore della sua vita e sta vivendo tutto come se fosse ancora un ragazzino in motorino in giro per la cittadina romagnola dove vive. Follia? Un po’, soprattutto incoscienza, direi. Quell’incoscienza che ti fa guardare sempre avanti, chiudendoti le vecchie porte alle spalle, senza dimenticare anzi, imparando ogni volta qualcosa che va a far parte di un background da consultare ogni volta che si inizia qualcosa. Il passato non interferisce, non appesantisce e non crea disillusioni. Dopo matrimoni falliti, separazioni dolorose e delusione per relazioni che si sono rivelate un disastro, come si fa a mantenere ancora aperta una porticina, la porticina del proprio cuore che dice: “ma sì, proviamo. Magari stavolta è quella buona”?

Per me, per come sono cresciuta io e per la visione che ho io delle relazioni di coppia, questa è una favola, ne possiede tutte le caratteristiche: è abbastanza irrazionale e totalmente fuori dalle righe, i protagonisti sono pazzi al punto giusto, sono anomali perchè non stiamo parlando di due ventenni e totalmente noncuranti delle opinioni degli altri. D’altronde, neanche i protagonisti delle favole si possono certo definire normali: una è scappata di casa ed è andata a vivere nel bosco con sette nani minatori, totalmente sconosciuti e dall’età incerta; un’altra ha intrattenuto conversazioni per i primi diciotto anni della sua vita con i topi che popolavano la sua stanzetta da letto. Per non parlare poi di Belle, genio incompreso e regina di tutte le crocerossine, che si è intestardita a tal punto col la Bestia da trasformarlo nel solito bellimbusto muscoloso e ricco, ovviamente. Nessuna favola ha per protagonisti un impiegato al volante della sua Mini e una commessa di Benetton con lo shatush che quando si sposano fanno la lista di nozze in agenzia di viaggio e mettono l’iban nella partecipazione giustificandolo con frasi tipo “così potete contribuire a realizzare il nostro sogno”. La prospettiva di una vita di coppia prevedibile e rassicurante non ha nulla di favoleggiante, perchè per far parte di una favola è necessario un ingrediente fondamentale: l’accettazione del rischio. Senza rischio non c’è favola, senza incoscienza non c’è incanto. Siate folli, diceva il vecchio Steve. le cose accadono se ancora crediamo possano accadere. Per l’analista, c’è sempre tempo.

La grande truffa del nuovo millennio. Se cambiano i suonatori la musica è sempre la stessa?

“Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”.

The Imitation Game

Anno nuovo, nuovo post. Del resto le cose mi piace iniziarle, non finirle. Ho aspettato tanto prima di scrivere di nuovo, è vero, ma a volte una pausa di riflessione, un anno sabbatico, sono necessari per non cadere nella ridondanza, della serie “me la fischio e me la canto”.

1406019549_the-imitation-game-movie-new-pic-2Inizio questo post con una massima rubata ad una signora bolognese oggi all’ora di pranzo sul 20 diretto al Pilastro. “Cambiano i suonatori ma la musica è sempre la stessa”. E’ vero, ma potrebbero suonarla meglio. Lo stesso pezzo swing cantato da Frank Sinatra o da Marco Carta nel suo ultimissimo cd natalizio risulta essere uguale alle nostre orecchie? Se sì, il problema non è dei suonatori, ma nostro.

Ieri, primo gennaio dell’anno di grazia 2015, sono andata al cinema a vedere “The Imitation game”, meritevole pellicola già in corsa per l’ambita statuetta dorata a Los Angeles, soprattutto il protagonista, Benedict Cumberbatch, bellissimo e divino nell’interpretazione, anche se ai miei occhi è e rimarrà sempre l’investigatore londinese di Baker Street nella fortunatissima serie prodotta dalla Bbc. La storia di un genio che dalla sua non aveva nulla: ebreo, omosessuale, strambo. Con questi presupposti si va poco lontano, peccato che Alan Turing, è questo il suo nome, abbia inventato il prototipo di quello che poi è diventato il computer e con questa invenzione abbia fermato la seconda guerra mondiale salvando milioni di vite. Questo, nel 1941. Noi ne siamo venuti a conoscenza grazie al film a lui dedicato nel 2015, 74 anni dopo. Va bene che il Buggery Act, la legge che in Inghilterra dichiarava reato penale l’omosessualità, è sopravvissuto fino al 1967; da allora riguardo all’argomento i nostri amici oltre la Manica hanno fatto passi da gigante ma allora perchè di Alan Turing non si è mai sentito parlare, mai fino a pochi mesi fa?

Forse perchè la sua attività di crittografo durante la seconda guerra mondiale è stata coperta da segreto di stato fino al 2009? O forse, ed è molto più probabile, perchè il governo inglese ha peccato di omofobia perseguitando un eroe, morto suicida nel 1954, al quale Sua Maestà ha elargito la grazia solo nel 2013? Ma questa è storia, e la potrete leggere a breve in centinaia di libri che verranno pubblicati sull’argomento, libri che parleranno del libro che ha raccontato nel libro ecc…Certo, non è la prima volta che un popolo per dire “grazie” abbia dovuto ricorrere alla cinepresa: c’è chi sostiene che il film Avatar, del 2009, non sia altro che un esplicito mea culpa degli americani nei confronti dei nativi. Questo sarà stato possibile giusto perchè il generale Custer è morto da quasi 150 anni, ma i pellerossa dalle riserve immagino quanto possano aver ringraziato per il gesto. Come si dice in questi casi, l’importante è il pensiero.

1412885793451Il problema è un altro, che poi è sempre lo stesso: la diversità spaventa, e la serietà non fa notizia. Neanche 20 giorni fa ho assistito ad uno degli avvenimenti storici più importanti del nuovo millennio: il 17 dicembre 2014 il governo americano ha annunciato di voler porre fine all’embargo a Cuba, e nessuno ne ha parlato. Non dico al bar, o alla fermata dell’autobus o dalla parrucchiera, ma perfino i telegiornali sono stati parsimoniosi sull’argomento. Di certo non posso pretendere che Bruno Vespa dedichi alla questione una puntata speciale di Porta a Porta con tanto di plastico di Cuba in studio per verificare i luoghi dove Obama, Raul Castro e Papa Francesco si potrebbero essere incontrati per un Cuba Libre e un buon sigaro. Ma le spunte blu di Whatsapp hanno decisamente suscitato molto più interesse a confronto, o almeno per i giornalisti di Studio Aperto è stato così: quante relazioni sentimentali avrà compromesso l’aggiornamento della popolare applicazione?

Tralasciando la tristezza delle scelte mediatiche del nostro paese, direi di tornare a Turing che, come dicevo, era un genio e quindi diverso, ma soprattutto era omosessuale e quindi decisamente diverso. La diversità ha sempre fatto paura e non ha ancora smesso perchè i ragazzini a scuola continuano ad essere vittime di bullismo da parte dei compagni se anche solo vagamente sospettati di essere gay, ma non solo: sono vittime di sevizie anche se grassi, se poveri e se figli di probabili comunisti (ancora…). L’unico modo per non essere presi di mira a questo mondo quindi è essere ricchi, o almeno benestanti, eterosessuali, prepotenti e stupidi. Abbastanza stupidi da confondersi perfettamente con la massa, senza avere idee discordanti, senza opinioni particolarmente illuminanti, e soprattutto, senza gusto.

Il gusto è un qualcosa che fa la differenza e qui mi ricollego al discorso omosessualità perchè, a mio avviso, l’omosessualità non è nè una malattia congenita, nè una deformazione, nè un cromosoma mancante dalla nascita. L’omosessualità è dettata dal gusto, quindi perchè dev’esserci tutta questa vergogna a chiamarla diversità? Perchè il termine diverso deve essere considerato una discriminazione? E’ questa la stupidità e a questo proposito sono costretta a bacchettare anche i lettori gay che si sentiranno subito messi all’angolo anche se non è così: smettetela di offendervi se vi sentite chiamare “diversi”, anche se con disprezzo, perchè dovreste essere solo orgogliosi di avere un vostro gusto, una vostra opinione e un vostro colore ben definito in questo grigiume diffuso.

Turing era nel suo mondo fatto di numeri e altre genialità varie quindi era diverso all’ennesima potenza. Ovviamente il fatto che sia stato un genio e anche omosessuale non ha nessuna connessione: Mark Zuckerberg ha inventato Facebook a 21 anni quando la ragazza l’ha mollato e non dite “sì vabbè ma Facebook…” perchè è un genio anche lui e Facebook lo usiamo tutti. Certo non ha fermato la guerra e non ha inventato nessun vaccino contro qualche malattia mortale, ma a suo modo ha cambiato il mondo.

Non cerchiamo di giustificare la genialità con l’omosessualità perchè finirebbe per essere sempre e comunque un luogo comune. Giustifichiamo piuttosto la curiosità e impariamo ad usarla.

Ma se Elvis non fosse mai arrivato? Senigallia tra mascalzoni, rockabilly e rotonde sul mare

“Osgood, voglio essere leale con te: non possiamo sposarci affatto”.

“Perché no?”.

“Beh’… in primo luogo io non sono una bionda naturale…”.

“Non m’importa”.

“… e fumo, fumo come un turco…”.

“Non m’interessa”.

“Ho un passato burrascoso: per più di tre anni ho vissuto con un sassofonista”.

“Ti perdono”.

“Non potrò avere mai bambini…”.

“Ne adotteremo un po’”.

“Ma non capisci proprio niente, Osgood! Sono un uomo!”.

“Beh, nessuno è perfetto”.

A qualcuno piace caldo, Billy Wilder, 1959

 

Già, nessuno è perfetto, ma che importa?

summer jamboree locandinaLa perfezione è relativa, assoluta, inesistente o un palliativo? Forse la perfezione esiste per chi ha la pretesa di poter giudicare. Ma supponiamo per un secondo di poter vivere esattamente dove avremmo voluto vivere, di indossare gli abiti che avremmo voluto indossare e di ascoltare la musica che vorremmo fosse di moda in questo momento. Supponiamo, per un secondo, di avere una macchina del tempo che ci permetta di tornare in un’epoca che secondo noi, per quello che è il nostro modesto parere, rasenta la perfezione. Supponiamo quindi, a questo punto, di poter essere noi stessi senza sentirci strani, senza seguire le mode e senza per questo essere giudicati da nessuno.

Supponiamo che tutto questo sia possibile in Italia (in Italia???), sulla costa adriatica, a Senigallia precisamente, un delizioso paesino in provincia di Ancona, nelle Marche. Qui viveva e vive tuttora Angelo Di Liberto, oggi direttore artistico del festival, allora giovane con una passione talmente grande per la musica e la cultura americana degli anni ’40 e ’50 da volerla trasformare in qualcosa di unico, o quasi, nel suo genere. Immaginate una festa, con qualche amico con la stessa passione, che diventa il più importante evento in Europa del settore e uno dei tre più importanti nel mondo. Tutto questo a Senigallia, provincia di Ancona, comune di 45.000 abitanti circa, che però ultimamente, d’estate, nella prima settimana di agosto, ne conta circa 300.000. Non di abitanti, certo, ma di presenze, di turisti, appassionati, dj, ballerini, parrucchieri, stilisti, esperti di musica, rockabilly, bikers, pin-up, marinai, bulli e pupe, sosia di Gene Kelly, di Bettie Page, di Sofia Loren, di attrici e attori e tutto ciò che possa farci venire in mente lo splendore degli anni Cinquanta. Un sogno, quello di Di Liberto, che si è trasformato in realtà, “una festa che si è un po’ allargata, come la definirebbe lui.

jamboree2Provate ad andare a Senigallia un giorno e passeggiando attraverso i luoghi del festival fermate qualche passante e domandategli com’è cominciata. “Un giorno, mentre tornavamo a casa dal mare, abbiamo visto passeggiare per strada alcune ragazze vestite con abiti dalle ampie gonne, fiori in testa, rossetto rosso, zeppe e pantaloni a vita alta. Ci siamo guardati e ci siamo chiesti cosa stesse succedendo. Dopo poco è passata davanti a noi una Cadillac e in lontananza abbiamo sentito la musica. Così è nato il festival, senza che neanche ce ne accorgessimo”.

Senza accorgersene, quindi, le Cadillac guidate da uomini imbrillantinati con la camicia a fiori hanno iniziato ad arrivare da ogni parte del mondo e sempre senza accorgersene, hanno cantato sul palco centrale del Foro Annonario Jerry Lee Lewis, Bill Haley’s Original Comets, Chuck Berry, Sonny West e molti altri ancora. Dita Von Teese si è esibita in una delle sue migliori performance di burlesque e come lei tante altre donne bellissime.

jamboree3Oggi per la maggior parte del tempo si balla, al festival, in città e al mare, nelle spiagge del Mascalzone o sul lungomare ponente, durante la festa hawaiiana, oppure si passeggia tra i numerosi stand disseminati per la città, tra i giardini della Rocca, Piazza del Duca e Via Carducci, dove abiti e accessori sono esposti da commercianti e collezionisti. Si può mangiare cibo americano, a Senigallia, ci si può anche tatuare un’àncora o una coppia di ciliegie, come nella migliore tradizione, o far pettinare da grintose parrucchiere armate di lacca e bigodini ma anche da barbieri pronti a trasformare qualunque gentiluomo in un perfetto sosia di Elvis Presley. Già, Elvis. Ma pensate per un secondo se Elvis non fosse arrivato, se non avesse inciso quella volta That’s all right Mama, nel 1954, se non avesse ispirato tutti, ma proprio tutti, coloro che si sono voluti cimentare nel Rock and roll: se non ci fosse stato il rock and roll, a darci il permesso di ricominciare a vivere, dopo la devastazione della guerra, a dirci che potevamo anche ridere e farci belli e ballare e divertirci, cosa sarebbe successo? Cosa ne sarebbe stato dei favolosi anni Cinquanta? “Il rock mantiene giovani”, mi ha detto un musicista durante un’intervista a Senigallia, mentre un fotografo mi ha confessato che il vero fascino del festival sta nel fatto che “tutti sorridono”.

Se non l’avete ancora fatto, negli ultimi 14 anni, prendete la macchina l’anno prossimo e nei primi giorni di agosto dirigetevi sull’autostrada A14 in direzione sud e uscite a Senigallia. Arrivati alle porte della città, troverete un cartello ad accogliervi che vi farà capire che siete finalmente arrivati nel posto giusto:

“The home of the Summer Jamboree”.

Il mestiere delle arti: considerazioni sul futuro del gusto, sul passato che torna, sul sogno che non muore mai

“Allora dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Stati Uniti nel 1985?”

“Ronald Reagan.”

“Ronald Reagan? L’attore? Eh! E il vicepresidente chi è? Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady e John Wayne il Ministro della Guerra!”

Ritorno al futuro di Robert Zemeckis

 

 

Il genere umano si può dividere in due categorie: quella degli apocalittici e quella degli integrati. Gli integrati sono coloro che riescono ad adeguarsi al presente e a tenere il passo con il progresso e la tecnologia; gli apocalittici invece, sono terrorizzati dal progresso, credono fortemente nel disastro causato dall’avvento delle macchine e nell’autodistruzione dell’uomo.

nagasaki 2Poi ci sono i nostalgici, che non si limitano semplicemente ad esprimere concetti anacronistici facendo continuamente riferimento a “quanto si stava meglio quando si stava peggio”, o cose del genere; i nostalgici sono sognatori incalliti in grado di far rivivere il passato attraverso attività che si concretizzano grazie alla loro volontà. Sono fabbricatori di emozioni e un po’ stregoni: resuscitano umori, voglia di vivere e sorrisi. Ma anche gusto: ho già manifestato in maniera abbastanza esaustiva il mio scetticismo nei confronti della capacità dei miei contemporanei di avere gusto e di saperlo trovare, il gusto. Bene. Lunga vita al revival quindi, al retrò, al vintage, alla riesumazione di tutto ciò che di bello abbiamo avuto in due millenni di storia. Non solo gli anni ’60 e ’70, decenni da copertina di qualsiasi evento vintage, in color seppia trasudanti puzzo di muffa e naftalina; possiamo solo vantare secoli e secoli di eleganza e raffinatezza, nella moda come nella musica; non abbiamo altro che l’imbarazzo della scelta (saltando possibilmente gli anni ’80 che per quanto io possa avere bei ricordi legati a Sandy Marton e Claudio Cecchetto vi prego, stendiamo un velo di pietà e concentriamoci sul resto archiviandoli silenziosamente come il Medioevo della moda e del buon gusto).

nagasakiA chi affidare l’ingrato compito quindi di salvataggio dello stile? Agli artisti, ça va sans dire. Registi, stilisti, cantanti, musicisti…e ballerini. Per esempio: sabato 20 aprile alla Taverna Verde di Forlì, (sala da ballo senza pretese con una parentesi passata da jazz club che ovviamente grazie a tutti gli intenditori di musica che abbiamo nel nostro Paese è sopravvissuto sì è no quanto?) il Nagasaki Swing Team, compagnia di ballo formata da undici ballerini di varia provenienza geografica, si è esibito nel musical di loro ideazione “The Club”, una storia di ricordi, come l’hanno definita loro, di donne ma soprattutto di swing. Gli ingredienti per far sì che lo spettacolo ti tenga attaccato alla sedia per le due ore circa della durata, ci sono tutti: il flash back, che da un presente squallido e insensibile fatto di ruspe e costruttori di centri commerciali ti riporta alla fine degli anni ’20, 1928 per la precisione, un anno prima della Grande Depressione, in uno dei locali più movimentati e scatenati, pieno di donne di una bellezza indescrivibile (il flash back ormai, si sa, è ben collaudato e funziona sempre, esempi notevoli ce lo possono confermare). Qui entra in scena il secondo ingrediente (che se non fosse per le donne e per la loro presenza le discoteche in Riviera avrebbero chiuso già da trent’anni almeno): sei ballerine che passano dal canto al ballo, dallo swing al charleston al burlesque al tip tap facendo perdere la testa agli uomini (e quando mai…) che si lasciano immediatamente rapire dalla loro energia e dalla loro voglia di divertirsi e ballare. Terzo ingrediente quindi: lo swing. Senza swing non si va da nessuna parte, l’ho già detto altre volte: lo swing è tutto, non è solo il ballo; è come ti muovi, come senti la musica, come ridi, come cammini, come bevi, come piangi, come soffri, come sogni. Puoi avere swing senza essere un ballerino o un cantante ma non puoi cantare o ballare se non hai swing (a molti deve essere sfuggito questo concetto e per una strana coincidenza sembrano tutti destinati ad approdare sul palco dell’Ariston a febbraio, più o meno). Beh, non è certo il caso dei ragazzi del Nagasaki: di swing ce n’era e anche molto, nelle coreografie travolgenti, nella scelta della musica, nei costumi, nel sapersi muovere e destreggiare anche nella recitazione, riuscendo a trasmettere un messaggio chiaro nonostante non sia uscita una parola dalle loro labbra: la gioia, nel far rivivere un’epoca in cui la voglia di vivere e di divertirsi di certo non mancava. Mi ha colpito l’eleganza e il portamento dei ballerini, come anche la sensualità sinuosa ma anche scherzosa delle ballerine, senza mai essere volgare. Credo che per tutti, non solo per me, sia stato difficile rimanere seduti e resistere alla tentazione di farsi coinvolgere in quel mondo affascinante, che il Nagasaki swing Team, per una sera, ci ha regalato. Una storia di “Vorrei ma non posso”? Non mi è sembrato, anzi, ho visto e ho imparato più che altro che volere, e in questo caso volere che un sogno si concretizzi, è potere. Ora capisco i nostalgici, delusi e amareggiati dal progresso: dopo tanta bellezza è dura, me ne rendo conto.

E capisco anche Gene Kelly, sorridente e felice mentre canta e balla sotto la pioggia: mi sono sempre chiesta che cazzo avessero da ridere così tanto lui, Fred Astaire e tutti gli altri ballerini di quella generazione. A loro ormai, purtroppo, non posso più domandarlo. Mi limiterò a chiederlo a voi, artisti pieni di swing. Per il momento comunque grazie, per avere buon gusto.