Archivio mensile:gennaio 2011

La felicità non è felicità senza una capra che suona il violino

Gli odori che si sentono la domenica mattina sanno di messa e sugo.

Stamattina sono andata a fare la mia solita passeggiata e mi sono accorta che gli odori che sento la domenica non li sento nessun altro giorno della settimana. Camminavo tra le strade della città, strade che a quell’ora erano piuttosto vuote, ma che sembravano comunque animate grazie agli odori; passando accanto alle finestre, non vedevo nessuno dentro, ma sapevo che c’era qualcuno in cucina, che probabilmente preparava il pranzo della domenica, il pranzo classico, occasione che porta i figli a trovare i genitori, i nipoti i nonni, e così via. Ho sempre odiato la domenica, per questa ritualità, per la tristezza che mi mette addosso;  non so perchè, ma la domenica non è mai stato per me un giorno di festa, non sono mai riuscita a godermelo interamente, perchè comincio sempre a pensare alla settimana lavorativa che mi aspetta. Come giustamente ha detto Massimo Lolli nel suo libro, il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio. Ultimamente però sto cominciando a riscoprire la domenica, ad apprezzarla proprio per questo suo lato rituale, per l’abitudinarietà alla quale è collegata, questa abitudinarietà dalla quale ho sempre cercato di tenermi alla larga poichè come si sa, se la conosci la eviti, se la conosci non ti uccide. Invece sentire quegli odori, pensare alle famiglie che si riuniscono, che mangiano questi primi a base di ragù, di tortellini in brodo, che si raccontano la propria settimana, non so, mi ha fatto pensare alla mia infanzia. E quando ti toccano il tasto infanzia, è la fine, scatta immediatamente la musica di C’era una volta in America, e le lacrime si sprecano. Quell’infanzia trascorsa nel piccolo paese, un paese molto guareschiano, vissuto nel dualismo tra il rosso e il nero, tra la chiesa da una parte e il partito dall’altra. Un’infanzia trascorsa a scuola dalle suore, che ovviamente mi volevano a messa tutte le domeniche, ma fortunatamente dopo la messa mi veniva sempre a prendere mio padre per portarmi in sezione, al Pci. Questa era la mia domenica. Un’oretta pre-pranzo passata assieme ad un gruppo di ultra sessantacinquenni armati di Unità sotto il braccio che urlavano come si urlava in borsa una volta; però c’era sempre da mangiare qualcosa, la maggior parte delle volte c’era la polenta con la salsiccia, e io quindi non capendo minimamente di che cosa si stesse parlando passavo il mio tempo così, nella tana dei compagni, a fare una specie di aperitivo. Tutte le domeniche erano così, ma non mi stancavano mai, come non mi stancano adesso a ripensarci. E’ vero, non era proprio la domenica canonica quella che passavo io, ma era la mia domenica, fatta di messa, politica, e sugo, dopo la politica. Alla fine non conta quello che fai, non conta che sia speciale o meno, dipende se entra a far parte della tua quotidianità. Nella mia c’era questo: era la mia capra che suona il violino, la domenica al Pci. Sì perchè se ci pensate, la felicità è fatta solo di cose straordinarie, di capre che suonano il violino? No, la felicità è fatta soprattutto di routine; è la routine che ci fa essere felici, perchè ci dà le certezze che cerchiamo, che ci fanno andare avanti. Quindi forse dovremmo smettere di pensare che solo le cose speciali, quelle fuori dal comune, quelle che non abbiamo mai fatto, possano renderci felici, possano rendere la nostra vita degna di essere vissuta: a volte anche una domenica passata in famiglia, qualcosa che fai sempre, che hai sempre fatto e che farai per il resto della tua vita, può veramente fare la differenza, farti sentire che no, non stai buttando via il tuo tempo. Una passeggiata in città, una serata passata a leggere, non ci tradiranno mai. Come non ti tradiscono mai gli odori della domenica: non smetterò mai di sentirli.

Annunci

A qualcuno piace calda…la cornetta del telefono

A regola i locali dovrebbero essere vuoti. Pubs, ristoranti, discoteche…tutti senza neanche uno straccio di un cliente. Si perchè secondo i recenti avvenimenti, stanno tutti in casa a guardare la televisione per poi intervenire durante le trasmissioni con una telefonata. Primo fra tutti il nostro Premier, ma adesso anche il direttore generale della Rai Mauro Masi. Certo, nessuno batte Silvio in fatto di interventi: lui ha una storia lunga dieci anni, dai primi interventi nel 2001 durante le  trasmissioni di Santoro, ovviamente, nemico pubblico numero uno del Cavaliere, Colui che Non deve Essere Nominato, ai blitz a Porta a Porta, con tanto di insulti in diretta a Rosy Bindi, che però come sempre riesce a ribattere in maniera decisamente elegante, alle chatline con Floris, diventata quasi una storia d’amore a distanza, durante le quali volano dichiarazioni di odio ma come è risaputo, l’odio e l’amore sono due sentimenti molto simili…Decisamente diverso il tono della telefonata a Signorini, nient’altro che magari ti chiamerò trottolino amoroso e cose di questo genere per il lacchè del Berlusca, mentre tali e quali a fulmini e saette sono le ingiurie riservate a Gad Lerner, richiamato all’ordine durante la puntata dell’Infedele di lunedì scorso: Iva Zanicchi viene intimata a lasciare la trasmissione, Lerner in procinto di esplodere, a giudicare dall’espressione che gli si era dipinta in volto. Quindi forse Santoro nella puntata di Annozero di giovedì scorso si aspettava già un intervento del Premier, considerando anche l’argomento che aveva intenzione di trattare; ma stavolta Silvio avrà trovato occupato, perchè Santoro era già impegnato in una piacevole conversazione con Mauro Masi, intervenuto telefonicamente per comunicare il suo dissenso nei confronti della “piega” che avrebbe preso la trasmissione.

Diciamo che, nonostante la tragicità della situazione, ci siamo in un certo senso abituati a questi interventi, rompono un po’ la routine del palinsesto televisivo, però non posso fare a meno di chiedermi: ma non hanno niente di meglio da fare? Almeno Masi essendo direttore della Rai è obbligato a seguire le sue trasmissioni, ma Silvio? Sempre in casa a guardare la televisione? Ma poi guardasse una volta le sue reti: se continua a telefonare solo alla Rai e La7 finirà per alzarne lo share a tal punto che Mediaset sarà costretta a chiudere, perchè non la guarderà più nessuno.

Tra l’altro come sappiamo ultimamente si parla solo delle escort del Presidente, del Ruby-gate, dei festini ad Arcore a base di droga, del bunga bunga…ma quando ce l’ha il tempo di fare queste cose? La programmazione televisiva è piuttosto fitta:

lunedì ore 21.10 su La7: L’infedele

martedì ore 21.05 su Rai 3: Ballarò

mercoledì: tornerà presto Exit con Ilaria d’Amico (non l’ha mai contattata va vista l’avvenenza della D’Amico potrebbe sempre farlo)

giovedì ore 21.05 su Rai 2: Annozero

venerdì ore 21.10 su La7: Le invasioni barbariche (anche qui non ha mai chiamato, anche la Bignardi è avvenente e poi comunque per Silvio penso valga la regola del basta che respiri)

Occorre tener conto anche del fatto che il weekend è di Che tempo che fa, anche se non penso che avrà mai il coraggio di telefonare a Fazio, se non per chiedere il numero della Lagerback, e che quasi tutti i giorni vanno in onda Otto e mezzo, che potrebbe essere da un  momento all’altro un papabile bersaglio di telefonata, Porta a porta, che inizia alle 23.30 e finisce circa all’una di notte, e Parla con me, sempre in seconda serata. Se è vero che si alza ogni mattina all’alba come dice per andare al lavoro, trovo veramente difficile pensare che abbia anche il tempo di organizzare feste così impegnative; io dopo una settimana del genere, scandita da questi ritmi, sarei distrutta, passerei il poco tempo libero che mi resta a dormire. Ma c’è metabolismo e metabolismo, ci sono fisici in grado di reggere perfettamente un tenore di vita del genere, ma soprattutto, ci vuole una bella faccia come il culo per scomodarsi a telefonare tutte le volte in diretta durante le trasmissioni di dibattito politico per dire che si sta facendo un processo giornalistico contro la sua persona, che si usano i media per buttargli fango addosso, quando mi sembra abbastanza evidente che in tutta questa storia di inventato ci sia ben poco. Ci vuole coraggio, per tentare di toglierci uno dei pochi diritti che ci è rimasto, che continuiamo a difendere con i denti: la libertà di pensiero e di parola. Perso quello, tanto vale farsi mettere in catene e cantare Glory, Glory Hallelujah.

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia…un cuore infranto

Ovvero: perchè ci innamoriamo sempre di quelli con “il lato oscuro un po’ pronunciato”?

Renato Vallanzasca

L’altra sera sono andata al cinema a vedere “Vallanzasca. Gli angeli del male”, un film davvero sorprendente, ottima regia, ottime interpretazioni, ambientazioni ricreate nei minimi dettagli. Bello, da vedere assolutamente, anche perchè al di là delle solite inutili polemiche dozzinali italiane sul fatto che questo film potesse risultare o meno una apologia del bandito, trovo invece estremamente utili pellicole del genere per raccontare alle nuove generazioni pezzi di storia del nostro Paese che finirebbero altrimenti nel dimenticatoio, anche perchè se consideriamo che i programmi di storia nelle scuole continuano ad arrivare a stento alla seconda guerra mondiale…

Comunque, Renato Vallanzasca, personaggio borderline che creò terrore nella Milano degli anni ’70 viene magistralmente interpretato da Kim Rossi Stuart, che tra parentesi fa battere il mio cuore dai tempi del Ragazzo dal kimono d’oro: fate un po’ i vostri conti, sono 24 anni che ho un rapporto platonico con una star del cinema italiano…La caratteristica che emerge in maniera preponderante dal film è il fascino irresistibile che il bel Renè esercitava sulle donne, infatti dal primo arresto, quindi dalla prima apparizione in pubblico, Vallanzasca comincia a ricevere centinaia e centinaia di lettere in carcere da ammiratrici femminili che avrebbero fatto qualsiasi cosa per lui: il bello e dannato che fa strage di cuori, il ladro gentiluomo, un po’ l’Arsenio Lupin della situazione, inaffidabile, sfuggente, poco credibile come padre di famiglia che però ci affascina tanto. Perchè il criminale vince sul ingegnere gentile e premuroso, che potrebbe darci tutte le certezze di questo mondo? Forse fa parte della natura femminile credere di essere sempre quella speciale, quella che tira fuori dai guai il delinquente di turno, che lo fa tornare sulla retta via, che gli cambia la vita. Altro che aureola: il principe azzurro dell’immaginario femminile è da sempre un problematico dall’animo tormentato, se mostro ancora meglio. Secondo voi perchè ha tutto questo successo il cosiddetto filone degli urban fantasy o volgarmente chiamato da noi librai ed ex librai il filone della vampirologia? Da Twilight in poi, non so dire quanti scrittori si siano messi a raccontare storie d’amore tra vampiri di una bellezza mozzafiato e tenere fanciulle di periferia, stile Bella ed Edward. Ma nessuna di quelle storie è come la storia d’amore di Bella ed Edward, perchè nessuno è come Edward, che però a sua volta non è come Dracula di Bram Stoker. Però, di tutta quella storia che indubbiamente ti cattura perlomeno per il suo inarrestabile romanticismo, c’è una frase in particolare che Edward dice a Bella che mi è rimasta impressa:

Edward e Bella, protagonisti della saga di Twilight

… e cosi il leone si innamora dell’agnello… che agnello stupido… che leone pazzo e masochista…

Lei, umana, si innamora di lui, vampiro, sapendo perfettamente i rischi cui andrà incontro. Ma siamo fatte così, siamo sempre consapevoli, tutte le volte che ci imbattiamo in “uno di loro”, delle sofferenze che ci aspettano, e invece che retrocedere e cercare il ragioniere lineare e basico ci tuffiamo di testa in una storia d’amore al limite del vivibile, ma piena di avventura e passione, ingredienti studiati appositamente per rimuovere dal nostro cervello le sofferenze amorose, passate e future, della nostra vita.

Concita de Gregorio, nel suo libro “Malamore”, edito da Mondadori, esordisce raccontando una vecchia storia popolare catalana dal titolo “La rateta”. La rateta è una topolina che decide di sposarsi con un gatto: un gatto bello e seducente, che con il suo fare ammaliatore la conquista e ottiene la sua mano. Tutti sconsigliano alla topolina di sposare il gatto, perchè la mangerà, ma lei invece lo sposa lo stesso, perchè è convinta che lui non la mangerà in quanto innamorato di lei. Come va a finire? Il gatto mangia la topolina, fine della storia. Poteva forse andare diversamente secondo voi? No, perchè è così, in una guerra di sentimenti nella quale l’avversario è un bel tenebroso finiremo sempre distrutte. A parte rarissimi casi in cui la pazienza, il saper aspettare vince.

Carrie e Big

Nella storia d’amore tra Mr Big e Carrie Bradshaw di Sex & the city, la vincitrice è lei. Certo, Carrie ci mette praticamente dieci anni a far capitolare John James Preston alias Mr Big, dopo fughe, tradimenti, matrimoni con donne dai capelli lisci e poco intelligenti, ripensamenti sull’altare; ma è anche vero che il problema di Big è un altro: Big è un bambinone di 50 anni che fatica ad impegnarsi. Non è un mostro, non è un bandito, anzi è decisamente ricco e affidabile da quel punto vista, ma non è affidabile sentimentalmente. Però ha sempre quel fascino magnetico, quello sguardo che ferisce e rapisce allo stesso tempo, e Carrie, come qualsiasi altra donna romantica e sognatrice, ci cade sempre, nel tranello, e nonostante si sia ritrovata con il cuore a pezzi per colpa sua innumerevoli volte lo perdona sempre, forse perchè sa, in cuor suo, quel cuore restaurato mille volte, che alla fine verrà premiata, che tutto questo dolore un giorno le sarà utile ad ottenere ciò che vuole. Quindi, non me la sento di consigliarvi, donne innamorate, di aspettare il vostro bandito perchè prima o poi cadrà ai vostri piedi, no, mi sembrerebbe una crudeltà nei vostri confronti. Però, quando i cinesi dicono siediti lungo il fiume e aspetta. Prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico, secondo voi a chi si riferiscono?

A Carramba che figuraccia, l’ospite d’onore è Barbara d’Urso, première dame del teatro degli orrori

Maurizio Nichetti e Angela Finocchiaro in "Ho fatto Splash"

Ho sempre amato i film un po’ strani, un po’ surreali, così, da teatro dell’assurdo. Quando ero piccola i miei registi preferiti erano Maurizio Nichetti e Francesco Nuti. Tra una visione di Ho fatto splash e un’altra di Caruso Pascoski di padre polacco, sono cresciuta pensando che la vita dovesse essere sempre un po’ sopra le righe, così come i miei maestri di infanzia mi avevano insegnato. Con gli anni poi ho un po’ perso di vista il bravo Nichetti, che nel frattempo è diventato sempre più di nicchia ma forse anche perchè era un personaggio un po’ più favoleggiante, più legato insomma alla mia infanzia. Francesco no; Francesco è cresciuto con me, passavano gli anni e io ogni volta aspettavo impaziente l’uscita di un suo film, quei film dal titolo così strano. Quindi se sono quella che sono e se posso definirmi fiera di quella che sono diventata lo devo anche a lui, che ha saputo sempre darmi un’alternativa, quell’alternativa che solo film come Willy Signori e vengo da lontano, Tutta colpa del Paradiso, Io, Chiara e lo scuro hanno potuto darmi.

Il tempo è passato, nel frattempo è arrivato il crack Cecchi Gori e Francesco improvvisamente ha smesso di fare film. O hanno smesso di farglieli fare. Lui cade in depressione, io cado in depressione, lui viene ricoverato, io fortunatamente no perchè la mia depressione era unicamente legata ad una astinenza da film di Nuti. Perchè l’ultimo film, Caruso zero in condotta è del 2001. Sono dieci anni che vivo senza film di Francesco. Perchè una crudeltà simile? Le sue condizioni hanno continuato a peggiorare, ma la sua voglia di fare film non è mai scomparsa. Quindi nemmeno la mia di speranza di rivederlo nelle sale cinematografiche è scomparsa. Mi sono dovuta rassegnare per sempre quando l’altra sera l’ho visto ospite da Barbara d’Urso, la donna dal braccio sempre teso, e non perchè sia una nostalgica del nazismo, ma perchè di pomeriggio su Canale 5 la potrete ammirare sempre così. Con lo sguardo da madre coraggio e il braccio teso a dare la pubblicità sempre al momento opportuno.

Francesco Nuti in "Caruso Pascoski di padre polacco"

Francesco, per me è stato un colpo al cuore, non avrei mai voluto vederti così, nessuno dovrebbe vederti così. Io ti voglio ricordare ironico, divertente, dallo sguardo un po’ da furbetto, un po’ da chi non sai mai se ti stia prendendo in giro o no. Hai dato davvero un grande contributo al cinema italiano, forse l’unico, assieme a Roberto Benigni, ad aver dato del nostro cinema un’altra versione, quella che non appartiene nè al Neorealismo di Rossellini, nè ai cinepanettoni di Vanzina ma neanche al filone sentimentale di Muccino. Semplicemente il vostro cinema, popolato di personaggi strani, ambientati in epoche non bene definite, interpretati da voi. Come solo voi avreste saputo fare. Grazie. Davvero di cuore.

E adesso veniamo a te Barbara, che assieme ad Alfonso Signorini sei il mio esempio di quello che un giornalista non dovrebbe essere: che sorpresa sarebbe far vedere ad un uomo malato la sua ex compagna, la donna che dice di essergli stata vicina durante la sua malattia ma che comunque, e io non lo dimentico, lo ha lasciato proprio nel periodo in cui hanno cominciato a negargli le produzioni e quando lui quindi ha iniziato la discesa agli inferi?

Che razza di tivù verità sarebbe una trasmissione in cui vengono messi alla berlina i fallimenti e le sofferenze delle persone? Vorrei ricordare a chi si ostina a difendere quell’episodio di pessimo giornalismo e bassa televisione che anche ammesso che sia stato proprio Nuti a voler partecipare alla trasmissione, forse dovrebbe rendersi conto che quella è una persona che non riesce ad accettare la sua condizione fisica, probabilmente non se ne rende neanche conto pienamente. Da quello che ho potuto vedere è una  persona che ha ancora tanta voglia di fare, forse non riesce ad abbandonare la speranza di poter realizzare quel film che è ancora chiuso nella sua testa, pronto per essere girato. Complimenti Barbara, ti sei guadagnata il titolo di regina di gennaio: come il re di maggio che ha regnato poco più di un mese, la tua trasmissione non andrà al di là della seconda puntata.

Tutte le donnette del Presidente

L’ultima volta che sono andata a Londra è stato a febbraio dell’anno scorso, per il mio compleanno. Sulla metropolitana si trovano sempre dei free press e attendendo l’arrivo della mia fermata mi sono messa a sfogliarne uno. Non volevo credere ai miei occhi. A pagina cinque trovo una foto che ritrae il nostro Premier in tutta la sua tronfiaggine accanto ad un articolo intitolato “Silvio’s babies”.

“Ci risiamo”, ho pensato, “ora mi toccherà di nuovo mentire sulle mie origini e fingere un posticcio accento spagnolo quando qualcuno mi chiederà da dove vengo.” Del resto non avevo molta scelta: non potevo spacciarmi per londinese in quanto ho dei tratti tipicamente mediterranei; quindi, siccome ho il naso piccolo e non so parlare greco moderno, non mi restava che simulare una parentela con i cugini iberici. Senza troppi dispiaceri tra l’altro: loro avevano Zapatero, io avevo Silvio. Tutto grasso che cola.

Stessa situazione, sei anni prima: mentre ero a Boston in seguito alla vincita di una borsa di studio, mi sono sentita chiedere più volte: “Why him?” “Da che pulpito”, pensavo io, “da un Paese che si ostina ad eleggere ogni prodotto della famiglia Bush gli venga proposto non accetto critiche”. Fui costretta ad accettarle invece, perchè ero in uno stato democratico e di Bush non ne volevano sapere; se avessero potuto, lo avrebbero lapidato in Copley Place. “Berlusconi non è un politico”, mi dicevano, “is a business man”: ma come, Ronald Reagan faceva l’attore e ha ottenuto due mandati?! Ma avevano di nuovo ragione loro, gli americani: è vero, Reagan prima di essere eletto Presidente degli Stati Uniti faceva l’attore, ma la sua fedina penale non era certo discutibile come quella di Berlusconi, che hai tempi della “discesa in campo” post Tangentopoli, nel 1994, poteva già vantare una rosa di procedimenti giudiziari quali: falsa testimonianza sull’appartenenza alla loggia massonica P2, conflitto di interessi, falso in bilancio, corruzione giudiziaria, riciclaggio di denaro sporco, tangenti, frode fiscale, appartenenza a organizzazioni di stampo mafioso, appropriazione indebita, traffico di droga, concorso in strage.

la prima pagina del NYT e, in basso a destra, l'articolo su Berlusconi

E adesso vi spiego perchè ho fatto tutta questa premessa: perchè leggendo l’articolo pubblicato dal New York Times secondo il quale il sistema Berlusconi non è altro che “un sordido mondo di orge e ricatti” e dove vengono raccontati i festini, le prestazioni a pagamento, le intercettazioni telefoniche, ecc…sento di nuovo questo impeto che mi porta a vergognarmi della mia nazionalità. Noi, che abbiamo leggi che portano il nome di Porcellum, derisi e umiliati da un quotidiano che trova sconveniente che all’interno di un proprio articolo venga utilizzata la parola “culo”. Adesso è veramente troppo: dopo il Bunga Bunga, il Papi di Noemi Letizia, le telefonate in questura,  saltano fuori anche le ragazze vestite a tema? Veronica Lario, l’oracolo dei tempi odierni, l’aveva dichiarato già a suo tempo, quando decise di divorziare: “Mio marito è malato, frequenta ragazzine, deve essere curato”. Perchè nessuno l’ha presa in considerazione?

Comunque,  nonostante le accuse diventino sempre più gravi con il passare dei giorni e vengano alla luce quotidianamente prove sempre più schiaccianti sulla veridicità dei reati a lui attribuiti, il governo Berlusconi continua ad avere più del 50% dei consensi. Ognuno ha quel che si merita, d’accordo; auguro quindi a tutti coloro che lo votano, come mi ha saggiamentre suggerito ieri una mia amica, di avere solo figli maschi gay e di sinistra e figlie femmine prostitute e di sinistra. Occhio per occhio, dente per dente.

La favola del regno più piccolo del mondo: il regno dell’immobilità

C’era una volta un regno, il più piccolo del mondo, che tutti chiamavano il regno del Vaticano. Questo regno era governato da Papa Benedetto XVI, un uomo molto potente e molto popolare, che noi per comodità chiameremo Papa Ratzinger. Ogni domenica, Papa Ratzinger amava affacciarsi alla finestra di San Pietro per fornire ai suoi sudditi qualche ammonimento, in modo che loro potessero vivere felici e in grazia di Dio. Tra gli argomenti preferiti dal Pontefice, il più frequente era la sessualità: c’è stata la domenica in cui Papa Ratzinger ha voluto parlare di omosessualità, definendola «una grande prova, così come una persona può dovere sopportare altre prove», ma che «non per questo diviene moralmente giusta», e c’è stata la domenica del “Concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé. Perciò anche la lotta contro la banalizzazione della sessualità è parte del grande sforzo affinché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull’essere umano nella sua totalità.
Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.”

Papa Ratzinger credeva che facendo in questa maniera venisse interpretata alla lettera la Bibbia, senza sapere invece chein questo modo non faceva altro che interpretare in maniera sbagliata l’art. 29 della Costituzione, che stabilisce che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. In nessuna parte dell’articolo infatti, vi era scritto che l’unica famiglia riconosciuta fosse quella formata da un uomo e una donna, ma questo Papa Ratzinger lo ignorava completamente.

Intanto, qualche centinaia di chilometri più a nord, c’era un grande regno, chiamato Regno Unito, dove un uomo e un uomo erano marito e marito. Sir Elton John e David Furnish erano sposati dal 2005 e da poco, dal 25 dicembre 2010, erano diventati i genitori di Zachary Jackson Levon Furnish-John.

Sempre a qualche centinaio di chilometri di distanza, ma questa volta più a ovest, esisteva un altro grande regno, il più  progressista del mondo: la Spagna. Qui, oltre alla famiglia reale, vi governava un uomo molto moderno e di grandi vedute, chiamato José Luis Rodríguez Zapatero. Durante il suo governo, Zapatero ha approvato numerose leggi liberali, tra cui la legge sul divorzio breve, quella del matrimonio tra omosessuali e quella sul diritto di adozione anche per le coppie gay e per le coppie di fatto.

Agli altri regni piaceva chiamare il Vaticano il “regno dell’immobilità, poichè non succedeva mai niente di nuovo, nessuno voleva cambiare nessuna legge e nessuno voleva progredire: al Papa piaceva così. Ma c’era un Regno dove accadevano assai meno cose e dove gli abitanti stessi preferivano tornare indietro nel tempo anzichè andare avanti: il Regno d’Italia. L’Italia era tornata ad essere un regno da quando aveva fatto ritorno in Patria il suo principe, il Principe Canterino. Era il regno che conteneva il Vaticano, quindi gli usi e le abitudini erano i medesimi. Qui i matrimoni tra omosessuali non sarebbero mai stati approvati, anzi, forse sarebbero riusciti ad eliminare anche quelle poche leggi che contribuivano al libero arbitrio, ciò che più al mondo spaventava Papa Ratzinger. Le uniche leggi che venivano approvate in questo regno erano le leggi proposte dal giullare del re, il nano Silvio, un monello che finiva sempre per mettersi nei guai e che quindi doveva continuamente approvare delle leggi che potessero toglierlo dai pasticci. Anche al nano Silvio non piacevano gli omosessuali, come a tutti gli italiani.  In questo regno tutto ciò che era diverso faceva paura e tutti volevano essere uguali a tutti, per non correre rischi.

Sia il nano Silvio che Papa Ratzinger comandarono nei rispettivi regni per molti, molti anni, mantenendo sempre l’immobilità, fino a quando dai due regni fuggirono tutti gli omosessuali, gli intellettuali, le persone colte, le persone oneste e le persone buone, le persone intelligenti, i comici, i giudici, i buddisti, i protestanti, gli ortodossi. E rimasero solo gli imbecilli.

 

Divorzio all’italiana: le previsioni di Ballard, gli Indipendence Day nostrani

Quando ormai quasi dieci anni fa sono andata a Monaco di Baviera in macchina, sono passata da Bolzano e mi sono fermata per fare benzina. Bolzano si vuole staccare dall’Italia, da sempre, perchè si sente tedesca: parlano in tedesco, i cartelli stradali sono scritti in tedesco, se parli in italiano ti rispondono, sì, ma con una certa faccia disgustata. Qualche anno dopo, sono andata sempre in macchina in Croazia e mi sono fermata a dormire una notte a Fiume. Fiume vuole tornare in Italia, vuole essere italiana. Quindi fuori Bolzano, dentro Fiume. Andiamo avanti. Sorvolando sull’affaire Padania che vuole staccarsi praticamente dal resto del mondo con i suoi folklori celtici e la sua Costituzione carrocciana, pare che il  Salento voglia rendersi autonomo dalla Puglia in quanto rivendica lo stato di regione a sè, Belluno è satura del Veneto e vorrebbe far parte del Trentino mentre la Romagna sente di aver raggiunto la maggiore età per poter far affari anche senza l’Emilia da appoggio. Perfino San Matteo della Decima, una frazione di San Giovanni in Persiceto, località bolognese dove tra l’altro ho vissuto fino a 5 anni fa e dove tutt’ora vivono i miei genitori, ha chiesto più volte il divorzio dal paese per diciamo “opinioni politiche differenti”. In un momento storico dove tutti sono stanchi di tutto, dove l’intolleranza più sfrenata sta prendendo il sopravvento, è normale festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia?

Ne “Il condominio”, bellissimo libro scritto da James G. Ballard ed edito da Felitrinelli, viene raccontata, in una dimensione totalmente fantascientifica, la degenerante regressione a stadio di uomini primitivi di un gruppo di condomini che impazziscono a causa di una serie di black out. Tutto è ambientato all’interno di un grattacielo extra lusso londinese dotato di tutti i comfort possibili e immaginabili; le prime crisi sono semplici dissidi tra vicini, che però poi si amplificano, amplificano fino a diventare proprio un vero scenario da Pianeta delle scimmie. L’intento di Ballard era, ovviamente, quello di sottolineare come l’uomo stia lentamente regredendo; del resto ne è testimone la cronaca odierna: solo brutali omicidi di uomini gelosi che uccidono il compagno dell’ex moglie, genitori fatti a pezzi dai figli, vicini di casa sterminati in massa, cane compreso, genocidi compiuti con una frequenza a dir poco allarmante. Ma cosa sta succedendo? Le pretese geografiche delle nostre città che chiedono di cambiare territorialità sono niente a confronto, ma sono comunque avvetimento di qualcosa che dovrebbe davvero farci riflettere. L’Italia è un Paese di paradossi, quindi per essere sempre coerente con sè stesso decide di festeggiare in pompa magna il Risorgimento: 150 di storia unita, sono tre volte la durata massima di un matrimonio, ecco perchè quindi stiamo cominciando a dare segni di cedimento. Come possiamo pretendere che un Paese rimanga unito dopo 150 quando le coppie non sono capaci di mantenere integro un matrimonio per più di tre anni?

Io non la capisco questa ondata indipendentista. Posso capire i Paesi baschi ma non capisco l’ETA, posso capire l’Irlanda, che ha serie motivazioni religiose. Ma in un Paese dove mediamente i figli ultratrentenni continuano a vivere a casa con i genitori in quanto “assolutamente incapaci di potersi mantenere da soli”, tutto questo bisogno di indipendenza non è un po’ ridicolo?