Archivio mensile:novembre 2012

La stitichezza emotiva. Dio me ne scampi (e gamberetti)

“La mortadella è buonissima, non c’è niente da fare, è proprio buona. La mortadella è comunista, il salame…socialista, il prosciutto crudo è democristiano. La coppa? Liberale, le salsicce..repubblicane. Il prosciutto cotto è fascista”.

Francesco Nuti in “Caruso Pascoski di padre polacco”

Avete mai letto il libro “Metamedicina, ogni sintomo è un messaggio” di Claudia Rainville? E’ una piccola Bibbia su tutto ciò che riguarda le malattie croniche, gli strani sintomi che ci appartengono, tutte le caratteristiche che fanno parte del nostro essere Individuo. L’ansia, la psoriasi, la balbuzie, la calvizie e tanti altri disturbi vengono qui spiegati e letti come manifestazioni di una patologia psicosomatica. Persino l’alluce valgo ha in realtà un significato nascosto…Questo per arrivare a parlare di stitichezza. No, non vi siete sbagliati, non siete finiti nel blog di Michele Mirabella nè in quello di Luciano Onder. Voglio parlare di stitichezza così come viene analizzata nel volume della Rainville:

Stitichezza. E’ collegata al fatto di trattenersi. Ci si trattiene quando, essendo troppo occupati, continuiamo a posticipare il fatto di dare ascolto a un dato bisogno, oppure per paura di disturbare, o per paura di non piacere a qualcuno: “Se dico questo la cosa gli dispiace e forse si arrabbierà, oppure si chiuderà. Se faccio quest’altro e lui non è d’accordo, forse mi criticherà, oppure mi rimprovererà. Se agisco di nuovo in questo modo, forse mi lascierà”. La paura di dispiacere a qualcuno è direttamente collegata alla paura di non essere amato, di venire abbandonato, e per questo chiediamo a noi stessi di essere perfetti. La stitichezza può anche indicare che ci teniamo aggrappati a convinzioni che ci danno sicurezza. (Claudia Rainville, Metamedicina ogni sintomo è un messaggio, ed. Amrita, pag. 337)”.

Arrivo al dunque, in modo da farvi capire perchè sto parlando da mezz’ora di stipsi e non di banalità sentimentali come al solito (e comunque nè Onder nè Mirabella avrebbero parlato del problema in questi termini, ma vi avrebbero semplicemente spedito in farmacia a comprare supposte di glicerina): vi siete mai accorti che alcune persone soffrono di stitichezza, ma non fisiologica, bensì emotiva-sentimentale?

Molti di voi avranno visto sicuramente il film “Shame” che ha fatto parlare parecchio l’inverno scorso. Il protagonista è un perfetto esempio di stitichezza emotiva: vuole apparire perfetto e libero, di successo, distaccato, allergico alle relazioni stabili e incapace di provare sentimenti profondi. Sotto sotto soffre (anche gli stitici soffrono, fisicamente…) ma non lo ammette e non cerca aiuto, anzi, prova fastidio per l’atteggiamento della sorella, classico prototipo invece di donna con dipendenza affettiva. Sono semplicemente due facce della stessa medaglia, solo che lui ha sviluppato tramite la sua stitichezza affettiva un’ottima arma di difesa contro la sofferenza. Non rischia, non soffre. Apparentemente, ma è quello che conta, l’apparenza.

Una mia amica, F., sulla sua bacheca di facebook qualche giorno fa ha pubblicato questo:

“Monotonia, noia, morte. Milioni di uomini vivono in questo modo (o muoiono in questo modo), senza saperlo. Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini. Poi interviene una cura “urto”, una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvandoli dalla morte”.

Quante persone conoscete che vivono così? Ma soprattutto, quanti vogliono realmente essere salvati?

Non è scritta da nessuna parte la vera ricetta della felicità, ognuno ha la sua, in base alle proprie esigenze, alle proprie caratteristiche, ambizioni e sogni. Sì, i sogni, questi sconosciuti. I sogni son desideri di felicità, cantava Cenerentola. Che è la protagonista di una favola quindi non è attendibile per tutti coloro che appartengono ad una fascia di età superiore agli otto anni. Ma se non si hanno sogni, se non si è in grado di provare emozioni forti, se non ci si vuole mettere in gioco e rischiare il tutto e per tutto, si può affermare comunque che si stia “vivendo la propria vita”? O semplicemente si sta rispettando un copione, predefinito, standard e già ampiamente collaudato?

Sempre F. un giorno mi ha detto che la libertà mentale è una grande conquista ma comporta solitudine e non siamo tutti pronti ad affrontare la solitudine. Siamo invece soprattutto fatti per stare in coppia, per paura della solitudine, quindi decidiamo di passare la vita con qualcuno pur di non stare da soli. Possibilmente, tra l’altro, non con la persona che rischierebbe di farci provare emozioni forti tutta la vita. Si sceglie invece un compagno/a innocuo, con cui trascorrere un’esistenza priva di colpi di scena o situazioni rischiose, ma forse, senza mai raggiungere veramente la tanto agognata felicità. La stitichezza emotiva quindi è uno scudo per parare i colpi, le frecce di Cupido, che fanno innamorare ma che feriscono. Nessuno vuole soffrire, intendiamoci, tutti vorremmo evitare le sofferenze, ma le regole del gioco della vita sono queste: se punti tutto sul rosso puoi fare jackpot, o tornartene a casa in mutande. Se vuoi veramente vivere, rischi. Altrimenti non stai vivendo, ma semplicemente stai conducendo un’esistenza, che però non significa vivere.

Io credo valga la pena inseguire i propri sogni, conoscere quel qualcosa o qualcuno in grado di cambiarci la vita, scommettere e rischiare, a costo di ritrovarsi col cuore spezzato o con una manciata di delusioni in tasca. Almeno, potremo dire di essere davvero libero di decidere e di scegliere, non saremo semplicemente tra quelli che scelgono la strada più battuta perchè così fan tutti, scansando le emozioni che inevitabilmente ci verranno incontro. Ma se deciderete di rischiare allora tenetevi alla larga dagli emotivamente stitici o vi ritroverete a combattere contro i mulini a vento del buon Don Chisciotte: non esiste paracadute che voi possiate offrirgli in grado di fargli decidere di saltare. Un buon analista forse, ma questa è un’altra storia.

Stitichezza emotiva in arrivo? No grazie, preferisco vivere. O come direbbe il buon Antonio Capitani: ussignur…

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E scusate se sarò felice per i prossimi quattro anni

Aspettando il post.

Non amo Kubrick, i suoi film mi annoiano terribilmente. Per questo motivo, non sarò mai considerata una vera cinefila da coloro che ancora, erroneamente, vengono definiti Gli intellettuali di sinistra. Sono desolata, frequentatori assidui dei cineforum d’essai, il genio di Stanley non “mi arriva”, per usare un termine x-factoresco. Detesto i suoi silenzi, la sua irremovibile glacialità, il suo ossessivo perfezionismo. Preferisco un regista meno tecnico ma più passionale. Preferisco i francesi, Truffaut, gli inglesi socialmente protestanti e la tragicità iberica di Almodovar. Detto questo, consideratemi una capra, ma almeno non ho un cervello in condivisione.

Fine Aspettando il post.

“Four more years” e i retweet impazziscono. Una cosa come 500.000 volte. Di queste 500.000 volte, 450.000 erano donne secondo me, commosse dalla foto allegata al cinguettio più retweettato della storia: un abbraccio tra Barack e Michelle, l’abbraccio più tenero, confortante, eloquente che io abbia mai visto. Ma dico, cos’è, pura essenza di gioia? Estratto idroalcolico di felicità? L’invidia femminile ha raggiunto livelli mai registrati. Chi non ha mai sognato di ricevere un abbraccio così?

Un abbraccio. Banale manifestazione di affetto.

Ora, mi soffermo sul termine banale. I social network sono al giorno d’oggi una finestra sulla società: infatti, non si fa altro che parlare di four more years che però non è stata la prima dichiarazione di Obama alla stampa, o alla televisione, ma un tweet. IL tweet. Ok, la gente è impazzita, la vittoria di Obama è stata sentita non solo dagli americani ma da tutto il mondo: perchè siamo alleati, perchè siamo nelle Nazioni Unite? Ma no, perchè è una persona in gamba, perchè se l’è meritato, perchè che si voglia o no gli Stati Uniti sono una potenza e tutto ciò che li coinvolge, appassiona il mondo, dalla notte degli Oscar, ai disastri meteorologici, agli scandali alla Casa Bianca, ai gossip, alla maratona di New York che è stata rimandata ma che Linus (direttore artistico di Radio Deejay) non avrebbe sicuramente mancato. Il crollo delle Torri Gemelle ha creato una frattura nella storia. Quindi, che ci piaccia o no, il destino americano ci coinvolge e sempre sarà così.

Il popolo di Facebook non è d’accordo.

Nei giorni seguenti la rielezione di Obama, i commenti più frequenti degli italiani sono stati: “Per quale motivo festeggiare la vittoria di Obama quando a noi non viene nulla in tasca”, “Dovremmo pensare più alla nostra di politica, che a quella degli altri”, eccetera eccetera. Bla bla bla. Banalità, banalità, banalità. America uguale capitalismo, globalizzazione, Steven Spielberg. Gioire per Obama significa essere terribilmente commerciali, mon dieu.

Ora, visto che devo guardare ciò che succede nel mio di Paese, chiedo scusa se alle ultime elezioni italiane anzichè four more years ho pensato “oh, no, altri cinque lunghissimi anni, che cazzo”. Scusate se non riesco ad appassionarmi alle mirabolanti vicende del Bel Paese, ma sarà che ultimamente seguire la politica italiana significa sentire le illuminanti dichiarazioni della Minetti. Scusate, se non riesco ad avvertire una mia identità patriottica, se mi scappa da ridere quando ai Mondiali di calcio suonano l’Inno di Mameli o se mi vergogno quando un Ministro si permette di dire che i giovani sono Choosy in un Paese con più del 30% di disoccupazione giovanile. Il bisogno di distinguersi ha reso tutti uguali. L’essere diverso ha senso se si riesce  perseguire una propria linea di pensiero, se si riesce ad esprimere un ragionamento individuale, singolo, unico e personale. Se si va tutti dalla parte opposta, per essere diversi, si finisce comunque per essere uguali. Chi è quindi che fa parte del gregge? Non chi sale sul carro dei vincitori, ma alla stessa maniera anche chi ostenta un modus vivendi di una lobby che non è più nicchia ormai. Un pulpito che è diventato ormai sovraffollato di predicatori benpensanti che vanno avanti a forza di giudizi. Tutti a criticare Facebook, ma poi gli utenti aumentano di giorno in giorno. Pur di non essere tra quelli che vanno a vedere i fratelli Vanzina, si riempiono la bocca delle critiche positive fatte ai film vincitori del Festival di Cannes.

Volete essere diversi? Iniziate col pensare con la vostra testa. Andate a vedere Viva l’Italia al cinema, riflettete e ridete, sempre che ridere al cinema non sia troppo populista. Non lamentatevi di quello che è diventata la sinistra italiana, visto che è dagli anni ’70 che ce la mettiamo tutta per essere snob e intellettuali, ma poco d’azione.

Lasciate che Obama si goda la sua vittoria.

Non sarà mica invidia?