Archivio mensile:gennaio 2015

FuckTotum. Ti prego Dio insegnami a ridere

“La violenza esiste perché provoca appagamento, ma se le togliamo questo appagamento non ha più ragion d’essere”

Alan Turing

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Le scuole elementari le ho fatte dalle suore. Pregavamo la mattina prima di iniziare le lezioni, a mezzogiorno, al pomeriggio dopo pranzo e prima di andare a casa. Durante la Quaresima poi, tutte le mattine prima di andare a scuola andavamo in chiesa perchè c’era messa, però non era compresa nell’orario scolastico, dovevamo alzarci un’ora prima. Pranzavamo nel refettorio: il primo lo preparavano loro alternando la pasta al pomodoro con la minestrina in brodo, il secondo invece dovevamo portarlo noi da casa. Il grembiule nero era obbligatorio però i maschi potevano portare quello corto mentre noi femmine avevamo quello lungo fino al ginocchio. Il sabato pomeriggio io e alcune mie amiche dovevamo andare a pulire l’altare della chiesa del mio paese e ci facevano usare il solano, un prodotto maleodorante che quando si seccava rimaneva attaccato alle mani come argilla. Secondo le suore era un onore essere state scelte per quella mansione, dicevano. Prima di tornare in classe dopo la pausa pranzo ci facevano cantare tutti assieme, in fila indiana e in ordine di altezza: le femmine all’epoca erano molto più alte quindi nei primi posti c’erano sempre i maschi. Le suore ci avevano insegnato tantissime canzoni anche divertenti, come quelle in dialetto bolognese dedicate a Bologna, quelle per Gisto l’autista che ci accompagnava sempre in gita con il pullmino, e anche altre canzoni come Bella Ciao e Bandiera rossa; non c’entravano molto con il discorso religioso ma a quei tempi non potevo rendermene conto. A fine anno scolastico si faceva la “recita” che poteva essere qualsiasi cosa, non per forza uno spettacolo teatrale ma anche un balletto, un coro, ecc…e poi si faceva la pesca, dove si vincevano premi messi a disposizione dai genitori. A mio padre le suore chiedevano sempre di portare il vino, che però poi non vedevo mai in esposizione nel banchetto della pesca tra gli altri premi. Chissà che fine faceva.

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Oggi i riflettori sono puntati su Parigi. La strage avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo ha scioccato il mondo intero. L’11 settembre francese, l’hanno chiamato: l’ennesima violazione della libertà di espressione, di parola, di stampa. Inutile che io vi dica come, chi, quando e cosa sia successo perchè non farei che ripetere informazioni già ampiamente divulgate dalla stampa mondiale. Mi limiterò a riportare un unico e solo dettaglio, il dettaglio che nella tragedia, mi ha fatto ridere. I terroristi avevano sbagliato indirizzo. Sì, si erano fermati al civico 6, hanno chiesto informazioni e gli è stato segnalato che la redazione di Charlie Hebdo si trovava al civico 10. Un dettaglio che prima fa ridere, poi piangere, poi di nuovo ridere. Un commando terroristico che sbaglia indirizzo? Ci sono già troppe cose che non tornano.

Luigi-Pirandello2Il mondo è una gigantesca erma bifronte, la testa a due facce che Pirandello usa come metafora per spiegare la differenza tra il comico e l’umoristico: “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.

La satira invece la realtà la racconta usando la risata come mezzo. E’ lo strumento che cantastorie e giullari hanno sempre utilizzato per dire cose che altrimenti non avrebbero potuto dire senza finire con la testa mozzata. Giulio Cesare Croce, per esempio, nella Bologna cinquecentesca durante l’era del Cardinal Paleotti, tra restrizioni e ammonimenti cantava di Carnevale come di un uomo grasso che ride sempre e di Quaresima, un’esile e tristissima signora che invece non ride mai. Persino Dante la sua opera massima l’ha intitolata Commedia e non Tragedia: perchè è immaginaria e soprattutto perchè è un’immagine metaforica della realtà. E pensate un po’? C’è anche Maometto all’inferno in mezzo ai dannati: noi bolognesi lo sappiamo bene, visto che fino a qualche anno fa volevano far saltare per aria la nostra chiesa preferita, a causa dell’affresco raffigurante proprio l’inferno così come il Sommo Poeta l’ha immaginato.

220px-CharliehebdoI redattori di Charlie Hebdo volevano solo fare questo: far ridere raccontando la realtà, così come altre gloriose testate come Il Male, Il Vernacoliere, Cuore o anche il New Yorker in parte, hanno fatto o riescono ancora a fare. La loro colpa è esserne capaci, perchè saper far ridere, come saper ridere di sè stessi e prendersi poco sul serio è sinonimo di intelligenza e di libertà. La libertà è uno stato mentale: non si è liberi solo perchè si è fuori di prigione, ma si è liberi se le proprie azioni sono frutto del proprio e unico ragionamento. Non posso quindi considerare i fondamentalisti religiosi, qualunque sia la loro religione, delle persone libere: uccidere in nome di qualcuno non ti rende un eroe, ma uno schiavo del pensiero di qualcun altro. Facile, troppo facile.

Mi fermo qui, perchè andare oltre sarebbe inutile. Non ho intenzione di rivalutare la Fallaci o di diventare sempre più intollerante in un mondo che intollerante lo è già e che va sempre più a destra. Tanto in Francia Marie Le Pen aveva già vinto, non c’era bisogno dell’ennesimo attentato in nome di Allah. Non voglio neanche manifestare tutti i miei dubbi a riguardo perchè sono gli stessi dubbi che mi sono sorti l’11 settembre di quattordici anni fa: un capro espiatorio, un qualcuno a cui dare la colpa. Un signor Malaussène, per citare un personaggio creato proprio da uno dei più grandi scrittori francesi contemporanei. C’è sempre un braccio e c’è sempre una mente ma non per forza appartengono allo stesso corpo. La mente comanda il braccio, ma potrebbero essere appartenenti a due mondi, due entità perfettamente distinte, a volte lontanissimi ma che per qualche strana e incomprensibile ragione, finiscono per servirsi l’uno dell’altro.

E intanto la benzina continua a scendere di prezzo. E non c’è un cazzo da ridere però.

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A love story. Capitolo 9: Anche i personaggi delle favole non sono normali

“Tu fammi un solo esempio di una che conosciamo alla quale è andata bene.”

“Vuoi un esempio? Vuoi che ti faccia un nome? Vuoi che ti dica un nome insomma, uno qualunque.”

-“Sì, uno. Me ne basta uno.”

“Dio, che ossessione sono i nomi… quel gran culo di Cenerentola!”

Pretty Woman di Garry Marshall

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Eh sì, torno alla ribalda dopo un silenzio lungo quasi un anno e mezzo. C’è ritorno e ritorno: quello di Ulisse a Itaca, atteso per quasi vent’anni da Penelope, e quello di Sylvester Stallone al cinema con il capitolo (pare) conclusivo della saga del pugile Rocky Balboa. Questo per dire che ogni ritorno che si rispetti deve aver creato un minimo di aspettativa. Si può essere eroi in vari modi. E si può essere eroi anche solo per un giorno, e per una persona sola.

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13_Cenerentola_640-480_resizeRiprendiamo l’argomento tanto amato dalle donne di tutto il mondo: le favole che ci hanno raccontato quando eravamo piccole e che non si sono avverate. All’oggi, la maggior parte delle giovani fanciulle che speravano di essere destate da un lungo sonno dal bacio di un principe biondo e bello, si ritrovano invece a fare i conti con l’alito del proprio gatto aromatizzato alla triglia che ha la funzione di dar loro il buongiorno tutte le mattine.

Evidentemente ci siamo perse il passaggio nel momento in cui la voce narrante dice: “tutto quello che stiamo per raccontarvi non ha nessuna attinenza con la realtà. Anzi, semmai, nella vita reale vi capiterà il contrario”. A cosa servono le favole delle principesse salvate se poi non si avverano? A mantenere viva la speranza. Perchè a volte succede.

Il mio amico F., come dice lui, ha avuto una vita sentimentale un po’ travagliata, ma a quanto pare non ha mai perso la speranza, mai, nemmeno quando il cuore ha detto basta e ha dovuto cercarne un altro sostitutivo. A cinquant’anni suonati e un figlio adolescente ha trovato l’amore della sua vita e sta vivendo tutto come se fosse ancora un ragazzino in motorino in giro per la cittadina romagnola dove vive. Follia? Un po’, soprattutto incoscienza, direi. Quell’incoscienza che ti fa guardare sempre avanti, chiudendoti le vecchie porte alle spalle, senza dimenticare anzi, imparando ogni volta qualcosa che va a far parte di un background da consultare ogni volta che si inizia qualcosa. Il passato non interferisce, non appesantisce e non crea disillusioni. Dopo matrimoni falliti, separazioni dolorose e delusione per relazioni che si sono rivelate un disastro, come si fa a mantenere ancora aperta una porticina, la porticina del proprio cuore che dice: “ma sì, proviamo. Magari stavolta è quella buona”?

Per me, per come sono cresciuta io e per la visione che ho io delle relazioni di coppia, questa è una favola, ne possiede tutte le caratteristiche: è abbastanza irrazionale e totalmente fuori dalle righe, i protagonisti sono pazzi al punto giusto, sono anomali perchè non stiamo parlando di due ventenni e totalmente noncuranti delle opinioni degli altri. D’altronde, neanche i protagonisti delle favole si possono certo definire normali: una è scappata di casa ed è andata a vivere nel bosco con sette nani minatori, totalmente sconosciuti e dall’età incerta; un’altra ha intrattenuto conversazioni per i primi diciotto anni della sua vita con i topi che popolavano la sua stanzetta da letto. Per non parlare poi di Belle, genio incompreso e regina di tutte le crocerossine, che si è intestardita a tal punto col la Bestia da trasformarlo nel solito bellimbusto muscoloso e ricco, ovviamente. Nessuna favola ha per protagonisti un impiegato al volante della sua Mini e una commessa di Benetton con lo shatush che quando si sposano fanno la lista di nozze in agenzia di viaggio e mettono l’iban nella partecipazione giustificandolo con frasi tipo “così potete contribuire a realizzare il nostro sogno”. La prospettiva di una vita di coppia prevedibile e rassicurante non ha nulla di favoleggiante, perchè per far parte di una favola è necessario un ingrediente fondamentale: l’accettazione del rischio. Senza rischio non c’è favola, senza incoscienza non c’è incanto. Siate folli, diceva il vecchio Steve. le cose accadono se ancora crediamo possano accadere. Per l’analista, c’è sempre tempo.

La grande truffa del nuovo millennio. Se cambiano i suonatori la musica è sempre la stessa?

“Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”.

The Imitation Game

Anno nuovo, nuovo post. Del resto le cose mi piace iniziarle, non finirle. Ho aspettato tanto prima di scrivere di nuovo, è vero, ma a volte una pausa di riflessione, un anno sabbatico, sono necessari per non cadere nella ridondanza, della serie “me la fischio e me la canto”.

1406019549_the-imitation-game-movie-new-pic-2Inizio questo post con una massima rubata ad una signora bolognese oggi all’ora di pranzo sul 20 diretto al Pilastro. “Cambiano i suonatori ma la musica è sempre la stessa”. E’ vero, ma potrebbero suonarla meglio. Lo stesso pezzo swing cantato da Frank Sinatra o da Marco Carta nel suo ultimissimo cd natalizio risulta essere uguale alle nostre orecchie? Se sì, il problema non è dei suonatori, ma nostro.

Ieri, primo gennaio dell’anno di grazia 2015, sono andata al cinema a vedere “The Imitation game”, meritevole pellicola già in corsa per l’ambita statuetta dorata a Los Angeles, soprattutto il protagonista, Benedict Cumberbatch, bellissimo e divino nell’interpretazione, anche se ai miei occhi è e rimarrà sempre l’investigatore londinese di Baker Street nella fortunatissima serie prodotta dalla Bbc. La storia di un genio che dalla sua non aveva nulla: ebreo, omosessuale, strambo. Con questi presupposti si va poco lontano, peccato che Alan Turing, è questo il suo nome, abbia inventato il prototipo di quello che poi è diventato il computer e con questa invenzione abbia fermato la seconda guerra mondiale salvando milioni di vite. Questo, nel 1941. Noi ne siamo venuti a conoscenza grazie al film a lui dedicato nel 2015, 74 anni dopo. Va bene che il Buggery Act, la legge che in Inghilterra dichiarava reato penale l’omosessualità, è sopravvissuto fino al 1967; da allora riguardo all’argomento i nostri amici oltre la Manica hanno fatto passi da gigante ma allora perchè di Alan Turing non si è mai sentito parlare, mai fino a pochi mesi fa?

Forse perchè la sua attività di crittografo durante la seconda guerra mondiale è stata coperta da segreto di stato fino al 2009? O forse, ed è molto più probabile, perchè il governo inglese ha peccato di omofobia perseguitando un eroe, morto suicida nel 1954, al quale Sua Maestà ha elargito la grazia solo nel 2013? Ma questa è storia, e la potrete leggere a breve in centinaia di libri che verranno pubblicati sull’argomento, libri che parleranno del libro che ha raccontato nel libro ecc…Certo, non è la prima volta che un popolo per dire “grazie” abbia dovuto ricorrere alla cinepresa: c’è chi sostiene che il film Avatar, del 2009, non sia altro che un esplicito mea culpa degli americani nei confronti dei nativi. Questo sarà stato possibile giusto perchè il generale Custer è morto da quasi 150 anni, ma i pellerossa dalle riserve immagino quanto possano aver ringraziato per il gesto. Come si dice in questi casi, l’importante è il pensiero.

1412885793451Il problema è un altro, che poi è sempre lo stesso: la diversità spaventa, e la serietà non fa notizia. Neanche 20 giorni fa ho assistito ad uno degli avvenimenti storici più importanti del nuovo millennio: il 17 dicembre 2014 il governo americano ha annunciato di voler porre fine all’embargo a Cuba, e nessuno ne ha parlato. Non dico al bar, o alla fermata dell’autobus o dalla parrucchiera, ma perfino i telegiornali sono stati parsimoniosi sull’argomento. Di certo non posso pretendere che Bruno Vespa dedichi alla questione una puntata speciale di Porta a Porta con tanto di plastico di Cuba in studio per verificare i luoghi dove Obama, Raul Castro e Papa Francesco si potrebbero essere incontrati per un Cuba Libre e un buon sigaro. Ma le spunte blu di Whatsapp hanno decisamente suscitato molto più interesse a confronto, o almeno per i giornalisti di Studio Aperto è stato così: quante relazioni sentimentali avrà compromesso l’aggiornamento della popolare applicazione?

Tralasciando la tristezza delle scelte mediatiche del nostro paese, direi di tornare a Turing che, come dicevo, era un genio e quindi diverso, ma soprattutto era omosessuale e quindi decisamente diverso. La diversità ha sempre fatto paura e non ha ancora smesso perchè i ragazzini a scuola continuano ad essere vittime di bullismo da parte dei compagni se anche solo vagamente sospettati di essere gay, ma non solo: sono vittime di sevizie anche se grassi, se poveri e se figli di probabili comunisti (ancora…). L’unico modo per non essere presi di mira a questo mondo quindi è essere ricchi, o almeno benestanti, eterosessuali, prepotenti e stupidi. Abbastanza stupidi da confondersi perfettamente con la massa, senza avere idee discordanti, senza opinioni particolarmente illuminanti, e soprattutto, senza gusto.

Il gusto è un qualcosa che fa la differenza e qui mi ricollego al discorso omosessualità perchè, a mio avviso, l’omosessualità non è nè una malattia congenita, nè una deformazione, nè un cromosoma mancante dalla nascita. L’omosessualità è dettata dal gusto, quindi perchè dev’esserci tutta questa vergogna a chiamarla diversità? Perchè il termine diverso deve essere considerato una discriminazione? E’ questa la stupidità e a questo proposito sono costretta a bacchettare anche i lettori gay che si sentiranno subito messi all’angolo anche se non è così: smettetela di offendervi se vi sentite chiamare “diversi”, anche se con disprezzo, perchè dovreste essere solo orgogliosi di avere un vostro gusto, una vostra opinione e un vostro colore ben definito in questo grigiume diffuso.

Turing era nel suo mondo fatto di numeri e altre genialità varie quindi era diverso all’ennesima potenza. Ovviamente il fatto che sia stato un genio e anche omosessuale non ha nessuna connessione: Mark Zuckerberg ha inventato Facebook a 21 anni quando la ragazza l’ha mollato e non dite “sì vabbè ma Facebook…” perchè è un genio anche lui e Facebook lo usiamo tutti. Certo non ha fermato la guerra e non ha inventato nessun vaccino contro qualche malattia mortale, ma a suo modo ha cambiato il mondo.

Non cerchiamo di giustificare la genialità con l’omosessualità perchè finirebbe per essere sempre e comunque un luogo comune. Giustifichiamo piuttosto la curiosità e impariamo ad usarla.