Archivio mensile:marzo 2011

Cuore di mamma, cervello da manager

Aspettando il post.

Ieri mattina la mia migliore amica ha avuto una bimba altissima, che ha deciso di chiamare Marta, perchè spera, dandole un nome normale, che possa un giorno diventare una persona normale. Mi auguro a questo punto di non essere diventata quella che sono per il semplice motivo che mi chiamo Naima, che non è un nome normale.

Fine di Aspettando il post.

Mi avvicino ad un’età in cui di solito le donne diventano mamme, anzi, se fossi nata una ventina d’anni prima quell’età l’avrei già abbondantemente superata, ma siccome fortunatamente negli anni ’80 sono stati inventati i “bamboccioni” e le donne zitelle si sono gentilmente trasformate in “singles ma non per scelta”, riesco ancora a rientrare nel limite temporale massimo. Nella mia vita però mi è già capitato di incontrare donne più grandi di me che mi abbiano fatto pesare il fatto di non aver ancora messo al mondo una creatura a mia immagine e somiglianza, sostenendo la tesi che “presto sarei stata troppo vecchia per farlo”, “dopo quando lo vuoi non arriva più” o l’ancora più elegante “insomma non vorrai mica sembrare sua nonna”. Immagino la povera Gianna Nannini quante se ne sarà sentite dire, lei che ha aspettato Penelope per la modica cifra di 54 anni; io non ho mai pensato che lei volesse sembrare la nonna di sua figlia, semplicemente per tutti questi anni potrebbe essere stata molto indecisa sul da farsi. Esistono milioni di persone perennemente indecise, che non riescono a scegliere nulla: i gusti del gelato, il colore della cravatta, un film al cinema. La vita è fatta di scelte, e noi donne ne siamo l’esempio: noi passiamo la vita a scegliere se essere mamme o una creatura mostruosa che preferisce la carriera o qualsiasi altra cosa alla maternità. E’ così: se decidi che ancora non è il momento, se ritieni di non essere ancora abbastanza matura per poterti occupare di un bambino, se semplicemente il senso materno che tutte noi dovremmo avere, in te è leggermente più attenuato, allora non sei una vera donna: perchè una donna è completa solo se diventa mamma. Non posso quindi non domandarmi fino a che punto ci viene concesso di essere solo donne. Fino alla maturità? Al compimento dei 18 anni ci trasformiamo automaticamente in potenziali generatori di figli? Perchè la nostra società fatica ancora ad accettare la realizzazione personale di una donna che non sia strettamente collegata alla maternità? Perchè se affermo di volermi dedicare alla costruzione di un futuro lavorativo che mi gratifichi, immediatamente vengo etichettata come una donna arida, egoista, vuota, che pensa solo a se stessa? Mi capita di pensare allora che la mentalità delle persone è ancora ferma a quando la donna era poco più di una protesi del marito, utile solo per l’accudimento dei figli e la gestione domestica. La nostra società sta rallentando sempre di più i processi: ci vuole sempre più tempo per trovare un lavoro fisso, di conseguenza le tempistiche per ottenere un mutuo per acquistare una casa si prolungano all’inverosimile; far uscire dalla casa materna il proprio potenziale fidanzato, poi, è decisamente un’impresa titanica, che crea rallentamenti sul fronte di un presunto matrimonio che, se vogliamo che possa essere definito tale, necessita di almeno un anno di preparativi. Nel frattempo, che età abbiamo raggiunto? Trentadue, trentatrè anni? Troppi: è già ora di diventare madre, altrimenti scade il termine biologico. Ed ecco quindi che arrivano nove mesi durante i quali i datori di lavoro ti scansano come la peste; figuriamoci, già prima di rimanere incinta la domanda d’esordio di ogni eventuale colloquio di lavoro era: “ma lei non avrà mica intenzione di farsi una famiglia spero? No perchè in tal caso non possiamo certo permetterci di assumere una persona che dopo due mesi di lavoro si mette in maternità”. Le discriminazioni nei confronti delle donne non riusciremo mai ad abolirle definitivamente, soprattutto stando tra due fuochi: l’incombente peso della maternità da un lato per sentirsi donna a 360 gradi; il dovere di sposare la propria azienda rinunciando quindi ad ogni velleità di genitrice, dall’altro, per poter costruire una carriera lavorativa appagante. Se scegli la famiglia, tra il parto e il periodo successivo al parto, rischi di rimanere lontano dal posto di lavoro almeno un anno e mezzo, durante il quale una serie infinita di ventenni neolaureate ti avranno soffiato tutte le posizioni lavorative migliori, relegandoti al ruolo di  segretaria 5° livello; se poi addirittura senti la necessità di cambiare lavoro per trovarne uno più costruttivo è finita: dopo essere diventata mamma, nessuno ti assumerà più, perchè sanno benissimo che tutte le volte che il tuo bambino avrà la febbre, tutte le volte che la baby sitter non sarà disponibile, tu chiederai un permesso e l’azienda questo non se lo può proprio permettere.

Morale della favola: è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca: almeno nel notro Paese, sarai sempre costretta a scegliere. Nei paesi del nord Europa per esempio non è così: le madri lavoratrici hanno tantissime agevolazioni, quasi tutte le aziende sono dotate di strutture simili ad asili interni dove poter lasciare i propri figli durante l’orario lavorativo; di conseguenza quasi tutte le mamme scandinave sono donne giovani e in carriera.

E noi italiane? La scelta più giusta da fare, a mio avviso, è quella come sempre di optare per una situazione intermedia, tra la trentenne che si riduce a fare la madre rinunciando a tutti i suoi sogni di carriera, e la signora Nannini, che prima si è affermata come cantautrice e poi si è decisa a metter al mondo Penelope. Il Monica Bellucci Style, per esempio, è il giusto compromesso: lei infatti, ha dichiarato di essere diventata madre a quarant’anni perchè prima non avrebbe mai potuto rinunciare alla sua vita da bohemienne; ora invece, si sente matura, responsabile e molto più paziente. E’ giusto quindi sfruttare il più possibile un momento storico in cui le donne si stanno facendo valere sempre di più, dimostrando di essere superiormente capaci in tutti i settori lavorativi, tenendo conto che, all’oggi, a quarant’anni si è considerati ancora giovani. D’altronde, se non ora quando?

I dieci comandamenti di Roberto Saviano

Ma secondo voi il 17 marzo i voli in partenza dall’Italia costeranno meno? No perchè stavo quasi quasi facendo un pensierino sull’eventualità di emigrare il giorno dei festeggiamenti dell’Unità. Non ne posso davvero più di tutto questo tam tam mediatico sul come festeggiare, perchè festeggiare, del tal Comune che regalerà bandiere tricolore, dei cicli di conferenze sul Risorgimento, della polemica sui negozi che devono rimanere chiusi, dei sindacati che insorgono contro l’Ipercoop che tiene aperto, di Emma Marcegaglia che invece consiglia di non interrompere la produzione per festeggiare la patria. In tutto questo, scappare il 17 marzo per andare a Dublino a festeggiare San Patrizio è l’idea più brillante che ho avuto negli ultimi 30 anni. Non vorrei mancare di rispetto al Tricolore, ma questa overdose risorgimentale per una il cui patriottismo ha raggiunto i minimi storici grazie al bunga bunga, è davvero troppo. Dovete ammettere che è difficile provare amore per la propria bandiera in un momento in cui la Lega lotta con le unghie e con i denti per il federalismo fiscale, con il Trota agognante la conquista di Bologna quale roccaforte dei comunisti; il Premier, testimone vivente delle cinque giornate di Milano, che sfoggia ferite che neanche un veterano di guerra, con la stessa espressione con cui Rutger Hauer recitò il famoso monologo di Blade Runner; il colonnello Gheddafi in lenta trasformazione per ottenere le sembianze di un componente dei Rockets che chiede un risarcimento per i danni coloniali degli italiani in Libia per un ammontare di 5 miliardi di dollari. Danni coloniali? Ma a qualcuno risulta per caso che ci siano mai stati altri Paesi che abbiano fatto richiesta di risarcimento per danni coloniali? Tipo l’India agli inglesi? O il Brasile ai portoghesi, o uno dei mille paesi sudamericani agli spagnoli? Avrei proprio voluto vederlo Mubarak andare dalla regina Elisabetta a chiedere i danni coloniali. Ma perchè a noi devono sempre succedere queste cose? Fossimo un popolo di grandi colonizzatori; abbiamo avuto una politica coloniale che rasenta il ridicolo. Va a finire che si crea il caso e piano piano si presentano alla porta anche l’Eritrea e l’Etiopia a battere cassa.

Nonostante tutto, Roberto Saviano e Fabio Fazio si sono sfidati a lungo durante la trasmissione “Vieni via con me” a colpi di motivazioni sul perchè rimanere in Italia. Tanto che Saviano ha pure scritto un libro sull’argomento, dal titolo “Vieni via con me”, appunto, edito da Feltrinelli. Saviano è il vero eroe dei due mondi moderno, colui che ha sfidato la mafia, che ha raccontato ciò che mai avrebbe potuto essere svelato da qualcuno; è il nostro William Wallace, il Braveheart italico. Un ragazzo semplice, umile, un coetaneo che ha rinunciato ad essere un ragazzo di 30 anni qualunque per raccontare la verità. Saviano è un eroe perchè nonostante sia un “morto che cammina” come è stato definito ha molta più voglia di vivere di tante persone della sua età che non hanno i suoi problemi;  sa ancora apprezzare le piccole cose, i piaceri della vita, quei dettagli che forse tutti noi abbiamo provato almeno una volta e che ti fanno dire: “sì, per questo vale la pena vivere”. Dopo il suo ultimo intervento a Che tempo che fa, dove ha elogiato dieci cose che continuano ad emozionarlo, ho deciso che era arrivato il momento anche per me di stabilire quali sono le cose per le quali, secondo il mio punto di vista, valga la pena vivere:

1- un piatto di tortellini in brodo, dopo aver passato un’intera mattina per farli;

2- tornare a casa la sera e trovare il gatto che ha iniziato a fare le fusa appena ti ha vista;

3- fare il bagno al mare all’una di pomeriggio, quando sono tutti a casa a mangiare;

4- prendere l’aereo, qualunque sia la destinazione;

5- Bologna, alle 8 di mattina e alle 7 di sera;

6- i miei genitori che giocano a carte;

7- la sera della vigilia di Natale, il momento in cui si aprono i regali;

8- amare una persona e ritenersi fortunati per questo;

9- Shakespeare, per ogni singola parola che ha scritto;

10- Stefano Benni, per Bar Sport.

Queste sono le cose che mi emozionano e mi emozioneranno per tutta la vita. Ma anche Roberto Saviano mi emoziona, perchè grazie a lui riesco a trovare un motivo per essere orgogliosa di questo Paese. Comunque.

 

 

Non bastano cent’anni di Oscar per “Il discorso del re”

Non bastano perchè non è umanamente possibile rendere giustizia ad un film straordinariamente bello come “The king’s speech”, che ho visto domenica sera, in una sala strapiena di gente nonstante sia presente al cinema ormai da più di un mese e mezzo. Una storia, quella raccontata, che può sembrare totalmente frutto della fantasia romantica di un qualche sceneggiatore, ma che in realtà è documentata: Lionel Logue, scienziato logopedista australiano, nel 1937 viene insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine Reale Vittoriano (MVO), che nel 1944 viene elevato a Comandante (CVO), ed è noto per aver curato la balbuzie di Re Giorgio VI. Nella pellicola diretta dal regista inglese Tom Hooper, Logue è interpretato da uno splendido Geoffrey Rush, che è veramente australiano naturalizzato inglese, che ha all’attivo una quantità incredibile di successi ma che è ricordato soprattutto per aver ottenuto l’Oscar per la sua interpretazione in Shine, nel 1997. Colin Firth è invece Giorgio VI e penso proprio che con questo film abbia raggiunto l’apice della sua carriera, non solo perchè l’interpretazione di un sovrano gli è valsa la statuetta tanto ambita, ma perchè ha dimostrato di essere veramente un attore superbo, capace di rendere perfettamente l’idea del disagio vissuto da un balbuziente. A lui piace dire che il ruolo al quale è più affezionato è quello di Marc Darcy ne Il diario di Bridget Jones; beh, è sicuramente uno dei film più deliziosi mai realizzati dal cinema inglese, ma perchè ricordarlo con un terribile maglione con le renne addosso quando Tom Ford che l’ha diretto in A single man l’ha reso campione di impeccabile eleganza?

I due protagonisti, Firth e Rush, si erano già precedentemente incontrati sul set di Shakespeare in love, altra pellicola meravigliosamente trasudante romanticismo, ma dotata di splendide musiche, splendidi costumi e splendidi scenari, dove Rush è Philip Henslowe, impresario teatrale inglese, mentre Firth è Lord Wessex, colui che finirà per sposare Viola De Lesseps, l’amata di Will Shakespeare, interpretata da Gwyneth Paltrow. Non si sa bene per quale motivo, a Colin Firth riescono bene i ruoli di imbranato un po’ goffo, come ha dimostrato per Bridget Jones, per Shakespeare in love, ed ora per Il discorso del re. Perchè Bertie, che diviene re Giorgio VI in seguito alla morte del padre, re Giorgio V (interpretato da Michael Gambon, già Albus Silente in Harry Potter, dal terzo episodio in poi), e successivamente a causa dell’abdicazione del fratello Edoardo VIII, soffre di una balbuzie che nemmeno i più illustri luminari del regno sono riusciti a curare. Solo Logue, dopo un inizio di rapporto un po’ burrascoso, riesce ad entrare in sintonia con il sovrano, riuscendo ad instaurare quel rapporto di fiducia che li accompagnerà per il resto della loro vita. E’ di questo che aveva bisogno, re Giorgio? Sì, aveva un terribile bisogno di un amico, di una persona che lo aiutasse ad acquisire quella fiducia in sè stesso, quella consapevolezza del ruolo che è stato costretto a ricoprire ma che in realtà non voleva, perchè nessuno lo aveva mai fatto sentire all’altezza. Lui, Bertie, duca di York, era sempre stato il secondo, il fratello minore dell’erede al trono, una personalità timida, introversa, insicura, vessato da un padre un po’ troppo duro, addirittura scartato dalla balia che non lo nutriva. La moglie, Elizabeth, la futura Regina Madre, si rivolge a Lionel Logue, consapevole dei metodi poco ortodossi da lui utilizzati, per amore del marito, perchè sa che la medicina “ufficiale” non avrebbe mai potuto aiutarlo. Bertie ha bisogno di un’overdose di autostima e la troverà solo da Logue, che dopo il primo discorso tenuto dal sovrano nel 1939, lo accompagnerà per sempre, dandogli forza e fiducia.

i "veri" re Giorgio VI e Lionel Logue

Una storia davvero toccante, quella dell’amicizia tra il re e il suo logoterapeuta, qui resa da un’ intensa interpretazione di tutto il cast, passando da Helena Bonham Carter, nel ruolo della Regina Elisabetta, a Timothy Spall, perfetto nel ruolo del burbero e autoritario Winston Churchill. Eccellente anche la fotografia, soprattutto nelle inquadrature all’interno dello “studio” di Logue, come anche le musiche, realizzate dal compositore francese Alexandre Desplat, già autore della colonna sonora di The Queen, altro “reale” film britannico, e che è stato scelto per le musiche di  Harry Potter e i doni della morte – parte I.

Lo definirei tranquillamente il miglior film della stagione, a parimerito di The Social Network, con un’unica postilla: da vedere e rivedere, in lingua originale, perchè per quanto siano bravi i nostri doppiatori, l’interpretazione balbettata di Firth in inglese è divina, assolutamente divina.

L’insostenibile leggerezza dell’essere gay

Ancora tu??!!!Ma non dovevamo non vederci più??!!!

Non avendolo potuto televotare quest’anno a Sanremo e dopo il brano – culto dell’anno scorso sulla vicenda di Eluana Englaro, credevo proprio di essermi liberata definitivamente di Giuseppe Povia. E invece, a grande richiesta dei lettori di Oggi e di tutti i baciapile d’Italia, eccolo che torna con l’affaire Luca era gay e adesso sta con lei, al quale il settimanale ha dedicato questa settimana un avvincente dossier di tre pagine. In esclusiva, pensate cari amici lettori, la testimonianza del vero Luca, cioè colui al quale si ispira l’intenso brano di Povia, che racconta la sua storia, di quando credeva di essere omosessuale e del fatto che adesso effettivamente stia con una lei e abbia ritrovato la serenità grazie all’apparizione della Madonna. Ma allora è proprio vero che alla Madonna le si può chiedere qualsiasi cosa? Beh, meno male che noi in Italia non dobbiamo fare neanche tanti chilometri per sentire odore di santità, noi abbiamo il Vaticano che cura tutto, qualsiasi malattia troppo misteriosa anche per il dottor House; chissà che non riesca a liberarci per sempre da questa piaga dell’omosessualità. Ho letto l’articolo tutto d’un fiato, tanto è appassionante, venendo così a conoscenza di verità nascoste sulla vicenda e di retroscena fondamentali per capire il perchè della conversione del nostro amico Luca. Tutto iniziò con la separazione dei suoi genitori: Luca, contornato e coccolato da un oltremodo asfissiante gineceo, sente di essere attratto dai compagni di scuola simbolo di virilità e mascolinità. L’adolescente quindi decide di aprirsi con uno psicologo il quale non ci mette molto a pronunciare la prognosi: il ragazzo infatti viene inequivocabilmente dichiarato omosessuale. Rassegnato ed emotivamente scosso per l’ annuncio dello specialista, Luca decide di accettare la realtà e di buttarsi a capofitto in questa vita che il destino ha deciso spietatamente di assegnargli. Dopo un periodo fatto di locali notturni, feste e storie occasionali, Luca sente un fastidio, una voce dentro di sè che gli dice che qualcosa non sta andando per il verso giusto. “Ti credo, sono gay” avrà pensato il giovane, ma non era quello il verso cui accennava la propria coscienza. Era quindi giunto il momento di trovare una soluzione a questa punizione che gli era stata ingiustamente inflitta, questo dover essere continuamente additato come il diverso, il deviato: non c’è infatti punizione peggiore al mondo di dover essere omosessuale in Italia.

Luca quindi si rivolge a qualcosa che sta in alto, molto in alto, qualosa che evidentemente ha anche il potere di far tornare normali i gay: va infatti in pellegrinaggio a Medjugorje dove, inaspettatamente, avviene il miracolo: Luca si redime, capisce che in realtà anche per lui tira più quella cosa lì di un carro di buoi, si innamora di una ragazza e si sposa. Si conclude così l’odissea del povero Luca col quale apparentemente il destino si era inizialmente dimostrato ostile, ma che lui è riuscito a cambiare e anzi, contento come non mai di non dover più indossare quegli scomodi pantaloni di pelle e di non dover più ascoltare a forza gli album di Anna Oxa e di Barbara Streisand, decide di fare un coming out del coming out in un libro, Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso, edito da Piemme.

In questo Paese davvero non ci facciamo mancare nulla. A parte il fatto che devo dire grazie, mille volte grazie a Umberto Brindani e al suo giornale Oggi perchè se non ci fosse non esisterebbe neanche il mio blog, per tutte le occasioni di approfondimento che settimanalmente mi fornisce. E complimenti per il tentativo di voler apparire un magazine politically correct pubblicando accanto all’intervista a Luca di Tolve un commento di Alessandro Cecchi Paone, ormai noto omo – symbol, dove spiega a chi forse non l’ha ancora capito che essere gay non è una malattia, nè una piaga d’Egitto, nè una trovata dell’Opus Dei per espiare le proprie colpe di una precedente vita. Abbiamo davvero ancora bisogno di qualcuno che ce lo faccia notare? Dobbiamo ancora sentirci dire che “solo una coppia formata da un uomo e una donna è naturalmente portatrice di novità in quanto capace di generare un’altra vita?” Forse neanche la Chiesa Cattolica allora a questo punto ha ben chiaro cosa sia l’amore. Perchè l’amore vero non è la capacita di procreare, l’amore è il voler trascorrere la propria vita a fianco di un’altra persona, e ci tengo a precisare che è venuto il momento di utilizzare il termine PERSONA, perchè siamo tutti persone e ci innamoriamo di persone, uomo o donna che siano. E’ quindi il caso di prendere in considerazione la possibilità che nella propria vita ci si possa innamorare di un uomo e poi successivamente di una donna, senza per forza dover essere eletti Mister Gay per poi dover andare a ritrovare sè stessi a Medjugorje. Ma scusate, quel tale che si era innamorato di un maiale, non era per caso un santo?

 


Gassman e il suo Roman, Pirandello e i suoi giganti

Ho assistito a due notevoli spettacoli teatrali, la settimana scorsa. Il primo è  “Roman e il suo cucciolo”, un riadattamento di Cuba and his Teddy bear, di Reinaldo Povod che fu portato in scena nel 1986 da Robert De Niro. La regia è di Alessandro Gassman, che è alla sua terza prova da regista ed è anche interprete principale. Il protagonista è Roman, interpretato da Gassman appunto, un rumeno immigrato in Italia che vive in un appartamento che per alcuni potrebbe sembrare un interessante loft di derivazione industriale, ma che in questo caso aveva l’intento di sembrare un’ abitazione non certo di prima scelta. Roman vive con suo figlio che lui chiama cucciolo, un adolescente apparentemente diverso da lui, che vuole essere diverso da lui, per gli interessi alla letteratura e allo studio che dimostra, ma che finirà inevitabilmente per somigliare al padre più di quanto lui voglia ammettere. Con loro, uno zio pugliese, volgare, invadente e stereotipato, ma allo stesso tempo affettuoso e interessato soprattutto alla situazione nella quale cucciolo è costretto a vivere. La scena, a metà tra una sitcom americana e un happening iperrealista, è intervallata da una serie di personaggi straordinariamente interpretati, una prostituta sotto “protettore”, il pappone dell’est, un finto guru tossicodipendente, un coattone spacciatore, che arricchiscono e forniscono ancora più immediatezza alla piéce.

Vi dirò, a tratti ho dimenticato di essere a teatro. La regia è superba, davvero, Gassman riesce a ricreare queste situazioni a metà strada tra teatro e cinema, sia attraverso le musiche, sia con questo pannello situato tra il pubblico e il palco che a tratti diviene protagonista e sul quale vengono proiettate delle immagini quasi oniriche. E’ veramente l’evoluzione del teatro, quella effettuata da Gassman, in continua ricerca di una dimensione terza, che riesca a dare le stesse emozioni del teatro ma sfruttando le situazioni coinvolgenti del cinema. Ti tradisce e ti illude, inizialmente, lo spettacolo, con la spontaneità quotidiana dei dialoghi tra Roman e lo zio, che sfociano inevitabilmente nella comicità, per l’utilizzo di un italiano pugliesizzato dell’uno e per il rumeno italianizzato dell’altro (incredibile la versione rom di Gassman); per la tenerezza del rapporto tra il ragazzo e il padre, quest’ultimo consapevole di essere quello che è ma nonostante tutto speranzoso che il figlio possa ancora essere diverso. Crudele, da tragedia greca, il finale. Lo spettacolo è patrocinato da Amnesty International, col chiaro intento di fornire spunti di riflessione sulla questione dell’integrazione degli immigrati in Italia: ricordiamocelo, ci siamo passati anche noi italiani, tanti anni fa…

Interessante e coinvolgente anche il secondo spettacolo al quale ho assistito che è invece un testo classico, l’opera incompiuta di Luigi Pirandello “ I giganti della montagna”, messo in scena dalla Compagnia Diablogues, fondata da Stefano Randisi ed Enzo Vetrano, affermatissima e pluripremiata coppia di attori che interpretano rispettivamente il conte e il mago Cotrone. Uno spettacolo ambiguo, come tanti testi pirandelliani, attraversati di frequente dal tema del doppio, che è alla base della poetica di Pirandello, qui rappresentata in maniera geniale dal gioco gemellare effettuato dalle sorelle Ester e Maria Cucinotti, entrambe interpreti di Ilse, la contessa. La scena è abbastanza minimalista, un po’ da Dopoguerra, ma che non permette distrazioni facendo sì che l’attenzione sia rivolta interamente agli attori, bravissimi e scelti alla perfezione per ciascun ruolo. La contessa è viva o è un sogno, appartiene al mondo reale, o porta tutti gli attori in una dimensione parallela, per raccontare la sua storia?

La magia di Pirandello è anche questa, far sembrare ciò che non è, rendere metafisico anche ciò all’apparenza è abbastanza ovvio, e la Compagnia Diablogues è riuscita a ricreare questa atmosfera, senza troppi effetti speciali, solo con la propria espressività, dimostrando di essere entrati alla perfezione nella mente dell’autore, per quanto potesse essere complessa ed enigmatica.

Sipario. Applausi.

La regola dei due anni (che poi una volta erano tre)

Ero in procinto di scrivere un post serio, su un argomento intellettualmente interessante, ma sono stanca di essere scambiata per una radical chic così ho pensato: “è ora di alternare pensieri seri ad articoli nazional popolari”, in modo da ricevere anche commenti dozzinali come mi è capitato la settimana scorsa, che non leggerete mai perchè li ho democraticamente cestinati.

Leggevo stamattina mentre facevo colazione un articolo su Vanity Fair dal titolo “Studiamo il teorema dei due anni” dove l’autrice Paola Jacobbi si interroga del perchè ci siano coppie, soprattutto star del cinema, che durano tassativamente due anni. Madonna, Scarlett Johansson, donne bellissime, star di Hollywood, icone di stile e di tendenza, che si innamorano perdutamente di uomini equamente attraenti, li sposano con matrimoni da Mille e una notte, magari ci fanno anche un figlio ma allo scadere dei due anni puf! La carrozza si trasforma in zucca, il pezzo da novanta viene surclassato da un altrettanto aitante divo e la favola ricomincia. Che poi Frederic Beigbeder, nel suo libro “L’amore dura tre anni”, edito da Feltrinelli, sviluppa invece con spietato cinismo la teoria dei tre anni: il primo di innamoramento, il secondo di tenerezza, il terzo di noia. Secondo il protagonista, quindi, il ciclo vitale di un rapporto è di tre anni proprio perchè si devono sviluppare queste tre fasi, per far sì che un amore finisca: prima si è accecati dalla passione e dall’entusiasmo, poi il rapporto cambia e ci si inizia a chiedere come mai. Infine, si comincia ad evitare il partner, senza rendersene conto, fino a quando ci si innamora di un altra persona. La teoria di Beigbeder è estremamente estrema, frutto della penna di un qualche maschio ferito e meschino che ha squallidamente tradito la moglie e ora per trovare riparo dai sensi di colpa cerca di trasformare questi sentimenti alienanti in una teoria scientificamente provata. Mah…

La causa di questi amori biennali pare sia il divario di celebrità tra i due componenti della coppia che solitamente sono entrambi noti al grande pubblico, ma evidentemente non hanno lo stesso peso di notorietà. Tanto per capirci: c’è solo un’ape regina in ogni alveare e un solo galletto in ogni pollaio. Quindi o è lei ad essere sulla cresta dell’onda e lui un principe consorte in secondo piano, oppure è lui il protagonista dei riflettori e a lei tocca quindi il ruolo di attrice non protagonista. Dopo una prima fase di innamoramento sfrenato, durante la quale non sei nemmeno infastidito dal paparazzo che fa apparire tu e la tua lei o lui in tenere effusioni su tutti i rotocalchi, segue una seconda fase di consolidamento, dove si tenta di decidere se andare a vivere insieme nel super attico newyorkese di lei o nella villa a Beverly Hills di lui. Durante questa fase, la vita di coppia viene continuamente interrotta dalle telefonate dell’agente di uno solo dei due, mentre l’altro comincia ad avvertire in maniera lieve che qualcosa non va. Ed ecco che avviene il giro di boa: quando il lui o il lei da dietro il sipario tenta di conquistare il ruolo da primadonna al pari del partner, il rapporto di coppia piano piano si sgretola, le reciproche invidie hanno il sopravvento, e l’amore finisce. O più precisamente, quel che poteva sembrare, amore. Se si è abituati alle lusinghe, se si è affetti da quella che amabilmente ho imparato a chiamare sindrome di narcisismo, non si accetta di vivere di luce riflessa, ma di luce propria. E in una stessa casa non ci possono essere due fonti di luce di uguale intensità: ecco perchè due divi, due animali da palcoscenico non possono vivere sotto lo stesso tetto. Sono rari, rarissimi i casi di durata di una coppia simile; sono casi talmente rari che solitamente vengono ricordati, ad esempio i giornali scrivono accanto al nome dell’attore o attrice di turno frasi del tipo: “sposato con la stessa donna/uomo da più di trent’anni”. Oppure durano perchè uno dei due ha rinunciato alla carriera e in questo caso si spera per scelta, perchè altrimenti non può durare per sempre nemmeno in quest caso, anzi, la fenice sopporta per uno, due, tre anni dopodichè non potendone più rinasce dalle proprie ceneri con ancora più determinazione di prima, accusando il proprio partner di averle tarpato le ali, smorzato le proprie aspirazioni o cose di questo genere. Prendiamo ad esempio la coppia Cruise/Holmes: quanto pensate possa resistere Katie, bellissima e più giovane di Tom di vent’anni, corteggiata dalle case di moda, ridotta a fare la mamma di una bambina che ormai è più diva di lei? Va bene che lui è l’uomo più sexy degli anni Ottanta (e chi se lo dimentica Maverick?) ma ci sarà un motivo se delle stangone come Nicole Kidman o Penelope Cruz l’hanno scaricato: Tom, non è che per caso sei un po’ narciso anche tu?

Comunque, la coppia che resiste sempre di più alla fine, è quella formata da star/persona normale, soprattutto se ad essere famoso è l’uomo: le donne, si sa, sono più forti, più equilibrate, vivono meno la competizione; gli uomini la competizione la vivono dai tempi dell’ora di ginnastica a scuola, quando costretti a fare la doccia tutti assieme si confrontavano le dimensioni dei rispettivi..Ecco perchè si è soliti dire che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna: perchè gli artisti, gli uomini di spettacolo, dietro a un’apparente spavalderia nascondono delle fortissime insicurezze, sentono la necessità di essere continuamente lusingati, lodati, per ogni cosa che fanno cercano la conferma della propria partner, che poi, a successo ottenuto, ricambiano con dichiarazioni pubbliche melense e strappalacrime come quella fatta da Colin Firth la notte degli Oscar o quella di Vecchioni nei confronti della moglie a Sanremo. Uomini di successo, vincenti, che però di fronte alla gloria ammettono senza remore le proprie mancanze e attribuiscono i propri successi alle compagne. E di nuovo, non posso fare a meno di chiedermi: è tutto frutto del solito, classico archetipo edipico, tipo una sorta di ringraziamento ancestrale alla donna quale generatrice di uomini, o è finalmente arrivato il momento di smetterla di rinfacciarci quella cazzo di costola?