Archivio mensile:febbraio 2011

Veronesi e l’amore: il mondo è ancora degli ottimisti

Ma siamo proprio sicuri che le cose vadano a finire così?

Nell’ ultimo film di Giovanni Veronesi, Manuale d’amore 3, terzo capitolo di una ormai consolidata saga, pare proprio che sia la giustizia a trionfare, tra amori che nascono, che si consolidano e che inevitabilmente, per eccesso di sincerità, finiscono. E’ la sincerità a far finire un amore? Così è, se vi pare, d’altro canto bisogna anche sapersi accontentare, non è che si può avere sincerità e amore duraturo. Prendiamo ad esempio il primo episodio, quello dedicato al cosiddetto amore giovane: Riccardo Scamarcio è un brillante avvocato in procinto di sposarsi con Valeria Solarino; per lavoro è costretto a trascorrere qualche giorno in un piccolo paesino della Toscana e in chi si imbatte? In Laura – mi mangio tutti quelli che incontro- Chiatti che nel giro diciamo di un nanosecondo lo fa cadere nella sua trappola e lo seduce. Lui è dilaniato dai sensi di colpa ma neanche troppo, e nonstante tutto non confessa il tradimento alla sua giovane e ingenua fidanzata portando così avanti la decisione riguardo al matrimonio. Vissero felici e contenti bla bla bla ma lo spettro della bugia regnerà per sempre su di loro. Però almeno la coppia tiene duro, si suppone.

Secondo atto: l’amore maturo. Carlo Verdone è un volto noto del Tg La7 che si imbatte in una prorompente Donatella Finocchiaro, apparentemente psichiatra, ma nella realtà affetta da un disturbo bipolare. Dopo un paio di rocamboleschi incontri furtivi Verdone scopre la verità e tenta di allontanare la Finocchiaro che però inizia a perseguitarlo. Il finale è abbastanza prevedibile: non potendo bluffare ulteriormente Verdone confessa il tradimento alla moglie che lo lascia immediatamente. La giustizia trionfa, a scapito dell’amore, contrariamente a ciò che accade nel primo episodio dove è invece l’amore a trionfare  a scapito della giustizia.

una scena del film

Il terzo episodio, quello dedicato all’amore nella terza età, è paradossalmente forse quello più equilibrato: Robert De Niro, professore sessantenne, s’innamora della quarantenne ma ancora splendida Monica Bellucci. L’amore trionfa sopra ogni cosa, quando ormai entrambi, vuoi per l’età di de Niro, vuoi per le delusioni della vita per la Bellucci, credevano non ci fosse più speranza. E’ l’amore puro che nasce, libero da ogni preguidizio, da ogni malizia e da ogni condizionamento. E’ questo che ci dovremmo aspettare tutti quanti? Sembra quasi che l’amore vero possa nascere solo in tarda età, dopo averle tentate tutte, dopo essere stati infedeli, meschini, calcolatori, bugiardi e cinici. Questo è ottimismo, è ottimismo allo stato puro ed è notevole pensare come Giovanni Veronesi abbia avuto la necessità di raccontarcelo, in un film leggero, forse a tratti un po’ banale, ma carico di tutte le tipologie di romanticismo esistenti sulla terra. Vale la pena andarlo a vedere anche solo per Scamarcio in questa veste un po’ comica e un po’ imbranata, e per De Niro, timido e tenerissimo, lontano anni luce da Taxi Driver e Toro Scatenato, se non per un gancio dato in faccia a Daniele Pecci. Ironia della sorte si innamorerà proprio della figlia del suo migliore amico Michele Placido e ironia della sorte, diventerà anche padre, di un bambino che forse, lo chiamerà nonno?

Ma questo non ha importanza. L’importante è sapere che per Veronesi è giusto avere una chance da giovani sopra ogni cosa, sorvolando anche su un qualche incidente di percorso. E’ giusto invece che gli incidenti di percorso vengano puniti, in età matura, dopo 25 anni di matrimonio; ed è giusto avere un’altra opportunità, perchè no? Dopo una vita già vissuta intensamente, o dopo aver commesso tanti sbagli da non sapere più come uscirne.Veronesi in questa veste di cupido vuole farci ancora sognare. E sognamo, allora.

 

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I cavalieri (del Cavaliere) che fecero l’impresa

Alcune sere fa a Ballarò è stato ospite il paraministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi. Utilizzo il termine paraministro con lo stesso sprezzo con cui Sacconi ha definito le parafarmacie “qualcosa che sembra una farmacia ma in realtà non lo è”. Non è certo la prima volta che il signor Ministro fa gaffes di questo genere, sempre tra l’altro a Ballarò, sotto lo sguardo compassionevole di Floris. Se non le è chiaro, la parola Parafarmacia è composta dal sostantivo farmacia anticipato dal prefisso di origine greca para- che significa affine a, vicino a. Quindi una parafarmacia è un qualcosa di affine ad una farmacia dove si possono trovare in vendita prodotti da banco, farmaci senza obbligo di ricetta, medicine naturali, prodotti di erboristeria ed altro ancora. Quindi non sono una sorta di discount per finti farmacisti, come ha voluto far intendere lui. Comunque, si parlava di occupazione giovanile, tanto per cambiare, e il paraministro, col suo solito savoir faire, ha detto che sarebbe ora di concentrarsi sulle imprese lasciando perdere percorsi di studio inutili (immagino continuasse a riferirsi ai parafarmacisti o addirittura ai corsi di studio inutili come scienze della comunicazione, come ha gentilmente specificato la sua emerita collega Maria Stella Gelmini). Quindi, economia e commercio, unica facoltà a detta loro degna di poter preservare un futuro ai nostri giovani, che vantano un buon 30% di tasso di disoccupazione. Come dire, quindi, poca aria fritta, poca cultura, ma tanti numeri: occorre tirar su una generazione imprenditoriale, macchine procuci soldi, che perdano poco tempo dietro alla cultura che non serve a niente ma che facciano girare l’economia. PBC, ovvero: Piccoli Berlusconi Crescono.

Signori ministri, la vostra lungimiranza è soprendente: perchè riuscite a vedere un’economia basata solo su imprese che producono beni e non su imprese che producono servizi? Perchè in tal caso, se non ve ne foste ancora accorti, noi in Italia potremmo rappresentare un primato assoluto, per la produzione di servizi turistici: a costo di essere ripetitiva fino allo sfinimento, l’Italia detiene circa l’80% del patrimonio culturale mondiale e se per caso ancora vi sfuggisse il concetto, potremmo vivere solo di questo. Le facoltà non sono inutili, ma sembrano inutili perchè non riescono poi a creare i posti di lavoro giusti per i neolaureati che escono dall’Università ben preparati sull’argomento. Se le imprese italiane si dedicassero un po’ per volta alla conservazione del patrimonio artistico italiano valorizzandolo e investendo nelle campagne di restauro, avremmo la possibilità di creare veramente una macchina fabbrica soldi unica al mondo, che solo l’Italia ha la materia prima per poterla realizzare. Ma no, cultura uguale niente soldi. Soldi uguale mattone. Basta, solo equazioni elementari per i nostri ministri. Non complichiamoci la vita.

Comunque signori ministri, deputati dell’opposizione, voi tutti, ho un annuncio da fare, un annuncio che prescinde dalle polemiche fatte finora, e che sicuramente vi sorprenderà. I giovani, come me dal futuro precario, non hanno nessuna intenzione di studiare economia, come sperate voi, non vogliono entrare nel mondo del lavoro, non hanno nessuna velleità nel ricoprire ruoli dirigenziali nelle nostre imprese: i giovani, vogliono andare ad Arcore. Questo è venuto fuori dall’inchiesta di Ballarò di martedì scorso, che facendo una rapida intervista ad alcuni ragazzi fuori dalle discoteche, ha raccolto solo frasi di questo tipo: ” Silvio, se mi chiami ad Arcore, io vengo”; “le ragazze fanno bene ad andarci perchè altrimenti come li guadagni 7 mila euro in una serata?”; in ultimo, la regina delle affermazioni: “fa bene Silvio, deve trombarsele tutte”. Che meraviglia, e voi vi state tanto a preoccupare del futuro dei giovani? Ma se non gliene frega niente nemmeno a loro? Anzi, non posso dare la colpa ai giovani, perchè in cima alla lista ci sono i genitori: la cosa preoccupante infatti è che sempre durante questa intervista sono stati chiamati in causa alcuni genitori che accompagnavano le figlie ad una specie di corso per modelle, e alla domanda su cosa ne pensavano delle ultime vicende relative allo scandalo delle ragazze di Berlusconi i padri, i padri ci tengo a ribadire, hanno risposto, con una certa nonchalance: “beh, magari fosse chiamata anche mia figlia, sarebbe un’ottima opportunità per lei. Io non li ho mai guadagnati 7 mila euro in una sera”. E le loro mogli anzichè indignarsi per aver sposato dei mostri che non vedono l’ora di mandare le loro bambine a prostituirsi, annuivano soddisfatte nella speranza che il Premier fosse in ascolto e potesse cogliere il loro appello tra le righe.

E’ il buio, è il buio medievale. Non mi stupirei affatto se la prossima proposta di legge varata dal nostro governo fosse sul reintegro dello ius primae noctis.

 

I “vecchioni” hanno la meglio sugli “amici”

Il trionfo di Roberto Vecchioni a Sanremo è arrivato al momento giusto, anche se senza il golden share dei giornalisti non ce l’avrebbe mai fatta. E’ arrivato proprio quando pensavamo di non farcela più, quando pensavamo che la qualità non potesse più spuntarla sulla massa. La massa sono i prodotti dei talent show. Li chiamo massa perchè sono tutti uguali, tutti frutto di un’attenta selezione da parte di giudici, maestri, esperti insegnanti di musica che li ha attentamente scelti fra una moltitudine di altri personaggi intercambiabili che sarebbero potuti tranquillamente stare al posto loro ma che evidentemente non erano abbastanza intonati, forse, o semplicemente erano ancora meno “fenomeni” dei protagonisti di X Factor o Amici di Maria de Filippi. Così bravi ad emozionare il pubblico, a trasmettere, ad arrivare, come giustamente insegna Simona Ventura. Ma così terribilmente, anonimamente banali fuori dalla campana di vetro che queste trasmissioni costruiscono loro attorno.

Paradossalmente tutto questo a Sanremo viene fuori, e i vari Giusi, Emma, Tony, Marco, ecc…improvvisamente sono nessuno. Anche se a Sanremo è la canzone a vincere, non l’interprete, hanno talmente poca personalità da non riuscire a fare proprio un brano, da non essere in grado di rendere riconoscibili i propri pezzi, attribuibili, diciamo. Sfido chiunque abbia la mia età a conoscere anche solo una canzone di Alessandra Amoroso. I suoi pezzi potrebbero essere cantati da chiunque. Ci sono canzoni memorabili di interpreti italiani che se cantati da altri perdono tutto il loro fascino.

Ecco, adesso passerò sicuramente per quella antica che non vuole dare spazio ai giovani. Io desidero solo dare spazio ai giovani, ma i giovani che piacciono a me devono guadagnarselo lo spazio.

Arisa per esempio ha molta personalità, è simpatica, intelligente, intonata e interprete di brani dal sapore un po’ retrò, un po’ naïf, decisamente gradevoli. Nel 2009 ha vinto a Sanremo nella categoria Nuove Proposte, ottenendo così l’anno successivo il posto tra i Big. Durante la trasmissione Victor Victoria su La7 ha dimostrato di essere anche un personaggio telvisivo a tutto tondo. Tricarico è diplomato in flauto traverso al conservatorio di Milano e anche se spesso viene eliminato a Sanremo dal pubblico che armato di sms preferisce qualche personaggio meno introverso, meno “strano”, la maggior parte delle volte gli viene assegnato il premio della critica, che io personalmente preferisco alla vincita vera e propria del festival. E’ un artista completo, anche lui ha parteciapto ad una trasmissione televisiva, con Adriano celentano per intenderci, e di recente ha pubblicato anche un libro.

Simone Cristicchi nel 2007 con il brano Ti regalerò una rosa ottiene non solo la vittoria ma anche il premio della critica; è un’artista eclettico, un fumettista e uno scrittore; il brano Meno male presentato a Sanremo l’anno scorso è stato il più votato dall’orchestra. Questi sono solo alcuni dei giovani che io ritengo veramente validi e soprattutto dotati non solo di capacità musicali ma anche di grande personalità, intelligenza e senso dell’umorismo. Che poi non sono così giovani, almeno, sono meno giovani dei ragazzi di Amici, ma sono giovani rispetto alle generazione di Morandi, Al Bano e Vecchioni. Non hanno partecipato a dei talent show per arrivare sul palco del Ariston, ma hanno alle spalle anni di gavetta fatta nei locali, e soprattutto se intervistati sono in grado di dare risposte soddisfacenti, degne del ruolo che ricoprono. Sanno fare battute pungenti, sanno ribattere a tono, senza mai essere volgari, ma sempre con grande stile. Forse Tricarico è un po’ di poche parole, ma meglio poche ma buone che poche, e inutili.

Comunque, sono felice per Vecchioni, la sua vittoria ha veramente conferito una ventata di stile al festival, che stava lentamente scendendo verso gli abissi dopo le vittorie di Marco Carta nel 2009 e di Valerio Scanu l’anno scorso. Ma ti pare che due individui del genere debbano vincere Sanremo? Al massimo a Castrocaro, e non mi avrebbero convinta nemmeno lì. Certo che Scanu con avversari del calibro di Emanuele Filiberto sarà sembrato Frank Sinatra, agli occhi di noi poveri italiani così ormai privi di gusto. E Tony Maiello che con Il linguaggio della resa ha vinto tra i Giovani, nel 2010? Non vi sembra un po’ troppo? Non vi sembra il caso di insegnare a questi ragazzi a parlare bene l’italiano, prima di buttarli sul palco del Ariston?

Grazie a Benigni, che ha dato una notevole lezione di cultura a tutti, soprattutto ai signori parlamentari della prima fila; grazie a Luca e Paolo, che si sono lasciati andare alla satira politica di razza pura; grazie a Morandi, che ha dato spazio ai grandi autori italiani e ha creato un clima informale, spontaneo ma allo stesso tempo di classe. E grazie a Vecchioni, che anche se ha vinto con un pezzo che ricorda sia Luci a San Siro che Samarcanda ha riportato la qualità a San Remo, e lo hanno dimostrato i fiori lanciati sul palco dall’orchestra.

Speriamo di riuscire a mantenerla, la qualità, che le cadute di stile sono sempre in agguato.

 

Ma la “squadra” di Morandi, è di sinistra?

Al grido di “Stiamo uniti!” l’eterno ragazzo di Monghidoro sta conducendo, tutto sommato, un buon Festival, direi anzi uno dei migliori degli ultimi anni. E’ riuscito a riscoprire i vecchi sapori di Sanremo, quegli ingredienti che tengono incollati gli italiani alla televisione. Se non fosse che si veste come uno che fa pianobar, con quelle giacche glitterate o vellutate…Va bene che è di Bologna, e Bologna è la città degli orchestrali, però chiediamoci a cosa stesse pensando Ferragamo quando ha disegnato quegli abiti per lui. Ma fosse l’unico problema: chi ha vestito i direttori d’orchestra? Perchè il maestro Fio Zanotti ieri con quella giacca sembrava un clown da circo, per non parlare poi di Max Pezzali, in camicia a scacchi e sopra, cos’era? Materiale da imballo? Sembrava l’omino che viene a fare la lettura del contatore del gas.

Campioni di stile purtroppo non ne ho visti, nemmeno da icone come Patty Pravo, che come ha sottolineato giustamente Malgioglio, sembrava Rita Levi Montalcini. Il personaggio di gran lunga più emblematico rimane lei, Anna Oxa, ora nel suo periodo blu come Picasso, in un look a metà strada tra la cantante degli Aqua, Geri Halliwell ai tempi delle Spice Girls e una drag queen di “Priscilla la regina del deserto”.

Le ragazze se la cavano bene, peccato che la Canalis abbia rischiato la vita due volte a causa del vestito e Belen sia così di lacrima facile, ma come dice lei, è la saudade; almeno adesso ho capito Miguel Bosè a Operazione trionfo: sono quasi dieci anni che lo prendiamo in giro, diamogli l’occasione per essere rivalutato. Ma grazie alla saudade della Rodriguez abbiamo avuto ieri un bel momento latino con il tanguero Miguel Angel Zotto, mentre stasera l’alma de Cuba Andy Garcia ci ha regalato un momento davvero magico, per un attimo anche il Gianni nazionale si deve essere sentito a L’Havana. Ciò che veramente sta rendendo unico questo festival è la satira di Luca e Paolo: finalmente è tornata la vera satira politica, quella vecchia maniera. Mi chiedo cosa stia facendo Masi: in sala non mi sembra di averlo visto, ma se ci dovessere essere i casi sono due: o è sotto effetto di stupefacienti, o gli hanno messo a tradimento i tappi in lattice nelle orecchie, quindi lui si starà limitando a ridere quando ridono gli anni senza capire una parola.Vi dirò: per un attimo ho temuto che potesse arrivare la telefonata in diretta all’Ariston, ma sinceramente spero non arrivino a tanto.

Comunque una cosa è certa: questo festival è di sinistra. Vi dico subito perchè: Morandi è un compagno e si sa; la satira è pungente, all’altezza degli anni d’oro del Pci; l’ospite internazionale di stasera ha cantato un ode a Cuba e domani arriva Benigni; Belen e la Canalis ieri alla prima uscita si sono presentate vestite una di rosso e l’altra di blu; che sono i colori del Bologna e Bologna è sempre stata una roccaforte rossa. Ci vorrebbe una finale col botto sabato, noi spettatori affezionati ne abbiamo bisogno, in fondo è dai tempi di Super Pippo che non riceviamo forti emozioni.

Spero solo che si abbia la decenza di far vincere una canzone degna; io tifo per Tricarico, come sempre, che anche se sembra sempre che l’abbiamo appena svegliato, è un personaggio davvero unico nel suo genere e riesce a portare sul palco dell’Ariston dei brani che sembrano delle filastrocche, un po’ come un menestrello alla Branduardi; tra l’altro dev’essere destino dei menestrelli avere un pagliaio al posto dei capelli.

Auguriamo quindi ascolti record al festival della canzonetta 2011, in modo che l’anno prossimo ci siano più fondi per i fiori, e per evitare che il teatro Ariston non faccia la fine che stanno facendo tutti i teatri italiani.

E grazie Gianni, per aver portato Bologna in Eurovisione.

“Another year” di Mike Leigh ci spiega che questo non è un paese per singles

Tom. Gerri. Una coppia, neanche a farlo apposta si chiamano così, chissà in quanti gli avranno fatto la battuta. Noi ce la risparmiamo. Una coppia inossidabile inglese, fatta di quotidianità lavorativa, lei con i suoi pazienti, lui con le sue buche. E poi l’orto, che li unisce in un progetto comune, un progetto tanto semplice quanto poetico, per chi sa apprezzare ancora le piccole cose. Attorno a loro gravitano una serie di casi umani che farà loro ripetere più volte al giorno: “meno male che ci sei tu, come siamo fortunati”. La fortuna è un prodotto che va utilizzato in coppia: nel senso, è sicuramente più gustosa, se condivisa. Prendete Mary, la collega nevrotica di Gerri: è single, vive in un appartamento in affitto e per comprarsi una piccola macchina usata deve rinunciare alle ferie. Una scelta un po’ forzata, anche perchè come giustamente sottolinea lei, in vacanza non saprebbe con chi andarci. Quindi: la vacanza non è un prodotto per single, di conseguenza mi consolo con una macchina, che non mette in evidenza la mia solitudine. Facciamo un altro esempio: la domenica. La domenica non è un giorno per single, perchè non c’è niente da fare per single. La passeggiata in centro, la pizza per cena, il cinema al pomeriggio, sono tutti passatempi per coppie. La nostra società lavora solo per le coppie. Forse perchè solo le coppie trovano interessanti questi passatempi; in fondo, quando si è in due, è sufficiente un parco, o un film da Blockbuster. Riempire la vita di un single diventa molto più impegnativo, perchè oltre a farli divertire devi anche creare le condizioni adatte perchè si incontrino tra di loro, in modo da prendere due piccioni con una fava. Eh sì, è decisamente più impegnativo. Per una coppia è sufficiente un centro commerciale, per un singles occore qualcosa di culturalmente-socialmente-antropologicamente entusiasmante.

Mary ama Tom e Gerri e si sente coccolata ed amata a sua volta da loro; forse spera che, essendo loro una coppia talmente bella e perfetta, frequentandoli riuscirà anche lei ad entrare in quel Parnaso d’amore, magari con un amico di Tom, o addirittura con il loro figlio trentenne: giovane, delizioso e soprattutto scapolo. Ecco quindi che entra in scena la sindrome di Mrs Robinson: la mia frustrazione sparirà completamente e la mia autostima  guadagnerà punti da vendere con un ragazzo più giovane. Ma Joe, il ragazzo, che rappresenta l’unica preoccupazione della coppia, cioè la potenziale possibilità che rimanga scapolo, si presenta un giorno dai genitori con una mielosissima e logorroica ragazza acqua e sapone tutta vegetali e cause impegnate, che conquista subito il cuore dei genitori di lui e fa crollare i castelli di carta della povera Mary. Se per un attimo ha potuto sognare in coppia, ora è costretta a tornare alla sua singola e tristissima vita. E’ tenero, l’immenso bisogno d’amore che manifesta con le sue nevrosi, con il suo alcolismo, con le sue battute amare che fanno ridere solo lei. Forse, sotto tutta questa ossessione che riversa su Tom e Gerri, si nasconde anche un po’ di invidia per loro che apparentemente hanno tutto, tutto quello che una persona può desiderare, e quindi la domanda che sorge spontanea è: perchè la ricchezza emotiva, come quella materiale, è mal distribuita? Perchè così come ci sono famiglie che non arrivano alla fine del mese e quelle che vivono invece nel lusso più sfrenato, esistono persone che sembrano avere 5 stelline in ogni settore della vita, e altri che hanno solo nuvole nere? Fa sempre parte del capitalismo, la distribuzione della felicità? E in base a cosa vengono scelti i fortunelli e gli sfigati?

una scena del film

Sicuramente Mike Leigh voleva semplicemente raccontare una storia, forse voleva entrare per un attimo nel quotidiano di una coppia come tante. Ma la vita di Joe diventa a colori con l’arrivo di Katie, mentre Mary e Ronnie, il fratello di Tom rimasto vedovo, sono in bianco e nero, esclusi dal sistema binario dei rapporti umani. Questo non è un paese per singles, mi pare ovvio.

L’unione fa la forza. Dal “The Day after” in poi al Mar di Ravenna

Sassu, Via Manzoni, 1952, olio su tela, Archivio Aligi Sassu, Carate Brianza

In un momento in cui tutti tentano di cavalcare l’onda dei 150 anni dell’Unità d’Italia, di Garibaldi e dei Savoia, Ravenna si distingue e focalizza l’attenzione su un episodio altrettanto carico di italianità, ma meno scontato. Ha inaugurato oggi infatti al Museo d’arte della città di Ravenna la monumentale esposizione che porta il seguente titolo: L’Italia s’è desta 1945-1953  Arte in Italia nel secondo dopoguerra, da De Chirico a Guttuso, da Fontana a Burri, curata da Claudio Spadoni, che per la prima volta riunisce tutte le correnti, i gruppi, gli artisti che hanno fatto la storia dell’arte italiana e non solo dal 1945 al 1953. Pochi anni, voi direte, ma ben oltre 160 opere a documentare un periodo artistico spesso trascurato. Siamo sempre stati talmente presi dal mettere in mostra Monet e compagnia bella da non poter soffermarci a chiedere: ma gli artisti italiani, dopo la guerra, cosa hanno fatto?

Evidentemente vale la regola che più un artista è in crisi, più produce capolavori. E in Italia, di quel che rimaneva dell’Italia, finita la guerra, di crisi ce n’era veramente tanta. Dobbiamo immaginare questo gruppetto di pittori carichi di odio e di rabbia, di sconforto e di miseria, che come prima cosa camminando fra le macerie provocate dai bombardamenti decide di eleggere Picasso a leader maximo del rinascimento pittorico post bellico, di quel nuovo modo di essere artista dell’avanguardia e portatore di ideali, e di scegliere Guernica, una delle sue opere più famose, come manifesto del nuovo fervore innovativo che porterà gli artisti di questi anni a guardare sempre più verso l’Europa, Parigi in particolare, ma anche a riscoprire i grandi maestri del ‘900. Questo, la volontà di riportare alla ribalta mostri sacri, ma ultimamente un po’ snobbati, come De Chirico, Sironi, Morandi, Carrà, denota una grande umiltà delle nuove generazioni, un desiderio di sapere, e chi meglio di De Chirico può far luce nel loro cammino, talmente divino e talmente consapevole di sè da arrivare a riprodurre in questi anni le sue stesse opere del periodo metafisico?

A far da padrone comunque è Renato Guttuso, altro grande protagonista di quegli anni, portavoce degli ideali del Pci che vuole che gli artisti dipingano il disagio dei lavoratori, creando quella classe di intellettuali di sinistra, oggi chiamati amorevolmente radical chic che però, diciamolo, di sinistra ormai hanno ben poco. E poi, i gruppi. Fronte Nuovo delle Arti, Forma 1, Corrente, gli Otto, il MAC ed altri ancora, tutti gruppi di artisti nati proprio in quegli anni, uniti dagli stessi ideali e dagli stessi obiettivi di far progredire l’arte, di rompere le barriere, di andare oltre. Ma anche in polemica fra di loro, divisi tra il realismo e l’astrattismo, ma anche oscillanti tra un realismo astratto e un astrattismo realista. Come c’è riuscito Lucio Fontana, creatore dello Spazialismo, presente in mostra con alcune tele, non ancora strappate, ma già proiettate verso uno spazio che va ben oltre la bidimensionalità. E’ dedicato uno spazio anche agli artisti cosiddetti outsiders, coloro che non fecero parte di nessun gruppo, volontariamente o perchè seguaci di un qualcosa che non può e non deve essere etichettato, come Bendini, come Vacchi, come Leoncillo, lo scultore più pittore che ci sia mai stato in Italia.

Antonio Sanfilippo, Composizione, 1947, olio su tela, cm 65 x 80, Collezione Antonella Sanfilippo

E così, tra un Moreni apocalittico, e un Afro psichedelico, si arriva alla sezione conclusiva, dove un Guttuso sindacalista, paladino delle masse, si contrappone al Vedova della gestualità più sfrenata, che guarda al action painting statunitense. In mezzo, a godersi la scena, De Chirico, di nuovo, stavolta in versione barocca, che non può fare a meno di chiedersi: ma ne vale veramente la pena cercare ancora qualcosa di nuovo nell’arte? Lui balla da solo e vince, nel suo percorso a ritroso e nella rivisitazione di sè stesso. Noi rimaniamo estasiati, di fronte a tanta bellezza.

Al bacio.

L’origine du monde secondo Oliviero Toscani

Gustave Courbet, L'origine du monde, 1866

1866:  Gustave Courbet, maestro del realismo francese, dipinge L’origine du monde, opera di chiaro intento provocatorio che ritrae senza tanti fronzoli le parti genitali femminili. E’ stato un gesto, quello di Courbet, molto forte per l’epoca, che ha scandalizzato tutta la “Parigi Bene” e non solo e che segue il filone dei cosiddetti antiaccademici, la corrente degli artisti che in maniera radicale propone un nuovo tipo di pittura, la pittura che ritrae la realtà, quindi anche le nudità femminili.

Oggi: Oliviero Toscani illustra con 12 patonze al naturale il Calendario 2011 del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata Al Vegetale che viene distribuito con il numero di gennaio della rivista Rolling Stones. E scoppia lo scandalo. Sul web alla voce “calendario Toscani 2011” non si legge altro che: “calendario shock; stop alla vagina di Oliviero Toscani; bufera sul calendario di Toscani” e strilloni del genere. Lui, il fotografo, ribatte elegantemente: “Quando tutti dicono avrei potuto farlo anch’io allora è una buona idea”. Solo per questa frase meriti tutto il mio rispetto e la mia ammirazione. E’ sempre troppo facile giudicare le idee altrui come un qualcosa di banale e scontato e che tutti sarebbero in grado di fare.

Qualche mese fa sono andata al cinema a vedere “The social network”, un film geniale, senza precedenti: la storia di uno studente di Harvard che per vendicarsi della ragazza che l’ha scaricato…inventa Facebook! Il primo fra tutti i social network, la nuova frontiera della comunicazione, un colosso mondiale. Alla fine del film, ancora galvanizzata per la visione, sto per dirigermi verso l’uscita ma vengo rapita da alcune battute a caldo di notevole spessore: ” Ma tu guarda, per un’ idea stupida del genere è diventato miliardario”. Tale bacino di utenza si ostina a perseguitarmi anche alle mostre di pittori dell’astrattismo o del surrealismo perchè non poche volte mi è capitato di sentire commenti tipo: “Mio cugino di tre anni lo avrebbe fatto uguale”. Prima di tutto vorrei ringraziare queste persone così magnanime nel voler condividere con noi la loro immensa saggezza e il loro prodigioso acume; non credo sarò mai in grado con così poche parole di rendere noto alla cittadinanza intera il mio livello di intelligenza. Poi vorrei anche chiedere loro dove si trovavano nel momento in cui Mark Zuckerberg, Joan Mirò, Oliviero Toscani e tanti altri avevano la loro idea geniale, visto che secondo loro è così ovvia. Forse alla toilette, o a gurdare Inter-Juve, o da Mediaworld a comprare l’ultimo modello di Iphone.

Tornando al Calendario di Toscani. Il pube femminile a suggellare l’autenticità della pelle italiana; l’oggetto del desiderio, nudo e crudo, messo alla berlina in tutte le sue sfaccettature e tipologie. Ancora una volta l’integrità morale del Belpaese e di chi ci vive è messo alla prova: siamo davvero in grado di distinguere ciò che è consono da ciò che non lo è? C’è da dire che i recenti avvenimenti lasciano alquanto a desiderare in fatto di sobrietà e sinceramente tra le foto del Premier nudo e il calendario di Toscani non saprei proprio a chi dare la Palma d’oro come miglior oscenità. Tra leggere sui giornali le intercettazioni telefoniche di Nicole Minetti che parla del regale didietro di Silvio come di un “culo flaccido” e delle vagine multicolor su un calendario, sinceramente non vedo quale sia la differenza. Una cosa è certa però: ci stiamo abituando al brutto. Ci siamo talmente assuefatti alle vicende legate ai festini di Villa Certosa che le provocazioni di Toscani non riescono nemmeno a risvegliare in noi quel minimo di curiosità artistica verso un personaggio che comunque, nonostante le sue campagne pubblicitarie siano sempre state in qualche modo scioccanti, resta uno dei migliori rappresentanti dell’arte della comunicazione italiana che con le sue foto ha segnato la storia.

Ma la verità è un’altra: la verità è che scandalo o non scandalo, natura o non natura, le parti intime sono brutte da vedere. Non potete dirmi il contrario. L’uomo nudo è ridicolo, la donna nuda fa subito pensare alle campagne femministe degli anni ’70 o alle performance di Marina Abramovic. Sembriamo degli alienati, nudi. E se i genitali li  teniamo coperti e li abbiamo sempre tenuti coperti un motivo ci sarà, a prescindere da Adamo, Eva e il Paradiso Terrestre. Nulla da dire quindi sul calendario di Toscani come provocazione, in primis, e della sua potenza a livello comunicazionale. Ma sulla bellezza, se si può ancora nel nostro secolo parlare di bellezza oggettiva, mi trova un po’ scettica. Già me lo immagino appeso in una qualche officina italiana.