Archivio mensile:gennaio 2013

Il pallidone che non passa mai di moda

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La mia amica C. sostiene che la nostra generazione sia cresciuta all’insegna della formazione dei cartoni animati giapponesi degli anni ’80, dove i protagonisti erano quasi tutti orfani alla ricerca dei veri e legittimi genitori. Candy Candy, Dolce Remi, Ciobin, Bum Bum il cagnolino e tanti altri ancora: giovani umani, animali o esseri non bene identificati ( Ciobin che cavolo era? Un uovo grigio con le zampe di Bugs Bunny?) tutti dall’infanzia gravemente segnata dall’abbandono familiare e tutti contrassegnati da un’esistenza fatta solo di sofferenze e delusioni per il fatto che la madre o il padre si siano palesati sempre e solo alla fine di una lunghissima serie composta da almeno un centinaio di puntate. Queste storie sono state ambientate nelle terre più disparate del globo terrestre ma nonostante tutto c’era una cosa che li rendeva simili: il momento in cui finalmente protagonista e genitore si abbracciano per la prima volta è sempre stato sottolineato da una straziante melodia di un qualche compositore ignoto di Osaka.

La mia teoria invece è figlia della generazione Hippie degli anni ’70: L’incantevole Creamy, Bia la strega, Lo specchio magico, Magica Emi e la tizia che faceva la fioraia della quale non ricordo il nome sono tutti cartoni animati di magia, con protagonisti maghi, streghe, trasformisti e altro ancora. Frutto di uno smodato utilizzo di droghe allucinogene pesantissime. La mia generazione quindi, si divide tra chi è rimasto traumatizzato dal genocidio di massa della prima tipologia di cartoni e chi invece si è estraniato dalla realtà sotto effetto di acidi convinto che i gatti siano extraterrestri sotto false sembianze e che gli specchietti da borsetta possano trasformarti in chiunque tu voglia.

Poi ci chiediamo come mai il cinquanta per cento dei laureati in psicologia nel mondo si trovi in Italia.

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real_dracula_vladportUno dei fenomeni letterari che poi è diventato cinematografico più interessante degli ultimi anni è sicuramente quello che vede coinvolta la celeberrima saga di Twilight.

Un copione che ha messo in moto una filiera editoriale tale da aver fatto vendere decine e decine di scrittori specializzati nel settore, non solo, ma che a loro volta hanno ceduto i diritti per farne delle serie tv e così via. La trama è il solito evergreen: la dolce fanciulla acqua e sapone che si innamora del torbido vampiro. Detta così non fa sicuramente pensare a qualcosa di nuovo, considerando che la letteratura nei decenni passati si è sprecata con pagine su pagine a carattere vampiresco, da Lovecraft al padre di tutti i succhiasangue: il classico Dracula di Bram Stoker.

Stephenie Meyer quindi non ha scritto nient’altro che un riciclo di vecchi miti della letteratura horror rivisto e corretto in chiave molto più adolescenziale e melensa, costruendo una saga su quattro volumi che parla di un emerito nulla, fondamentalmente, perché ciò che avviene poteva benissimo essere riassunto in un unico libro: si innamorano, si sposano, fanno un figlio, lei viene trasformata in vampiro, si sfidano in battaglia i vampiri buoni contro i vampiri cattivi (non ho capito come mai i vampiri cattivi sono italiani..), vincono i buoni, vissero felici e contenti ma soprattutto per sempre. Forse così è anche troppo semplificato, mi potrebbero contestare i fans, ma rimane il fatto che il terzo volume e il quarto contengono delle pagine talmente liquefatte che fondere i due libri riducendo la saga a tre volumi anziché quattro avrebbe sicuramente fatto risparmiare quintali e quintali di carta. Rimane il fatto che io i volumi li ho letti tutti e quattro e ho anche visto tutti e cinque i film perché la curiosità mi attanagliava a tal punto da voler indagare e entrare a fondo della questione per soddisfare il quesito che sin dalla lettura dalle prime pagine mi ha tormentata: perché ci piacciono i vampiri?

bram-stoker-s-dracula_650x447Perché questi esseri praticamente morti, freddi, pallidi e pericolosissimi sono però protagonisti delle più romantiche storie d’amore di tutti i tempi? E soprattutto, perché la saga di Twilight, da letteratura adolescenziale è riuscita ad appassionare lettori di tutte le età e provenienza, maschi o femmine che fossero? C’è bisogno di romanticismo, in un mondo dove è il cinismo a farla da padrone?

I vampiri sono esseri di altri tempi, vissuti la maggior parte delle volte nel secolo precedente a quello dell’amata umana: sono quindi galanti, educati, gentili e soprattutto hanno modi e maniere appartenenti ad una cavalleria che le giovani del nuovo millennio conoscono solo per sentito dire dai loro nonni. Il loro stato, a metà tra la vita e la morte, li rende perennemente tormentati per una maledizione che li condanna a vivere ai margini della società, sempre al limite della legalità e vittime di un istinto che li porta a compiere crimini incommensurabili. Ma soprattutto, i vampiri sono essere anaffettivi, in quanto morti anche se la loro incapacità di provare sentimenti profondi crolla di fronte all’amore incondizionato per la fanciulla dalle guance rosate e dal profumo inebriante speciale a tal punto da smentire una teoria inconfutabile.

twilightIn tutto questo, c’è forse qualcosa che non possa risultare incredibilmente irresistibile per l’intero genere femminile? No, specialmente il lato anaffettivo, che rappresenta la grande sfida di tutti i tempi: umanizzare il mostro.

Siamo sicuri di voler continuare a chiamarla letteratura “fantasy”, o meglio “urban fantasy”? No perché ho una notizia: di fantastico o fantasioso non c’è nulla. Il mondo è pieno di vampiri succhiasangue tristi, privi di sentimenti e vecchi dentro. Quindi ben venga la letteratura: sempre meglio leggere le loro storie sui libri che lavargli calzini e mutande, una volta la settimana.

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Cercavo Jodorowsky e ho trovato una borsa gialla

“Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me!”

Marion Cotillard in “Midnight in Paris”

Parigi, un’omelette e una spremuta d’arancia 15 euro.

parigi 1Chi non è mai stato a Parigi non può sapere che si può vivere in 30 metri quadrati ed essere felici come non mai. Non saprà mai che si può comprare una baguette e finirla a forza di piccoli morsi mentre si aspetta il metrò. Non potra mai capire l’emozione di vedere la Tour Eiffel che si illumina a mezzanotte del 31 dicembre sotto una pioggia torrenziale.

A Parigi il tempo scorre più velocemente, forse perchè l’alba arriva alle otto e le giornate iniziano più tardi; la gente si chiede dove siano finiti i parigini ma io li ho visti, abitano lì, appena fuori città, in una casa con una grande giardino e tante librerie, i piatti colorati e un cd di canti popolari degli albanesi della Calabria.

La vita a Parigi non ha senso senza gatti. I gatti vivono ovunque, in campagna e in città, nei monolocali e nei negozi, al pianterreno o al quarto, sbirciando dalla finestra i tetti dei palazzi sontuosi, le piccole mansarde, le luci che si accendono: cosa si mangia stasera? Vellutata di zucca e Camembert, ma solo e rigorosamente con il burro, qui si usa così. Tutti i pasti terminano con i formaggi, una lunga degustazione accompagnata da racconti e aneddoti, discussioni su quale sia la stagione migliore per il Roquefort; la Befana non si festeggia, ma la domenica prima o dopo il 6 gennaio si mangia la Galette e chi trova la Fava è il Re o la Regina della serata, ca c’est la France…

A Parigi c’è una stazione radio che trasmette solo jazz, 24 ore su 24: la televisione non ce l’hanno tutti e va bene così, allora si ascolta jazz e si legge Le Monde gratuitamente il giorno dopo, mentre si va al lavoro. Le scuole sono chiuse anche il mercoledì e i figli si mandano in punizione nei musei: è peggio forse starsene chiusi una settimana nella propria cameretta senza internet e cellulare o nelle sale del Pompidou, cercando l’opera più bella?

A Parigi, un biglietto della metropolitana costa 1 euro e 70 cent, molti cercano di non pagare infilandosi tra le sbarre mentre stai passando tu; ti chiedono scusa, sempre, per qualsiasi cosa, ti sorridono e ti chiamano mademoiselle e tu ti senti così elegante e raffinata, ma è solo un effetto della lingua, almeno credo sia così. Anche i negozi dei fruttivendoli appaiono più eleganti, ce n’è uno in Rue de Rivoli, verso la Bastille, che sembra più una boutique di frutta esotica: ero quasi tentata ad entrare, ma la frutta esotica non mi piace e poi le banane ci sono anche in Italia.

Ci sono tanti italiani che vivono a Parigi e la gente del posto si chiede perchè, ma anche tanti nordafricani, indiani e cinesi; se vai nei palazzi negli orari dei pasti, ad ogni piano sentirai un odore diverso: riso e curry al primo, salsa agrodolce e fritto al secondo, bollito di carne al terzo e così via. Non c’è quasi mai l’ascensore, quindi gli odori sei costretto a sentirli tutti: ma come faranno con i passeggini e le borse della spesa a fare tutti quei piani a piedi?

Parigi è andare al Cafè Le Temeraire il mercoledì pomeriggio, vicino alla Gare de Lyon, sperando di incontrare Alejandro Jodorowsky che legge i tarocchi gratuitamente ai presenti. Lì c’erano tanti studenti spagnoli, alle prime armi divinatorie e una ragazza con una borsa gialla molto bella, chissà dove l’avrà comprata. Quasi quasi glielo chiediamo e lei ci da’ le indicazioni del negozio così ho pensato che tornando a casa ci passo e la compro, tanto a lei non darà fastidio se compro la borsa uguale alla sua, no? Jodorowsky non viene, è impegnato a girare un film, però viene un suo allievo che mi dice che devo partire, cambiare città, non posso più aspettare e io ci penso e dico che ha ragione che sarebbe bello anche vivere a Parigi e andare al Cafè Le Temeraire tutti i mercoledì e vivere in 30 metri quadrati con i miei due gatti , perchè se sono tutti felici vivendo in questo modo allora potrei esserlo anche io…

Ora devo salutarvi però, dovrei fare un salto al Pantheon, non so dov’è guarderò sulla cartina e poi andrò al metrò più vicino. Spero di riuscire a non pagare il biglietto, lo fanno tutti, lo farò anch’io.