Archivio mensile:gennaio 2012

Monti Python e la rivolta dei tassinari della Garbatella

Perchè la Terra dei Cachi è la Terra dei Cachi.

I sostenitori del Presidente del Consiglio Monti, nonostante le apparenze, sono più di quanto uno possa immaginare. La cosa ha lasciato senza parole anche la Lega che dopo aver saputo che diversi ascoltatori di Radio Padania hanno manifestato il proprio appoggio al Governo Tecnico ai microfoni dell’emittente radiofonica ha lasciato che fosse proprio il giovane cadetto Salvini ha commentare la notizia con un “saranno stati di sinistra”. Contemporaneamente, in una sezione del PD in una qualsiasi città italiana, qualche vecchio nostalgico della Falce e Martello si sta chiedendo chi sarà tra di loro quella testa di cazzo che ascolta Radio Padania e interviene pure durante la diretta.

Nel frattempo, ieri sono andata al supermercato a fare la spesa e per un attimo mi sono sentita a Berlino dopo la caduta del muro quando da est centinaia di persone hanno preso d’assalto i negozi e i supermercati dell’ovest per fare incetta di tutto ciò che gli era stato privato fino ad allora. Carrelli stracolmi di ogni genere alimentare si aggiravano tra le corsie a volte anche da soli senza proprietario, come se fossero stati addestrati a riempirsi autonomamente. Il blocco delle consegne dovuto allo sciopero degli autotrasportatori ha generato la solita psicosi da trauma postbellico che porta l’essere umano a fare provviste alimentari dopo un’apparente lunga e penosa carestia.

Nel frattempo, questo clima da guerriglia, tra la rivolta dei Tir e quella dei tassisti, sembrava quasi dovesse preannunciare una guerra civile, con tanto di episodi di vandalismo: mi chiedo, se qualche mese fa si sarebbe mai potuta creare una situazione del genere. Contemporaneamente, in una delle più lussuose abitazioni di Arcore, un ex premier osserva lo stato apocalittico del suo Paese dall’alto mentre prepara la sua grande rinascita come una leggendaria fenice dalle ceneri montiane.

Nel frattempo, Castelli lascia la trasmissione di Santoro Servizio Pubblico dopo essere stato insultato pubblicamente da un operaio sardo durante la puntata di giovedì scorso; contemporaneamente o quasi, gli studenti italiani che si laureano a 28 anni vengono chiamati sfigati da Martone, che non si pente ma anzi ribadisce il concetto. Nello stesso istante, o forse poco dopo, qualche studente di filosofia laureatosi a pieni voti a 24 anni e al momento impiegato come cassiere da McDonald’s si interroga sul proprio destino chiedendosi se non fosse meglio a questo punto essere uno degli sfigati di Martone.

Nel frattempo, sabato mentre ero dall’estetista ho letto un articolo di Astra di febbraio dove si parlava del segno zodiacale dell’Acquario che in amore ha la stessa reazione di una rana in una pentola: se la butti mentre l’acqua è già bollente salta via ma se la immergi in acqua fredda e la lasci arrivare lentamente ad ebollizione, si lascerà lessare senza opporre resistenza. Quindi, l’Acquario in amore va fatto innamorare lentamente: questa macabra metafora della povera rana però mi ha fatto pensare al popolo italiano, che preferisce farsi prendere in giro in un clima da Cabaret anzichè tirare la cinghia per poi sperare di ritrovare l’equilibrio. Contemporaneamente, ho pensato di nuovo a Monti e al fatto che forse se si rendesse un po’ più ridicolo e cambiasse il suo nome in Monti Python, come il celebre collettivo comico britannico, gli italiani si farebbero mettere le mani in tasca molto più volentieri.

Nel frattempo, Domenico Scilipoti rende pubblica la tessera del suo partito mistico-littorio-taoista, il Movimento di Responsabilità Nazionale: in primo piano il Tao rivisto e corretto con i colori della nostra bandiera; sullo sfondo la folla di fedeli a Ghiaie di Bonate, località bergamasca nota per le apparizioni della Madonna. Contemporaneamente, lo spirito di Zhang Daoling è apparso ai suoi seguaci cinesi dichiarandosi indeciso se denunciare il partito per uso improprio del Tao o se cambiare il simbolo del proprio credo con l’immagine di Scilipoti in meditazione trascendentale mentre guarda il filmato del comizio di Mussolini in Piazza Venezia vestito da Padre Pio.

Nel frattempo, il Delfino d’Italia Emanuele Filiberto alla ricerca disperata di attenzioni, sarà il protagonista su Cielo di una trasmissione dal titolo “Il Principiante. Il lavoro nobilita” dove in ogni puntata si cimenterà nei lavori più degradanti e terrificanti per dimostrare al Paese di non saper solo interpretare canzoni orribili e degustare olive. Contemporaneamente, i reali degli altri paesi europei si stanno chiedendo se non sia il caso di far vedere che anche loro sanno fare qualcosa di normale o semplicemente di partecipare ad un reality, senza effettivamente vederne il reale (in tutti i sensi) motivo. D’altronde, che noia la normalità…

Nel frattempo, la terra trema, ma ho smesso di chiedermi perchè.

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The Help. Aiutati, che nessun altro lo farà

Non ho nessuna intenzione di scrivere il solito post buonista e politicamente corretto che scriverebbe chiunque dopo aver visto The Help, film in programmazione da questa settimana tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Stockett. Sarebbe troppo facile uscire dalla sala con le lacrime ancora agli occhi in preda ad una incontrollabile commozione e dire: “Povere persone, cosa hanno dovuto subire. Meno male che ora non è più così”. Ah no? Il razzismo è per caso scomparso? E da quando, dalle elezioni di Obama a presidente degli Stati Uniti? O dall’incoronazione di Denny Mendez a Miss Italia nel 1996? Troppo facile, parlare di Apartheid, di Martin Luther King e del suo sogno, di come i bianchi hanno sempre cercato di sottomettere la razza secondo loro “inferiore”. Ha ragione Luciana Littizzetto: mettete un bianco e un nero nudi uno di fianco all’altro e poi ditemi qual è la razza inferiore…Scherzi a parte, è vero: mettete un afroamericano, un senegalese o comunque un africano qualsiasi a cantare di fianco ai nostri Al Bano, Gigi D’Alessio e tutto la selection dei Big dell’Ariston: adesso ditemi chi è inferiore a chi.

Ma non era di questo comunque che volevo parlare, ho già detto all’inizio che dopo aver visto un film che racconta la condizione delle cameriere di colore nelle case bon ton delle famiglie del Mississippi negli anni ’60 è abbastanza scontato poi affermare con la mano sul cuore che i bianchi sono brutti e cattivi e i neri invece sono i buoni. Grazie, un pensiero davvero profondo che ha cambiato la mia esistenza. E ci voleva un film per capirlo? E dire che pellicole come Il Colore Viola, Baghdad Cafè, lo stesso Via col Vento sono in circolazione da un po’ ma evidentemente ogni tanto occorre rinfrescare la memoria alla gente e farla commuovere un po’. Il messaggio di base è arrivato a tutti, come il fatto che anche in epoche e società dove difficilmente ci si poteva distinguere e dove difficilmente si riusciva a uscire dal coro, ogni tanto nasceva una scheggia impazzita la cui aspirazione non era quella di sposarsi e mettere al mondo dei figli ma piuttosto quella di esprimere le proprie idee. Eugenia “Skeeter” Phelan è una giovane bianca aspirante giornalista e scrittrice e forse per questo motivo, per la sua ambizione è destinata a rimanere zitella. Ma è il giornalismo a condannarla alla condizione di zitella o il suo cervello funzionante che stupisce gli uomini (quello però succede anche adesso…)? Skeeter da’ voce alle cameriere, racconta in un libro le loro storie. Il primo essere umano che si interessa alle “schiave negre” è una ragazza diversa dalle altre: le altre sono lisce e cotonate, lei è riccia e lentigginosa; le altre hanno fatto dei buoni matrimoni e non hanno altra occupazione nella vita se non quella di crescere i propri bambini e organizzare serate di beneficenza, mentre lei non è mai uscita con un ragazzo in quanto impegnata all’università a farsi un futuro e a coltivare i propri sogni. Non poteva essere una delle tante donnine angeli del focolare a interessarsi a quello che provano le cameriere africane? Una Bryce Dallas Howard, la “figlia di Ricky Cunningham” isterica e falsa come Giuda in questo film, simbolo della femminilità Sixties? Ovviamente no. Doveva per forza essere la stramba, l’incompresa di turno. Anche questo è abbastanza uno stereotipo, come lo è quasi tutto il film, seppur bello, commovente, ben ambientato e soprattutto fatto per portare a casa almeno un Oscar, anche solo per la ricostruzione degli Anni Vintage degli Yankies.

Adesso finalmente veniamo al punto: cosa rende le persone così ipocrite? Perchè è sempre più facile seguire la massa, essere come gli altri, anche a costo di essere cattivi? Nel film hanno fatto vedere anche i diversi modi di approccio alla fede, da parte dei bianchi e dei neri. Che non sia questo il nostro problema, un’errata interpretazione? La fede è un po’ un modo per lavarsi la coscienza, ma anche una giustificazione al proprio essere. Sono cattolico, sono credente, sono così. Tutti credono nella stessa cosa, quindi tutti fanno la stessa cosa e sono alla stesso modo, perchè il buon fedele segue delle regole, che gli vengono imposte. Ma perchè scomodare sempre i piani alti quando seguire la propria testa renderebbe tutto così eterogeneo e variegato? Ma soprattutto renderebbe vero: l’ipocrisia, la falsità, il recitare (non a caso in greco Ypokrisis significa il porgere dell’attore, la finzione) perchè sono tutti atteggiamenti così vicini e propri del buon fedele? Essere veri, spontanei rende liberi di pensare, di credere. Si può credere, certo, ma ognuno a modo proprio, non tutti alla stessa maniera. Le donne devono essere devote, sottomesse, non devono dire nè fare determinate cose perchè altrimenti vengono immediatamente bollate come miss Celia Foote, “una donna volgare” per il club del bridge, per me forse uno dei più bei personaggi di tutto il film. In conclusione, aiutati che Dio ti aiuta? Grazie, ma preferisco fare da me.

Giorni di ordinaria follia

La quotidianità è lo sterminio.

Non leggo mai la cronaca nera, di solito del quotidiano leggo tutto, tranne la programmazione televisiva, lo sport e la cronaca nera. Il dramma dell’epoca moderna invece è questo: la gente legge solo e unicamente la cronaca nera, guarda solo la cronaca nera al telegiornale, segue trasmissioni pomeridiane dove si parla unicamente di disgrazie. Addirittura, l’unica cosa che interessa alle persone delle città dove vivono sono i necrologi affissi ai muri. Questo inspiegabile gusto del macabro, da dove deriva? Perchè ci interessa così tanto vedere chi ha ucciso chi e per quale motivo? Secondo: la mania di protagonismo. Uno dei mali di questo secolo è sicuramente la voglia di apparire, di essere notati, di dare un senso alla propria esistenza. Anche uccidendo qualcuno. I fatti di cronaca che invadono i media possono secondo il mio punto di vista dividersi in due grandi categorie: quelli che compiono omicidi perchè il cervello ad un certo punto ha smesso di rispondere e quelli che invece cercano il brivido. Appartiene al primo gruppo l’evento tragico per antonomasia: la mamma di Cogne. Nel 2002 il caso sconvolse l’opinione pubblica in quanto ad essere coinvolto fu un bambino di 3 anni, Samuele, figlio di Annamaria Franzoni che è stata giudicata colpevole. La questione pazzesca di questo fatto fu che la donna dopo poco ebbe un altro figlio. A mio avviso, è stato un “banale” caso di esaurimento post partum. Comunque, da lì in poi, le stragi si sono accumulate a catena una dopo l’altra, una più scioccante dell’altra. Tutti fanno partire l’epoca dei grandi delitti dalla villetta di Cogne, senza pensare però che l’anno prima un altro terribile evento ha movimentato il Paese: l’omicidio di Novi Ligure, la mamma e il piccolo fratellino uccisi da Erika e Omar, fidanzatini annoiati e forse un po’ viziati. Lei, algida e determinata, lui forse ammaliato e succube della ragazza. Morale: dieci anni di carcere minorile, un periodo di lavori “socialmente utili” e il ritorno a casa. Ciò che mi ha sconvolto di tutto ciò? Lei non ha mai avuto un cedimento, non si è mai pentita, forse non ha nemmeno mi pianto. Queste ragazzine turbate e fredde come dei sicari mi terrorizzano. Lei, Amanda Knox e forse un po’ anche Sabrina Misseri di Avetrana, meno glaciale ma  detentrice di verità fondamentali per la risoluzione del delitto della cugina Sarah Scazzi ma che però ancora non ha fatto trapelare nulla, se non che lei e la madre hanno fatto in modo che la colpa ricadesse sul padre Michele che in tutto questo mi sembra un po’ l’idiota del villaggio incapace di intendere e di volere.

C’è stato un momento comunque che ho pensato davvero che il caos avesse preso il potere e che il mondo si fosse trasformato in Sodoma e Gomorra: dopo Novi Ligure e Cogne, si sono susseguite a catena la strage di Erba, il delitto di Garlasco, l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, il cadavere di Elisa Claps ritrovato in chiesa, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio e molti, troppi altri ancora. In ultimo, la ragazzina che sgozza la coetanea “per capire cosa si prova”. La domanda è simile al quesito cosmico che da secoli ci porta a chiederci se sia nato prima l’uovo o la gallina, ovvero: è nato prima l’omicidio o il fatto di cronaca? Perchè temo davvero che tutte queste “pagine nere” abbiano creato una sorta di moda del crimine. E’ così terribile vivere una vita normale? La quotidianità ci ha annoiati talmente tanto che siamo ormai arrivati a doverci uccidere fra di noi per provare delle emozioni nuove? O siamo solo continuamente soggetti ad attacchi di filantropia nei confronti dei giornalisti e in particolare di Bruno Vespa che grazie a tutto ciò ormai può aprire il Museo del Plastico di Porta a Porta, da tanti ne ha realizzati? A proposito: non so come sia andata l’altra sera l’intervista all’ufficiale De Falco, il nuovo Eroe dei due Mondi, ma mi aspetto che dopo la villetta di Cogne e il garage dello zio Michele ad Avetrana il buon Vespa non abbia esitato a realizzare il plastico del relitto della nave Concordia, ultimo fatto di cronaca italiana destinato a rimanere nella storia. Che però non rientra nelle grandi stragi del nostro Bel Paese. L’affondamento della nave di Costa Crociere, che avviene peraltro in maniera abbstanza inquietante esattamente 100 anni dopo quello del transatlantico Titanic (in realtà hanno poco in comune, i due fatti) appartiene ad un’altra categoria, quella del DC 9 a Ustica, di Piazza Fontana, della bomba nella stazione di Bologna e forse anche dell’omicidio Pasolini. L’affaire Concordia penso proprio che rimarrà uno dei tanti casi irrisolti italiani, i casi che di solito hanno sempre avuto un comune capro espiatorio tra terroristi, Brigate Rosse ecc… Quei casi, che da sempre e per sempre forse rimarranno sepolti sotto un grande, gigantesco alone di mistero.

Sono dappertutto ma non li vediamo, si nascondono, si fingono altro…sono gli Emotivi Anonimi

Mani sudate, guance rosse, voce balbettante, sguardo perennemente terrorizzato. Essere emotivo e vivere in questo mondo di squali non è così facile, anzi è una condanna. Perchè non si tratta di fragilità, badate bene: la fragilità spesso è appannaggio di chi si mostra maggiormente aggressivo, non degli emotivi. Gli emotivi in realtà sono persone molto forti che però non sanno gestire la propria emotività. E’ abbastanza facile quindi capire quanto possano essere svantaggiate in una società dove vince chi urla di più, dal clacson ai semafori al titolare che ti vessa verbalmente davanti a tutti i colleghi. Sono eleganti gli emotivi, non c’è che dire: non alzano mai la voce, sono spesso molto gentili, sorridono quasi sempre e penso, ma questo è un mio modesto parere, che siano anche più intelligenti. Per la maggior parte delle persone sono degli sfigati. Inviterei allora la popolazione tutta ad andare a vedere Emotivi Anonimi, una commedia sentimentale squisitamente francese, un po’ Chocolat della Harris, un po’ Odette Toulemonde di Eric-Emmanuel Schmitt, un prodotto francofono con tutti i crismi del caso: colori caldi, romanticismo da diabete, dialoghi serrati, situazioni favoleggianti, ecc…Il surrealismo è di casa, ma perchè per i francesi l’amore è surreale, da Folle di Dio. Di conseguenza, tutto è concesso: colpi di testa, scene da film, decisioni prese senza pensarci minimamente, pazzie, passi azzardati, ecc…Ora, tutto questo vissuto da due timidoni cronici sensa la minima esperienza di coppia, imbranati, irrazionali, a volte un tantino ridicoli, risulta ancora più surreale. Galeotto fu nuovamente il cioccoltato: in questi anni spesi a frequentare librerie e sale cinematografiche, ho capito che il potere afrodisiaco e ammaliante del cioccolato è stato preso alla lettera dagli scrittori di tutto il mondo. Assaporare un cioccolatino, sentirne il retrogusto, l’aroma, la corposità, evidentemente è anche un potente metodo seduttivo universale e dimostrato (Juliette Binoche ha vinto Johnny Depp con questo metodo, direi che non ci sono dubbi quindi sulla sua efficacia…).

Lui e Lei quindi, si innamorano e come nelle migliori storie d’amore raccontate da sempre, il film finisce con un bel matrimonio, che però, come vi dicevo, è surreale e quindi coerente con tutto il resto. Non poteva essere altrimenti, per due irrimediabili emotivi come loro. Perchè chi l’ha detto che solo gli opposti si attraggono? A parte che questa è una di quelle leggende metropolitane da sfatare una volta per tutte: gli opposti si attrarranno anche, ma cara la pagano poi, questa attrazione. Io sono per i simili, soprattutto se ad incontrarsi sono due persone un po’ sopra le righe. La pazzia, intesa come follia innocua, come creatività, è difficile comprenderla, se non si è un po’ folli. Un folle e un suo opposto, messi assieme, non possono funzionare: l’opposto vedrà sempre nel folle un fenomeno da baraccone, uno strambo da curare, un caso clinico. Prendete ad esempio quel capolavoro assoluto del cinema francese che è Il favoloso mondo di Amélie: due sognatori che finalmente si incontrano e si innamorano perchè consapevoli: a) di essere fatti l’uno per l’altra;  b) di non poter assolutamente stare con nessun altro perchè nessuno al mondo potrebbe capirli.

E’ abbastanza spietato questo sistema, se ci pensate. Un folle che non ha la fortuna di incontrare la propria anima gemella è condannato ad una vita di solitudine, perchè incapace ad adattarsi a qualsiasi altro tipo di rapporto. Credo che il cinema francese, con le sue storie d’amore improbabili, voglia proprio dirci questo: cercate, continuate a cercare, perchè da qualche parte nel mondo c’è. Sono film pieni di ottimismo e speranza, in fin dei conti, che danno una chance a tutte le categorie. L’amore alla fine è un incastro, un puzzle: solo il pezzo giusto combacia perfettamente. Per trovarlo basta cercare: si sa che c’è, ma non è così facile individuarlo.

Il ragazzo della porta accanto alla fine, ha una doppia sfaccettatura: o è un modo carino per dire che accontentarsi è la strada più facile, o è una grandissima botta di culo. Io penso più alla seconda.

A love story. Capitolo 5: Faraway, so close

L’amore ai tempi di internet. Tutto sommato tendiamo a demonizzare tutto con troppa facilità. La tecnologia, la scienza, l’evoluzione. La nuova frontiera dei rapporti umani è rappresentata dal web, dalle chat, dai siti per incontrare cuori solitari, dalle relazioni via webcam. A nessuno piace, ma molti lo fanno. “Rapporti, virtuali, privi di verità”, “rapporti sterili destinati a finire”, “senza conoscersi di persona come fanno ad innamorarsi”: sono solo alcuni dei giudizi negativi che vengono attribuiti a questa pratica.

Già nel 2005 nel divertente film Partnerperfetto.com era stata affrontata la questione degli amori nati tramite computer, ma quando ci si trova nella condizione dei due protagonisti, cioè reduci da pesanti delusioni amorose e quindi terrorizzati di iniziare una nuova storia, certe scelte si giustificano di più, almeno fino a qualche anno fa. Oggi però è diverso, oggi non sono più i “casi disperati” a ricorrere a questi mezzi per incontrare persone, come si pensava fino a poco tempo fa; oggi chiunque potrebbe farlo, per i motivi più svariati: per mancanza di tempo, per timidezza, per curiosità, per noia, ecc…

Una volta ci si incontrava per motivi più legati al caso, in un bar, all’università, sul posto di lavoro, ad una cena di amici in comune e via dicendo. Ci si conosceva tramite incontro faccia a faccia, di persona diciamo. Oggi non è più così: ci siamo chiesti perchè? Gli psicologi sì, come Tonino Cantelmi che ha tenuto poco meno di un mese fa una conferenza a Ravenna dal titolo Amore e affettività al tempo di internet. Tra le altre questioni, pare che un aspetto molto interessante sia legato alle tempistiche, nel senso che in un rapporto nato tramite il web sembra che si riesca a raggiungere molto prima e in maniera molto intensa un alto livello di intimità. Le persone si conoscono via chat, si incontrano per la prima volta magari dopo due, tre mesi e hanno la sensazione di conoscersi da sempre, tanta è l’intimità e la confidenza fra di loro. Quale sarà l’ingrediente segreto? Evidentemente il confronto faccia a faccia inibisce, mentre il dialogo virtuale davanti a un monitor senza lo sguardo della lei/lui in questione addosso rende più liberi, spontanei, capaci di aprirsi. Il classico “Che musica ascolti? Ti piace viaggiare? Ma tu eri per caso in classe con…” non viene quasi preso in considerazione, si passa direttamente alle confidenze, alle confessioni, ai segreti. Che non è una cosa sbagliata se ci pensiamo, anzi: vi siete mai chiesti quante coppie tra quelle che conoscete sanno tutto l’uno dell’altra?

Prendiamo ad esempio Meetic, questa mega agenzia matrimoniale virtuale che pare faccia nascere centinaia e centinaia di storie d’amore la settimana: so di persone che si sono conosciute così, che ora stanno insieme e che sono felici. I. e L. sono una coppia che ho conosciuto a Londra un mese e mezzo fa; I. è canadese, L. è barese ma vive a Londra per motivi di lavoro. Si sono incontrati su un sito per single tipo Meetic: hanno chattato per un po’, si sono raccontati le rispettive vite, sono entrati in confidenza e nel frattempo hanno iniziato a sentire una fortissima attrazione l’uno verso l’altro. Lo scambio di foto è avvenuto dopo, a innamoramento già iniziato: c’era il rischio di non piacersi? Beh, sì il rischio c’è sempre, ma in questo caso è davvero raro, perchè il bello delle relazioni via internet è anche questo, che l’attrazione fisica passa decisamente in secondo piano, non è così rilevante e soprattutto non è più il biglietto da visita, il primo impatto verso l’altro. Prima ci sono altre cose, che hanno la priorità: l’attrazione mentale, gli interessi comuni, il feeling, l’affinità, ecc…Tutte componenti poi che rendono un rapporto più vero, più sincero e più duraturo. L’attrazione fisica sappiamo tutti è un fuoco di paglia: fa subito scattare qualcosa di forte ma poi? Beh, detto questo, immagino che quando si sta per guardare la foto dell’altro il pensiero ricorrente sia “ti prego, fa che non somigli a Pippo Franco…”perchè sarebbe difficile poi, essendo già partito il treno dell’amore, gestire la delusione. Comunque, dopo un po’ I. e L. decidono di incontrarsi di persona ma tanto il più era fatto, nel senso che sapevano già di piacersi. Morale: ora stanno insieme, sono bellissimi e molto glamour, vivono tra Londra, che li accomuna e le loro rispettive terre d’origine. Ora, se non ci fosse stato internet, come avrebbero fatto due persone così geograficamente distanti a incontrarsi e capire di essere rispettivamente l’uno la metà del cielo dell’altro? La magia del web è anche questa, le distanze vengono annullate, si è lontani ma è come se si fosse vicini. La vicinanza del cuore, è quella che conta, tutto il resto ormai non ci spaventa più.

The Artist. Manca solo la parola

C’è voglia di bello, mi pare di capire. Nel 2011, questo abuso di silicone, botox e altri ritrovati chirurgici capaci di sfidare qualunque legge biologica, rigor mortis compreso, deve evidentemente aver stancato irrimediabilmente i registi cinematografici che stanno iniziando a guardarsi indietro nella speranza di ritrovare beneficio per gli occhi. Cos’è il bello? Argomento di digressione e confronto dall’epoca credo di Mosè, l’arcano della bellezza continua a far produrre saggi su saggi agli insegnanti di estetica che comunque in questa maniera garantiscono alle rispettive famiglie una vita più o meno agiata. Ma vogliamo una volta per tutte dire cos’è? Io non posso certo dopo due millenni rivelare un segreto ancora più criptico di quelli di Fatima, ci mancherebbe. Il bello pare non essere soggettivo, per gli esteti, ma ha delle regole ben precise e si fonda su canoni prestabiliti. Benissimo. Quindi? Siamo tutti d’accordo nel dire che un uomo può sembrarci bello anche se simile a Ciuchino di Shrek solo perchè sono gli occhi dell’amore a inviarci l’impulso; ma Amore e Psiche di Canova credo possa essere definita una meraviglia di marmo da tutti, non solo da chi è innamorato dell’arte. Per quale motivo allora una protesi al silicone inserita nelle labbra di una cinquantenne appare brutta e ridicola a tutti, tranne a chi se la fa mettere? Questa faticosissima sfida contro lo scorrere del tempo che porta milioni di donne a ricorrere a ritocchi chirurgici sta creando una schiera di corpi plastificati simili alle bambole Barbie della Mattel che da piccola mi piacevano tanto, ma non perchè loro avevano questo grandissimo dono di non invecchiare mentre io sì. Labbra a canotto, seni che hanno la stessa consistenza delle palle da bowling, zigomi talmente appuntini che l’iceberg che ha fatto affondare il Titanic a confronto era gommapiuma: dov’è la bellezza in tutto questo? Perchè dei visi dalla pelle talmente tirata da non permettere contemporaneamente un sorriso e un battito di ciglia dovrebbero ingannarci sull’età della proprietaria? Una cinquantenne rifatta è una cinquantenne rifatta, non è una cinquantenne che però dimostra trent’anni. Perchè allora non lasciar perdere tutto e accettare lo scorrere del tempo con tutta la naturalezza del caso, come facevano le donne anni fa, prima degli anni ’80 circa, quando sono iniziati i primi interventi di chirurgia plastica?

Forse siamo davvero stanchi di tutto questo anonimato, di questa omologazione estetica, di questo seguire le mode senza riflessione, di questa mancanza di gusto. Il gusto c’era e abbiamo bisogno di ritrovarlo, anche andando a ritroso, guardando indietro nel tempo. Il cinema quindi si divide tra una ricerca sempre più innovativa degli effetti speciali che rappresentano il futuro, le nuove frontiere della percezione, e una ricerca estetica di quello che è l’altro aspetto fondamentale del cinema: la bellezza, il gusto, l’armonia dei sensi. Se da un lato quindi abbiamo Avatar e quello che verrà dopo Avatar, dall’altro abbiamo con The Artist il ritorno al cinema muto. Perchè? Semplice, abbiamo bisogno di resettare forse, di ricominciare da capo.  Vi siete accorti di quanto sia breve la memoria dell’uomo? Ci sono persone, soprattutto più giovani di me, che negano il fatto che una cosa come l’Olocausto sia successa veramente. Sono passati poco più di sessant’anni, alla fine. Certo nessuno di noi potrà mai dimenticare la nascita e morte di Gesù Cristo, avvenuta più di duemila anni fa, visto che c’è chi ce lo ricorda con una certa insistenza e incutendo anche un notevole terrore nell’animo di ognuno di noi se ciò non verrà fatto. E’ arrivato quindi il momento di ricordare al mondo intero che cos’è la bellezza vera e la femminilità attraverso quindi anche il contributo di film come The Artist che, come vi dicevo, è in bianco e nero e senza il sonoro per quasi tutta la durata del film.

Ambientato tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, The Artist è un film dalla trama decisamente semplice: l’attore più popolare del momento, George Valentin, si rifiuta di passare al sonoro e cade per questo motivo in disgrazia. Parallelamente, una giovane e frizzante attricetta, Peppy Miller, diventa una diva e sforna una pellicola dopo l’altra, in un momento in cui il cinema è in fermento. Un Happy End alla Fred Astaire e Ginger Rogers fa tornare il sorriso e ristabilisce gioia e serenità negli spettatori. Niente effetti speciali, niente intreccio spaccacervello, niente nudo o scene particolarmente hard. Niente, puro cinema, pura bellezza. Il modello femminile dell’epoca è l’espressione di assoluta femminilità e naturalezza, ognuna di loro esprime la propria personalità senza trucchi e senza inganni. Non so se sia il caso di dire ancora una volta “Si stava meglio quando si stava peggio”, con il crollo della borsa e tutto il resto, ma di sicuro questo continuo flash back attuato dai registi deve significare qualcosa.

Nostalgia canaglia? Potevamo pensarci un po’ prima.