Archivio mensile:ottobre 2011

A love story. Capitolo 4: Attendere prego

Cosa ne pensate di un uomo che mette in lista d’attesa le donne che incontra?

L’altra sera, a cena, mi è stata raccontata questa storia: un’amica conosce un uomo, si piacciono, lui è reduce da una lunghissima storia decennale. Lei è già in allarme: il soggetto ha dei precendenti penali di una certa portata. Dopo un po’ che si frequentano, lui le dice: “mi piaci, ma devo decidere tra te e un’altra persona. Ti faccio sapere.” Da qui, inizia il divertente pernottamento della mia mia amica nella wishlist di quest’uomo, che dopo due settimane decide di palesarsi nuovamente al telefono per annunciarle che: “sto ancora decidendo, ma penso che fra qualche giorno avrò le idee chiare”.

Ma cos’è, un colloquio di lavoro? “Devo vagliare due candidati che ritengo entrambi molto validi per questo profilo, le farò sapere”. Fortunatamente, l’amica in questione ritiene sensato il fatto di dover salvare l’amor proprio decidendo di uscire da questa fangosa potenziale storia d’amore che però non si decide a decollare. Mi chiedo cosa passi per il cervello di questi uomini quando fanno certe proposte alle donne. Nel senso: come possono pretendere che ci siano persone disposte ad aspettare settimane, forse mesi, un verdetto che le consacri vincitrici? Ah giusto, dimenticavo: il potere ammaliante della televisione. Uomini e Donne, per esempio, questa fiera di corteggiatori/ici e tronisti/e, che si umiliano di fronte alle telecamere contendendosi l’oggetto dei propri desideri. Hanno tutti tanto gridato allo scandalo dopo l’uscita del reality di Mtv, Jersey Shore, che vede protagonisti otto energumeni italoamericani lampadati e coatti, ma cosa c’è di tanto diverso da Uomini e Donne? Il look è lo stesso, gli argomenti di conversazione anche; cambia solo la lingua, ma l’indice di volgarità è lo stesso. Solo che noi in Italia riusciamo a far passare la trasmissione di Maria de Filippi come un modo per far conoscere persone e per far trovare a questi tronisti l’anima gemella, l’amore della propria vita. A questo punto preferisco il Jersey Shore: almeno è inequivocabilmente, esplicitamente superficiale, l’unico scopo dei concorrenti è andare in discoteca, divertirsi, bere e possibilmente rimorchiare. Sarà anche squallido, ma i protagonisti dello show americano sono tutti allo stesso livello, donne e uomini. In Uomini e Donne, esistono dei re e delle regine, e dei papabili che si mettono ai loro piedi nella speranza di essere scelti per l’esterna, o male che vada per farsi un balletto a microfoni spenti. Gli estimatori di Mediaset lo difendono, perchè ritengono che sia un modo per tornare alle vecchie abitudini del corteggiamento, come si faceva una volta. Mah, a me ricorda di più quel negozio di Londra che un giorno all’anno svende gli abiti da sposa e le donne passano la giornata intera a mettersi le mani addosso e litigare per aggiudicarsi l’abito più sfarzoso.

Tornando alla scelta, mi chiedevo prima come un uomo possa pensare di essere così importante per una donna tanto da metterla un attimo in stand by per poter decidere fra lei e un’altra. Mi chiedo quali possano essere i parametri di valutazione di questa persona: una ha le tette più grandi, però l’altra ha un bel culo, una è più giovane, ma l’altra ha più esperienza, una è laureata e con lei si possono fare discorsi interessanti, l’altra però è scema, quindi non mi darà più di tanto dei problemi nella vita. Cosa fare? Chi scegliere? Povero diavolo, che pena mi fa. O ha studiato troppo marketing e sta facendo l’analisi di mercato anche in un settore che non c’entra nulla come quello dei sentimenti, o è talmente pieno del suo smisurato ego da pensare di dover trovare l’eccellenza che risponda il più possibile ai suoi canoni, perchè io valgo, e chi vale si merita il meglio. Care lettrici, ricordatevi di quello che sto per dire: il non aver scelta non equivale ad accontentarsi. Una persona la incontri, la conosci e ti piace, pregi e difetti inclusi, anche se non ha le gambe da gazzella ma magari invece rivela po’ di strabismo di Venere. Andare al supermercato, dove c’è più scelta, non vuol dire acquistare meglio che non nel negozio al dettaglio sotto casa. E mettere in attesa una donna non vuol dire essere il grande macho che può permettersi questo ed altro, ma semplicemente che non si ha rispetto per le altre persone ma che si tende a mercificare tutto, emozioni e sentimenti compresi.Tenetevi alla larga quindi, care ragazze, da questi individui. O finirete per passare un’esistenza pari alle casalinghe in fila alla Coop, al reparto gastronomia, con un biglietto in mano, ad ascoltare una voce che urla: “Serviamo il numero 86…”.

 

Melancholia di Lars Von Trier. Ogni cosa è illuminata

Melancholia è uno di quei film che dopo averlo visto continui a pensarci per giorni e giorni. Non so esattamente a cosa, ma ci pensi. Forse al clima di imminente catastrofe che però viene vissuto con incredibile eleganza, forse all’ambientazione, quasi indefinibile, come se le vite dei protagonisti appartenessero ad un’altra dimensione, su un altro pianeta. O forse perchè è in assoluto il film più stranamente affascinante, più criptico e più inquietante che io abbia mai visto. Nonostante non appartenga esattamente a quello che può essere ancora definito film dogma, Melancholia subisce quegli strascichi estremisti di regole cinematografiche che il regista, Lars von Trier, aveva stilato assieme ad un collettivo nel 1995. Qui, rispetto a Dogville, ad esempio, la scenografia c’è e anche un tantino di effetti speciali, non possiamo certo dire di no anche perchè alcune scene, soprattutto quella finale, non sarebbe stata possibile senza; si percepisce però quella purezza, quella castità nelle riprese durante le scene del matrimonio in particolare, che sembrano realizzate da un invitato, a livello amatoriale. Il silenzio regna, in questo film, per la maggior parte del tempo, a parte questi intermezzi wagneriani del Preludio di Tristano e Isotta che accompagnano alcuni momenti, come a voler rappresentare un’iniziale particolarmente elaborata di ogni capoverso e che trasformano la pellicola in un’esperienza estetica, più che in una storia da raccontare. Lo dimostrano anche i continui riferimenti ad opere d’arte famose, da Bosch al surrealismo di Magritte, ma soprattutto ai Preraffaelliti, non solo nell’esplicita locandina che rimanda all’ Ofelia di John Everett Millais, ma anche nei colori, nelle espressioni, nel pathos trasmesso in maniera contrastante nella fotografia così immobile, apparentemente fredda, ma in realtà decisamente esaustiva.

Geniale l’incipit a moviola, una sorta di riassunto iniziale di quello che sarà poi tutto il film: dal matrimonio alla pazzia, alla presa di coscienza dell’imminente catastrofe. Il tutto servito su un quarto d’ora di bellezza allo stato puro, visioni oniriche, dettagli maniacalmente curati: insomma, un meraviglioso preludio di suoni, colori e gesti che fanno venire l’acquolina in bocca per quello che sarà poi tutto il film.

La prima parte è dedicata alla protagonista assoluta, Justine, interpretata da una eccellente e soprattutto stupefacente Kirsten Dunst: l’apparente felicità raggiunta dal matrimonio con l’uomo che la venera, unita alla promozione ad art director, comunicata proprio durante il ricevimento di nozze, sembra essere l’ingrediente giusto per una vita da sogno. Ma non è così: l’animo di Justine viene lentamente sporcato da un velo di tristezza, di disagio, di malessere che inizialmente sembra emozione, forse, ma che poi assume sempre di più le sembianze di un male oscuro. Ecco quindi che tutto il fastidio della ragazza è fatto vivere anche allo spettatore, che silenziosamente si sente in imbarazzo per lei e sente crescere questo squallore, di una vita che non le appartiene più, che molto probabilmente non ha mai voluto. Nel frattempo, Melancholia inizia a palesarsi, sembra quasi un suggeritore, che da dietro le quinte segue la scena e sussurra nelle orecchie della protagonista le battute da dire.

Secondo capitolo: Claire, la sorella di Justine interpretata da Charlotte Gainsborough, più pacata, più equilibrata, forse anche più rassegnata. La vita di Claire viene raccontata come un’altalenanza di ansia e tranquillità. Ansia, verso Melancholia, che sembra sempre più incombente, che si alterna alla tranquillità conferita dal marito, uno splendido Kiefer Sutherland rassicurante nella sua solidità, nella sua conoscenza dei fatti. Le certezze di Claire crollano con il crollo del marito, che scappa di fronte alla tragedia, dimostrando come dietro questa apparente facciata di fermezza maschile si nascondesse una fragilità e una mancanza assoluta di coraggio. Claire si sente sola quindi, lo sconforto prende il sopravvento, cerca rifugio nella sorella che però nel frattempo si è trasformata in un personaggio quesi shakesperiano, dominato dalla follia e che quindi va incontro al destino inesorabile con una consapevolezza che però è sufficente a far sentire Claire meno abbandonata. E’ questo, in fin dei conti, il leitmotiv di tutto il film: l’accettazione, la rassegnazione di fronte a un destino che non si può cambiare, che ti inganna con dei segnali di speranza, ma che alla fine poi, si rivela per quello che è ed è sempre stato. Inutile quindi accanirsi, inutile cercare rifugio, inutile aggrapparsi a dei fantomatici salvagenti: Melancholia è lì che arriva, che ti guarda, che ti toglie il respiro, che invade la tua atmosfera. Gli americani avrebbero raccontato il tutto con un primo attacco dei marines contro il pianeta nel tentativo di disintegrarlo, seguito da una fuga di massa a bordo di missili verso nuovi ed inesplorati pianeti. Qui, Lars Von trier mette in scena invece la fine del mondo con una pacatezza che lascia senza parole, ma che allo stesso tempo terrorizza internamente.Tutto il resto, i problemi quotidiani che ognuno di noi affronta giornalmente, perdono improvvisamente di significato: cosa sono, in fondo, i drammi domestici del genere umano di fronte ad una cosa del genere?

La fine della felicità di Justine corrisponde alla fine delle certezze di Claire che corrisponde alla fine della vita sulla Terra. Non rimane altro che sedersi e aspettare, perchè l’impatto è vicino. Melancholia entra in contatto per un secondo con i protagonisti della nostra storia. Dopodichè, il nulla, il silenzio, il buio.

Bello.

 

Senza arte né parte, però scusate, vogliamo ancora chiamarle “arti minori”?

Mi è stato consigliato di scrivere di argomenti meno inflazionati, così, ho pensato di parlare di santini.

Sì, avete letto bene, santini. Voglio esprimere oggi la mia opinione in merito, anche se fondamentalmente non sono abbastanza ferrata sull’argomento per poterne parlare in un post che come minimo prevede 700-800 parole. Vorrà dire che disquisirò in questa uggiosa mattinata di ottobre con 700-800 parole di niente. E inizierò proprio insinuando in voi il dubbio, la seconda possibilità da vagliare: non è come sembra.

Il 23 e 24 settembre a Paganica, in provincia dell’Aquila, è stata allestita una mostra di santini. Ebbene signori, detta così, per la stragrande maggioranza degli italiani e non, avrà tutta l’aria di un evento molto poco mondano ma invece molto molto parrocchiale, organizzato in funzione di una raccolta fondi per una missione in non si sa quale Paese sperduto dell’Africa Nera. Bene, partendo dal presupposto che porto il massimo rispetto per le raccolte fondi per beneficenza, per le missioni in Africa e per tutto ciò che abbia un qualcosa di vagamente filantropico, ho però l’obbligo di farvi notare che non è questo il caso e che per l’ennesima volta, i luoghi comuni hanno la prevalenza sull’opinione personale (questo sconosciuto, la definirei). Una mostra di santini, organizzata come quella che ho visitato io, non ha niente a che vedere nè con la Chiesa, nè con la parrocchia e nè tantomeno con le organizzazioni no profit. Quello che ho visto io è una mostra d’arte, a tutti gli effetti, allestita secondo un ordine logico ben preciso.

Quando tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento l’Art Nouveau prese piede in Europa, la gente impazzì. Piaceva a tutti questo nuovo stile così frivolo e decorativo, ma nuovo, elegante, prezioso. Tutto ciò che veniva toccato dallo stile Liberty assumeva le sembianze di un fiore rampicante che sembrava voler riempire e profumare la stanza nella quale si trovava. Per la maggior parte delle persone, l’art nouveau ha coinvolto solo la ceramica, la gioielleria, la decorazione d’interni, ecc…Di conseguenza, è arte minore, perchè è “volgarmente votata alla produzione di oggetti di uso quotidiano”. E’ artigianale, quindi, è opera manifatturiera, non può essere elevata allo stello livello della nobile pittura. Forse però molti dimenticano che Gustav Klimt, uno degli artisti più commercialmente amati dal grande pubblico, è liberty, è decorativo, stende i suoi soggetti, le sue donne così intrise di femminilità, su un letto di inserti dorati, ghirigori floreali e tasselli colorati. Forse, sempre quei molti, dimenticano che agli inizi del Quattrocento direttamente dall’Oltralpe si diffuse in Italia il Gotico internazionale, o Gotico fiorito che dir si voglia, che riempì le tavole dei nostri Simone Martini, Gentile da Fabriano, Pisanello, ecc…(maestri tra i più stimati) di oro e vezzi fitomorfi. Nessuno si è mai sognato di definire le opere contaminate dal Gotico fiorito “arte minore”, mentre tutto ciò che è stato sporcato dal Liberty, sì.

Qualche mese fa invece, mi sono imbattuta in una esposizione altrettanto stupefacente, per la tematica, intendo. Seven Dimension è un progetto realizzato da un collettivo di writers che finalmente, dopo lunga e penosa malattia, sono riusciti a far elevare a rango di “forma d’arte” i graffiti, che fino a poco tempo fa molti di noi consideravano sporcizia imbrattamuri. Ho conosciuto uno di loro, Dado, un bolognese, che fra parentesi era uno dei miei idoli di quando da ragazza mi portavano al Livello 57, in via dello Scalo a Bologna, a vedere i graffiti della Spa, o di altri gruppi di artisti. Perchè sì, è d’obbligo direi considerarli artisti quanto lo sono stati Jean Michel Basquiat, pupillo di Andy Wahrol ai tempi della Factory newyorchese, Keith Haring, altro creativo divenuto ormai famoso allo sfinimento in quanto le sue opere sono utilizzate ormai anche per decorare le t-shirt, ecc… Mi ha raccontato Dado, che non è più come una volta, essere writers:  la loro arte ha guadagnato in legalità, nel senso che ora tutti loro hanno a disposizione degli spazi ben definiti e approvati per esprimersi, quello che ha perso in romanticismo. Da un lato, dice, era bello creare di notte, di nascosto, con la continua paura che arrivasse la Madama (polizia, in slang bolognese). Aveva un che di avventuroso, e faceva parte della filosofia della Street Art, questo voler lasciare dei messaggi, sociali, politici, di disagio urbano, di notte, in modo che tutta la città potesse, l’indomani, rimanere a bocca aperta vedendo una nuova creazione sbocciata sui muri della stazione dei treni.

Cosa c’entrano i santini con i graffiti? Nulla, se non che vengono entrambi considerati di poco conto, nel mondo artistico: i primi per la loro funzione apparentemente solo devozionale, i secondi per il loro fastidioso modo di cambiare i connotati alle città. In realtà, sfiderei chiunque a realizzare un graffito di notevoli dimensioni con delle bombolette spray come hanno fatto Dado, Ciufs, Rusty, ecc…di notte, al buio e con la paura di essere arrestati. E sfiderei gli stessi a realizzare delle incisioni di una bellezza disarmante non su tele delle dimensioni dei quadri di Rubens che uno solo occupa un’intera parete del Louvre, ma su dei pezzetti di carta grandi come le vecchie foto istantanee delle Polaroid.

Vogliamo quindi considerarle ancora “arti minori” o pensate che possano, i santini come i graffiti e come tante altre forme d’arte declassate di livello, rientrare a tutti gli effetti nel vasto panorama dominato dalla parola insidacabile dei critici d’arte? A proposito, chissà cosa ne pensa il buon Francesco Bonami, critico e autore di numerosi saggi che ho letto praticamente tutti. Lui, a detta di Vanity Fair, visita all’incirca un centinaio di mostre l’anno. Ma dottor Bonami, non l’ho vista alla mostra dei santini. Forse non ci siamo incrociati?

La glacialità di Cronenberg, la psicanalisi freudiana, l’amore secondo Jung

“Un forte egoismo instaura una protezione contro la malattia; tuttavia, prima o poi bisogna ben cominciare ad amare per non ammalarsi e se, in conseguenza di una frustrazione, si diventa incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala”

(Freud, 1914)

Che non fosse proprio passionale come Almodóvar, lo sapevamo già. Ma neanche disordinato come Kusturica o barocco come Luhrmann. Semplicemente essenziale, narrativo, freddo come una sala operatoria. David Cronenberg racconta in “A dangerous method” il rapporto conflittuale, prima di amore, poi di odio, tra i due padri fondatori della psicanalisi, Carl Gustav Jung e Sigmund Freud, ma non solo. Alla base, certo, c’è la conoscenza e poi allontanamento tra i due, piccola telenovela europea che fa da sfondo ad un’altra ben più complessa faccenda: l’incontro tra Jung e la paziente Sabina Spielrein, destinato, già dal primo momento a trasformarsi in una storia d’amore disperata e ai confini della moralità. Lei, interpretata da Keira Knightley, venti chili scarsi di inquietudine, espressioni pazzoidi un po’ forzate e poca credibilità, a mio parere. Ma intelligentissima, geniale possiamo azzardare anche perchè, spesso, genio e pazzia vanno di pari passo. Dai suoi turbamenti quindi, Cronenberg ha fatto sì che emergesse tutta la sua passione nei confronti di una scienza, la stessa nata apposta per studiare le malattie, i disturbi, le idiosincrasie che affliggono spesso e volentieri persone come lei, così fragili ma al tempo stesso, così brillantemente acute. Sabina si innamora così, come da copione abbastanza rodato nella storia, del suo maestro, l’unico uomo forse che nella sua vita le ha dato fiducia, ha creduto in lei e ha visto in lei ciò che veramente è: una donna consapevole, della sua malattia ma anche delle sue capacità, della sua ambizione nel voler trasformare il male che la accompagna in stimolo allo studio, all’indagine nei meandri di questa nuova, intrigante disciplina: la psicanalisi. Jung è affascinato da tutto questo e si innamora di lei, della sua mente schizzata ma al tempo stesso vulcanica, capace di metterlo in serie difficoltà. Ma non abbastanza. Il personaggio infatti meglio disegnato è la moglie di Jung, dolce, devota, silenzioso angelo fabbrica-figli, nel tentativo disperato di legare quell’uomo sempre più a sè, per non farlo scappare forse, consapevole del fatto che prima o poi, la Spielrein di turno sarebbe arrivata, per portarglielo via. Ma che dico portarglielo via, nessuna amante, quasi nessuna, riesce o è mai riuscita a portare via il marito ad una moglie: l’amante, in questo caso Sabina, rappresenta la passione, il confronto, il dialogo alla pari. Troppo rischioso, troppo invadente anche per un illustre cervello come quello di Jung che quindi, all’irrazionalità, all’istinto, all’imprevedibilità, all’avventura, sceglie la sicurezza, l’affetto, la tranquillità emotiva che solo la moglie gli può dare. Deludente da parte sua, dottor Jung, soprattutto per il fatto che è proprio la componente irrazionale che lei prende in considerazione nella psicanalisi che ha contribuito al “divorzio” da Freud: mi viene quasi da pensare che lei non sia proprio un’icona di coraggio, oppure ha vinto il timore di perdere il riflettore puntato su di sè?

Passando al rapporto con Sigmund, resta da capire se l’abbia più infastidito la convinzione di quest’ultimo che tutti i disturbi più frequenti della personalità umana siano causati dalla libido, dalla mancanza di un buon rapporto con la sfera sessuale, o il rifiuto di pensare che esista una componente irrazionale nella sfera psicanalitica. Forse è il caso di parlare di allievo che supera il maestro, o forse è normale, ad un certo punto, che due menti del genere si trovino in contrasto. Fatto sta che Jung, ad un certo punto compie un’evoluzione: verso il simbolo, che tanto l’ha affascinato, verso la teoria della sincronicità, alla base dei suoi studi che lo hanno poi portato ad interessarsi ai tarocchi e all’antichissimo calendario agricolo dell’I ching, convertito a metodo di divinazione, dimostrazione del fatto che nulla accade per caso, e che tutto è già scritto e definito nell’inconscio di ognuno di noi…

Un vero cammeo di questa pellicola è il personaggio di Otto Gross, psichiatra tossicodipendente, magistralmente interpretato da Vincent Cassel., con tanto di sguardo folle e physique du rôle. Vero Mercuzio di inizio secolo, dissacrante e ambiguo, rappresenta l’animo sfuggente che preferisce vivere intensamente pochi anni piuttosto che diluire le emozioni in un’intera vita.

La storia termina con una Sabina realizzata e in attesa del primo figlio che incontra, dopo vari anni dedicati allo studio, il maestro Jung, triste e dominato dalle sue ossessioni, tra cui anche l’amore per lei, mai completamente realizzato, ma racchiuso in uno scrigno che come un vaso di Pandora, ha scelto di tenere chiuso.