Archivio mensile:agosto 2011

A love story. Capitolo 2: l’eterno Capodanno

“Non nuocere, viene prima di amare, perchè si può nuocere amando l’altro senza rispettarlo”

Luce Irigaray

 

Non esiste un momento giusto per dirsi addio. Non esiste un’età, nè una stagione. Nessuno riuscirà mai a dire al proprio compagno: “Ecco, adesso sono a posto. Puoi lasciarmi”. Per una storia che finisce o per un matrimonio che salta, i figli sono sempre troppo piccoli o troppo fragili, al lavoro è sempre un momento di notevole stress e ci sarà sempre in famiglia una situazione che ti porterà a dire: “proprio adesso, non poteva scegliere momento migliore”. Evidentemente l’andamento delle storie d’amore avanza di pari passo alla teoria della collana di perle: quando se se ne sfila una si sfilano tutte. Quindi i momenti difficili non sono mai determinati da un problema solo, ma da una serie di eventi sfortunati che sembrano accanirsi solo e unicamente su una persona sola. D’altronde però, la vita è fatta anche di questo, da momenti belli che si alternano a momenti duri e la difficoltà vera sta proprio in questo: nel saperli affrontare. E qui arriva il bello, per modo di dire, cioè il nodo della questione: non tutti sono in grado di affrontare le difficoltà che la vita ti propone, in un susseguirsi di corse ad ostacoli e percorsi da addestramento del corpo dei marines. Chi si ferma è perduto, si è soliti dire, chi non ce la fa, cade. Ma qual è il vero campo dove tutto viene messo continuamente alla prova? I rapporti di coppia, che come delle spugne assorbono le ansie, i problemi, e li rilasciano sotto forma di dubbi. Al primo intoppo sono proprio i rapporti a rimetterci, sono la prima cosa in assoluto che viene messa in discussione. Umberto Galimberti, nel suo saggio “Le cose dell’amore” sostiene che il problema sia di percezione: nel senso che tendiamo sempre a trovare problemi esterni per giustificare una eventuale crisi di coppia, ad esempio l’entrata in scena di una terza persona, i figli che assorbono totalmente l’energia delle donne trasformandole troppo in “mamme”, un lavoro eccessivamente impegnativo, ecc…

Stesso discorso, se visto dall’altra parte. Un rapporto a due sembra funzionare se c’è passione. Solo la passione viene considerata il motore trainante: se la passione svanisce, allora non rimane più nulla. Ma come si risolve il problema se, come dice Galimberti, la passione è nemica del matrimonio in quanto alimentata da un’altissima componente di imprevedibilità, mentre la primaria essenza del matrimonio è per forza di cose la certezza che risiede nella banale e ordinaria quotidianità? Ovvero, è possibile creare un perfetto equilibrio tra la variabile passione e la costante certezza? Se avete un po’ di tempo da perdere e volete investirlo in un costruttivo sondaggio sottoponendo ad un campione di popolazione la suddetta domanda, vi accorgereste con non poco scoraggiamento che il “no” vincerebbe quasi a suffragio universale. Il luogo comune per antonomasia è “il matrimonio è la tomba della passione” che diventa una specie di mantra per quella deliziosa schiera di uomini dai quaranta ai cinquant’anni in rilancio che vivono la liberazione dal matrimonio come una vera e propria “rinascita della fenice” e che non vedono l’ora di togliersi questo bruciante e maledetto anello dal dito compiendo dei veri e propri riti di purificazione dalla vita di coppia. “Si è spenta la fiamma” o “la vita è una” sono i best sellers di questi nuovi yuppies in giacca e blue jeans, scalpitanti dal desiderio di riaprire la stagione della caccia. Perchè è questo, fondamentalmente, che manca alla abitudinaria vita di coppia: la caccia, la possibilità di nuovi incontri che possano riaccendere quella curiosità, che aggiungano pepe alla monotonia della vita a due. Sono così desolata nel sentire che chiunque, anche i meno sospettabili, siano potenziali soggetti a rischio e possano da un momento all’altro subire il richiamo delle sirene di Ulisse; doveva esserlo anche Woody Allen, all’epoca, poco sospettabile…

Nel giro di pochi mesi sono venuta a conoscenza dell’irrimediabile destino di due coppie, due uomini e due donne, che per un niente, un transitorio bisogno di leggerezza, hanno deciso di buttare all’aria una vita assieme. Quando è una terza persona a subentrare nel binomio coniugale è sempre troppo difficile mantenersi fermi sulla carreggiata, ma si comincia a pensare che forse l’altro è in grado di regalarci ancora quella magia, quell’avventura che vedevamo così lontana ormai, anni luce. L’immaturità ci porta a pensare di dover per forza assaporare ogni occasione che la vita ci propone, ogni attimo fuggente, per sentirci vivi e per poter dire che stiamo vivendo la vita come deve essere realmente vissuta. Ma siamo così sicuri che la vita debba essere vissuta a tutti i costi in maniera egoistica a scapito di chiunque ci stia attorno, figli, compagno, ecc…? Oppure siamo noi che non siamo in grado di accettare il fatto che non siamo capaci di costruire l’avventura e la novità all’interno del rapporto di coppia stesso, giustificando quindi l’avvento della noia e la dispersione dei sentimenti sempre con un’accezione fatalista? Evidentemente le persone pretendono che la vita di coppia sia un eterno Capodanno, e l’amore lo spumante di mezzanotte. Personalmente, a me di Capodanno ne basta uno, una volta all’anno. Per il resto, una birra e due chiacchiere sono sufficienti a farmi sentire una persona felice.

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La bici, la nebbia e i soliti ignoti: cronache di un artista casalingo

E non casereccio, come ci tiene a sottolineare lui, Maurizio Cattelan, l’artista più famoso del mondo, definizione attribuitagli dal critico d’arte Francesco Bonami nell’Autobiografia non autorizzata edita da Mondadori. Bonami parla in prima persona come se lui fosse nella testa di Cattelan, come in Being John Malkovich, cercando di ricostruire quelle che sono le tappe fondamentali della sua vita che lo hanno portato a scappare dalla nebbia puzzolente di Padova per diventare quello che è, un artista dissacrante e ironico per alcuni, eccessivamente sopravvalutato per altri. Da quanto ho letto, non poteva andare diversamente, nel senso che prima o poi se ne sarebbe accorto, di essere un artista e allora avrebbe dovuto seguire la sua strada a qualunque costo. Fortunatamente l’illuminazione l’ha avuta abbastanza in tempo da non dover rivoluzionare più di tanto la sua vita che, tra parentesi, è una cosa che gli artisti detestano fare. Sì perchè Maurizio Cattelan forse non lo sa, ma rispecchia e incarna tutte le caratteristiche fondamentali che un vero artista con la A maiuscola deve avere, per essere identificato tale. Essere artista non è un mestiere, è un prototipo caratteriale: ci nasci, non ci diventi. E lui c’è nato, artista, con tutte le sue paure, le sue fragilità, la sua incostanza ma anche e soprattutto, l’abitudinarietà. Tutti pensano che gli artisti siano dei viaggiatori, degli estroversi, degli eclettici. In realtà ciò che più li tranquillizza sono i ricordi infantili, le mura domestiche, il pane inzuppato nel latte. La vita, la società, è qualcosa di estremamente spaventoso per loro, che li porta a cercare le certezze nelle piccole cose, lontane dalla realtà. Ma c’è un qualcosa che li rende inquieti e che li fa fuggire, da tutto e da tutti: l’eterna insoddisfazione.

Una volta mi è stato chiesto di definire cos’è un artista. Ho risposto dicendo che un artista è colui che fagocita idee. Non le elabora, non le fabbrica, non le produce: le fagocita, le visualizza già fatte e le inghiottisce, per poi farle diventare, alla fine del percorso, opere d’arte. Quindi se ci pensate è come se le idee fossero cibo e le opere d’arte escrementi; gli artisti infatti le proprie opere un po’ le considerano escrementi, perchè queste idee che loro con tanto sforzo hanno tentato di rielaborare difficilmente riescono a prendere la forma che volevano dargli e allora è qui che nasce l’eterna insoddisfazione: il tormento di non riuscire pienamente a far vivere materialmente le idee che precedentemente erano state rubate da qualche parte. Perchè il bravo artista, come diceva Picasso, ruba, non copia, e Maurizio, anche se non si crede Picasso, a differenza di tanti altri suoi colleghi,  sente di essere un vero artista in quanto ruba: biciclette, in primo luogo, dalle quali non si separa mai, poi idee. Idee che sono figli per lui e che quindi vanno accuditi, curati, educati, nelle quali vengono riposte tutte le energie e tutti i sentimenti. Si definisce anche una formica globale, nel senso che accumula idee per i tempi bui, per quando queste verranno a mancare. Tutto ruota attorno all’arte e nessuno si può frapporre tra l’artista e la sua arte: ecco quindi che Maurizio ammette la sua incapacità di portare avanti una relazione con una donna, le donne lo spaventano e forse assorbono ciò che per diritto deve essere destinato all’arte. Le donne saranno sempre e solo amanti per gli artisti, perchè la vera compagna di vita è sempre e solo l’arte.

Le opere di Cattelan nascono sempre un po’ per caso e un po’ per gioco e spesso in situazioni estreme, quando a pochi minuti dall’inaugurazione di una sua mostra si è trovato a dover riempire le sale di una galleria senza sapere minimamente con cosa: ed ecco che la necessità risveglia l’ingegno e la materia di cui sono fatti i suoi sogni assume le forme più disparate, dal cavallo che penzola a Hitler inginocchiato al Papa colpito da un meteorite, e come i mollicci in Harry Potter sono spesso le stesse idee ad indossare le vesti delle sue paure, delle sue idiosincrasie. Ma ciò che più mi piace di lui e che me lo fa vedere davvero un’artista autentico, per nulla costruito, è che queste sue “trovate dell’ultimo minuto” fanno incazzare da morire i critici. Forse perchè fanno ridere, e i critici non vogliono ridere. Forse perchè si sentono presi in giro, alle Biennali, e i critici non vogliono sentirsi presi in giro, loro vogliono essere l’autorità assoluta. I critici esigono che venga mantenuta una certa sacralità nell’arte, tentano di stendere una coltre di pesantezza e cerebralità sul mondo dell’arte. Mi ricordo mio padre quando ascoltava un’improvvisazione jazz e rideva: il fatto che ridesse mi ha sempre fatto capire che il musicista in questione doveva essere davvero bravo, molto più degli altri, per farlo ridere. Cattelan mi fa sbellicare dalle risate, quindi per me è bravo. Punto.

Credo di aver seguito il maestro di qualcun altro

Non scrivo da un po’, per mancanza di tempo non per carenza di idee, anzi, quelle le ho accumulate durante i viaggi in treno che scandiscono ormai la mia vita da qualche settimana, e vi assicuro che non c’è niente di più fastidioso del non poter concretizzare nell’immediato un’idea che ti ronza in testa. Per esempio: sono andata alla presentazione del nuovo libro di Alessandro Meluzzi, psichiatra, opinionista, prezzemolino di un vasto assortimento di trasmissioni televisive che si nutrono di cronaca nera con i vari Milo, Balivo, Perego, ecc. Ho seguito il mio maestro, questo il titolo del libro in questione, una chiacchierata, chiamiamola così, sulla sua idea di educazione mista a companatici di natura piuttosto guelfa. Ma andiamo per ordine: il nostro illustre benemerito quando gli è stata data la parola dal suo intervistatore ha esordito di fronte al suo pubblico gettando fango su un collega, il rispettabile Piergiorgio Odifreddi, definendolo “un buffone che non sa quello che dice e che si spaccia per matematico per dimostrare la non esistenza di Dio quando in realtà è solo uno che ha studiato algebra”. Piuttosto elegante come incipit, considerando che alla serata il buon Odifreddi non è stato invitato quindi non era presente al momento dell’exploit di Meluzzi, di conseguenza non ha potuto difendersi da simili accuse; ora, capisco che la disputa fra i due sia iniziata ormai tempi addietro e che sia in continuo sviluppo ogni qualvolta si presenti l’occasione, ma sminuire le teorie dell’avversario prima di iniziare a parlare per fare in modo che le tue risultino più autorevoli non mi sembra una gran strategia, comunque andiamo avanti. La digressione è proseguita tra frasi in greco antico, paroloni in latino, scatti d’ira alla Sgarbi e una quantità incredibile di banalità già viste e sentite almeno in mille versioni, in particolare le teorie su amore ed Eros, già ampiamente approfondite da Galimberti ma prima ancora da Platone, Nietzsche, e via dicendo. Dunque, nulla di nuovo sul fronte occidentale caro Alessandro, anzi in questo caso parliamo di fronte balneare perchè eravamo in un bagno al mare quindi il livello della conversazione sarebbe dovuto rimanere molto più basso, non potevi sapere chi avevi di fronte che ti stava ascoltando quindi tutte quelle citazioni antiche io me le sarei davvero risparmiate se fossi stata in te in quanto assolutamente fuori luogo. Ma il meglio deve ancora arrivare, perchè non mi sono ancora soffermata sul vero pezzo forte della serata nonchè argomento principale: il concetto di famiglia. Per lui esiste una grande distinzione tra quella che è una coppia, che può essere composta da qualsiasi cosa, cioè due uomini, due donne, un uomo e un cane, ecc…e quella che è invece la famiglia, uno status, un dovere di mantenimento e proseguimento dell’umanità, possibile solo quindi se la famiglia è composta da un uomo e una donna che generano un figlio. A parte che fa molto otto per mille alla chiesa cattolica, è estremamente offensivo e bigotto un discorso del genere perchè la famiglia non è assolutamente un dovere e nemmeno uno status: la famiglia è uno stato d’animo, ci si può sentire in famiglia anche solo con il proprio gatto e non sta scritto da nessuna parte, nemmeno nella costituzione italiana che la famiglia debba essere per forza composta da un uomo e una donna, lo Stato la riconosce come società naturale fondata sul matrimonio, questo è vero, ma non sul fatto se i componenti siano più o meno in grado di generare altri esseri umani. La presentazione di Meluzzi quindi non è stata altro che una sfortunata serie di gaffes, termini forbiti assolutamente inutili e banalità per lo più già dette da altri che sono culminate nel concetto di parità dei sessi e sul fatto che oggi inseguiamo in maniera ossessiva un livello di qualità della vita troppo alto e per questo motivo non facciamo più figli. Beh, professor Meluzzi, quando la vedrò abbandonare tutti i suoi mille impegni disseminati in tutto il mondo per fare il medico di base a mezzo chilometro da casa allora valuterò se acquistare il suo libro e farmelo firmare. Per il momento, mi limiterò ad aspettare di sentire la sua opinione personale sui fatti citati senza dover per forza parlare tutte le volte per frasi già dette.

Non so perchè ma ho la sensazione che dovrò attendere ancora molto. Ma io non ho fretta.