A love story. Capitolo 8: Ti ho tradita ma dormivo

L’avevano sentita almeno cento volte la storia dello zio defunto, ma quando Rinaldi diceva “No, no, si era tutti a Parma” le risate e i ghigni d’approvazione salivano alti verso il cielo. Non era un’idea tanto semplice, alla fine; la storia del funerale d’un parente l’avrebbe saputa trovare chiunque, ma la classe maestosa di quel dettaglio geografico, con questo spaccato di vita familiare a Parma?

Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo

 

il-tempo-delle-melePochi giorni fa ho avuto occasione di ricordare gli anni delle superiori e immediatamente mi è partita in testa la colonna sonora del “Tempo delle mele”. Perché quando si pensa alle superiori non si pensa alla scuola, allo studio o al fatto che si era giovani e adesso lo si è un po’ meno. No, affatto. Si pensa agli scioperi, alle occupazioni, alle manifestazioni contro il Governo e alle cotte, che non erano cotte, erano tragedie greche, dove alla fine tutti muoiono, più o meno. Ricordo i dieci minuti di intervallo passati fuori dall’aula nella speranza di veder passare i vari Manuel, Luca, Gianluca, Matteo (a Bologna negli anni ’90 i nomi maschili più gettonati erano questi…), ricordo le Smemo che non si chiudevano più a libro ma anche solo dopo una settimana di scuola avevano già assunto le sembianze di una piadina ripiena di verdure gratinate del piadinaro di Gabicce Monte. Ricordo gli zainetti Invicta, come giustamente li ha ricordati prima di me il buon Enrico Brizzi in “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, le schiacciatine Bottoli per merenda e il City e il Booster tra i primi scooter. Ma più di tutti ricordo la fantasia dei maschi che trovava massima espressione nelle giustificazioni per le assenze. Al raggiungimento della maggiore età è infatti consentito agli studenti di firmarsi le giustificazioni da soli e le fantasia degli alunni maschi della sezione ragioneria “Mercurio” dell’ I.t.c.s. “Rosa Luxemburg” di Bologna avrebbe fatto invidia a Breton e a tutto il gruppo dei surrealisti francesi. “Congiunzione lunare sfavorevole” è tra quelle che ricordo meglio, assieme ad una pletora di scusanti non solo imbarazzanti ma quasi quasi anche un po’ offensive. Ma i nostri ingenui ragionieri non erano altro che dei banali dilettanti, in fatto di scuse, se paragonati ai ben più scaltri e navigati studenti dell’istituto tecnico industriale “Aldini Valeriani”, istituto quasi totalmente maschile, produttore inconsapevole di racconta-favole professionisti nel settore. All’epoca, agli occhi di noi donzelle un po’ provincialotte luxemburghiane, lo studente medio delle Aldini rappresentava l’emblema del grande amore: fancazzisti irrecuperabili, audaci e tutto sommato piacenti, dotati di scooter bene o male omologato per due, quasi totalmente indigeni entro-porta e soprattutto seduttori nati, favoriti naturalmente da questa loro innata indole bugiarda. Gli studenti delle Aldini erano in grado nella mezz’ora che precede l’inizio delle lezioni di organizzare uno sciopero di massa coinvolgendo tutte le scuole del centro, anche i licei, che con gli istituti tecnici non volevano avere niente a che fare. Perciò, vista la capacità comunicativa, di fronte a dei fomentatori di folle del genere, la domanda ha incontrato perfettamente l’offerta e noi non potevamo fare altro che innamorarci perdutamente, abbandonare le aule e scendere in piazza al loro fianco, a protestare per  “la scarsa quantità di crema presente nei bomboloni del bar della scuola”, perché questa era la portata delle argomentazioni presentate dagli aldiniani.

locandinaPotete quindi capire che, se già a 15 anni si è in grado di convincere con scuse del genere (anche se convincere delle 15enni col capello crespo e le Nike Air, che pur di saltare l’ora di tedesco sarebbero andate a San Luca in bicicletta col vento contro partendo da Porta San Felice), cosa si potrà mai raccontare a 30-40 anni, alla propria compagna, di fronte ad un tradimento, per esempio, non potendo più giocarsi la carta dell’ebbrezza causa evidente superamento del limite massimo di età. Certo, a vent’anni ce le siamo bevute tutte e anche di più: se tutti i maschi che hanno usato la scusa “ti ho tradito ma ero ubriaco” avessero pagato i diritti d’autore a quest’ora il legittimo copywriter sarebbe più ricco di Donald Sutherland. L’attenuante dell’abuso di alcol scagionava qualunque adultero, immotivatamente però: perché mai dovrei perdonare il tuo tradimento solo perché non eri sobrio? Purtroppo però il perdono fa parte del catalogo di sfighe che vengono assegnate di serie alla donna alla nascita, assieme al ciclo mestruale, la certetta, la cellulite e altre prelibatezze simili. Così, bene o male almeno una volta nella vita tutte abbiamo perdonato l’avvinazzato fedifrago, venuto a chiedere perdono l’indomani con l’alitosi tipica del dopo-sbornia, spettinato, senza aver fatto la barba e incapace di intendere e di volere. A parte l’alitosi, non c’era molta differenza con gli altri giorni, ecco perché solitamente veniva perdonato senza troppa fatica. Col passare degli anni però la scusa dell’alcol è diventata inutilizzabile, fortunatamente e purtroppo la fantasia dei maschi ha iniziato anche a diventare sempre meno originale. La necessità di perdono davanti a imperdonabili tradimenti rimane, ma iniziano a scarseggiare le risorse di scuse, fino ad arrivare a banalità sfoderate in zona Cesarini che non hanno pari. “Sì è vero, ti ho tradito, ma in realtà dormivo”: in 25 anni di onorata carriera di generatore di scuse assurde non sei riuscito a trovare niente di meglio?

Se dovesse mai capitarvi di sentirvi dire una cosa del genere vi prego, chiamatemi, conosco un buon avvocato che potrà fare al caso vostro.

 

Il pallidone che non passa mai di moda

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La mia amica C. sostiene che la nostra generazione sia cresciuta all’insegna della formazione dei cartoni animati giapponesi degli anni ’80, dove i protagonisti erano quasi tutti orfani alla ricerca dei veri e legittimi genitori. Candy Candy, Dolce Remi, Ciobin, Bum Bum il cagnolino e tanti altri ancora: giovani umani, animali o esseri non bene identificati ( Ciobin che cavolo era? Un uovo grigio con le zampe di Bugs Bunny?) tutti dall’infanzia gravemente segnata dall’abbandono familiare e tutti contrassegnati da un’esistenza fatta solo di sofferenze e delusioni per il fatto che la madre o il padre si siano palesati sempre e solo alla fine di una lunghissima serie composta da almeno un centinaio di puntate. Queste storie sono state ambientate nelle terre più disparate del globo terrestre ma nonostante tutto c’era una cosa che li rendeva simili: il momento in cui finalmente protagonista e genitore si abbracciano per la prima volta è sempre stato sottolineato da una straziante melodia di un qualche compositore ignoto di Osaka.

La mia teoria invece è figlia della generazione Hippie degli anni ’70: L’incantevole Creamy, Bia la strega, Lo specchio magico, Magica Emi e la tizia che faceva la fioraia della quale non ricordo il nome sono tutti cartoni animati di magia, con protagonisti maghi, streghe, trasformisti e altro ancora. Frutto di uno smodato utilizzo di droghe allucinogene pesantissime. La mia generazione quindi, si divide tra chi è rimasto traumatizzato dal genocidio di massa della prima tipologia di cartoni e chi invece si è estraniato dalla realtà sotto effetto di acidi convinto che i gatti siano extraterrestri sotto false sembianze e che gli specchietti da borsetta possano trasformarti in chiunque tu voglia.

Poi ci chiediamo come mai il cinquanta per cento dei laureati in psicologia nel mondo si trovi in Italia.

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real_dracula_vladportUno dei fenomeni letterari che poi è diventato cinematografico più interessante degli ultimi anni è sicuramente quello che vede coinvolta la celeberrima saga di Twilight.

Un copione che ha messo in moto una filiera editoriale tale da aver fatto vendere decine e decine di scrittori specializzati nel settore, non solo, ma che a loro volta hanno ceduto i diritti per farne delle serie tv e così via. La trama è il solito evergreen: la dolce fanciulla acqua e sapone che si innamora del torbido vampiro. Detta così non fa sicuramente pensare a qualcosa di nuovo, considerando che la letteratura nei decenni passati si è sprecata con pagine su pagine a carattere vampiresco, da Lovecraft al padre di tutti i succhiasangue: il classico Dracula di Bram Stoker.

Stephenie Meyer quindi non ha scritto nient’altro che un riciclo di vecchi miti della letteratura horror rivisto e corretto in chiave molto più adolescenziale e melensa, costruendo una saga su quattro volumi che parla di un emerito nulla, fondamentalmente, perché ciò che avviene poteva benissimo essere riassunto in un unico libro: si innamorano, si sposano, fanno un figlio, lei viene trasformata in vampiro, si sfidano in battaglia i vampiri buoni contro i vampiri cattivi (non ho capito come mai i vampiri cattivi sono italiani..), vincono i buoni, vissero felici e contenti ma soprattutto per sempre. Forse così è anche troppo semplificato, mi potrebbero contestare i fans, ma rimane il fatto che il terzo volume e il quarto contengono delle pagine talmente liquefatte che fondere i due libri riducendo la saga a tre volumi anziché quattro avrebbe sicuramente fatto risparmiare quintali e quintali di carta. Rimane il fatto che io i volumi li ho letti tutti e quattro e ho anche visto tutti e cinque i film perché la curiosità mi attanagliava a tal punto da voler indagare e entrare a fondo della questione per soddisfare il quesito che sin dalla lettura dalle prime pagine mi ha tormentata: perché ci piacciono i vampiri?

bram-stoker-s-dracula_650x447Perché questi esseri praticamente morti, freddi, pallidi e pericolosissimi sono però protagonisti delle più romantiche storie d’amore di tutti i tempi? E soprattutto, perché la saga di Twilight, da letteratura adolescenziale è riuscita ad appassionare lettori di tutte le età e provenienza, maschi o femmine che fossero? C’è bisogno di romanticismo, in un mondo dove è il cinismo a farla da padrone?

I vampiri sono esseri di altri tempi, vissuti la maggior parte delle volte nel secolo precedente a quello dell’amata umana: sono quindi galanti, educati, gentili e soprattutto hanno modi e maniere appartenenti ad una cavalleria che le giovani del nuovo millennio conoscono solo per sentito dire dai loro nonni. Il loro stato, a metà tra la vita e la morte, li rende perennemente tormentati per una maledizione che li condanna a vivere ai margini della società, sempre al limite della legalità e vittime di un istinto che li porta a compiere crimini incommensurabili. Ma soprattutto, i vampiri sono essere anaffettivi, in quanto morti anche se la loro incapacità di provare sentimenti profondi crolla di fronte all’amore incondizionato per la fanciulla dalle guance rosate e dal profumo inebriante speciale a tal punto da smentire una teoria inconfutabile.

twilightIn tutto questo, c’è forse qualcosa che non possa risultare incredibilmente irresistibile per l’intero genere femminile? No, specialmente il lato anaffettivo, che rappresenta la grande sfida di tutti i tempi: umanizzare il mostro.

Siamo sicuri di voler continuare a chiamarla letteratura “fantasy”, o meglio “urban fantasy”? No perché ho una notizia: di fantastico o fantasioso non c’è nulla. Il mondo è pieno di vampiri succhiasangue tristi, privi di sentimenti e vecchi dentro. Quindi ben venga la letteratura: sempre meglio leggere le loro storie sui libri che lavargli calzini e mutande, una volta la settimana.

Cercavo Jodorowsky e ho trovato una borsa gialla

“Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me!”

Marion Cotillard in “Midnight in Paris”

Parigi, un’omelette e una spremuta d’arancia 15 euro.

parigi 1Chi non è mai stato a Parigi non può sapere che si può vivere in 30 metri quadrati ed essere felici come non mai. Non saprà mai che si può comprare una baguette e finirla a forza di piccoli morsi mentre si aspetta il metrò. Non potra mai capire l’emozione di vedere la Tour Eiffel che si illumina a mezzanotte del 31 dicembre sotto una pioggia torrenziale.

A Parigi il tempo scorre più velocemente, forse perchè l’alba arriva alle otto e le giornate iniziano più tardi; la gente si chiede dove siano finiti i parigini ma io li ho visti, abitano lì, appena fuori città, in una casa con una grande giardino e tante librerie, i piatti colorati e un cd di canti popolari degli albanesi della Calabria.

La vita a Parigi non ha senso senza gatti. I gatti vivono ovunque, in campagna e in città, nei monolocali e nei negozi, al pianterreno o al quarto, sbirciando dalla finestra i tetti dei palazzi sontuosi, le piccole mansarde, le luci che si accendono: cosa si mangia stasera? Vellutata di zucca e Camembert, ma solo e rigorosamente con il burro, qui si usa così. Tutti i pasti terminano con i formaggi, una lunga degustazione accompagnata da racconti e aneddoti, discussioni su quale sia la stagione migliore per il Roquefort; la Befana non si festeggia, ma la domenica prima o dopo il 6 gennaio si mangia la Galette e chi trova la Fava è il Re o la Regina della serata, ca c’est la France…

A Parigi c’è una stazione radio che trasmette solo jazz, 24 ore su 24: la televisione non ce l’hanno tutti e va bene così, allora si ascolta jazz e si legge Le Monde gratuitamente il giorno dopo, mentre si va al lavoro. Le scuole sono chiuse anche il mercoledì e i figli si mandano in punizione nei musei: è peggio forse starsene chiusi una settimana nella propria cameretta senza internet e cellulare o nelle sale del Pompidou, cercando l’opera più bella?

A Parigi, un biglietto della metropolitana costa 1 euro e 70 cent, molti cercano di non pagare infilandosi tra le sbarre mentre stai passando tu; ti chiedono scusa, sempre, per qualsiasi cosa, ti sorridono e ti chiamano mademoiselle e tu ti senti così elegante e raffinata, ma è solo un effetto della lingua, almeno credo sia così. Anche i negozi dei fruttivendoli appaiono più eleganti, ce n’è uno in Rue de Rivoli, verso la Bastille, che sembra più una boutique di frutta esotica: ero quasi tentata ad entrare, ma la frutta esotica non mi piace e poi le banane ci sono anche in Italia.

Ci sono tanti italiani che vivono a Parigi e la gente del posto si chiede perchè, ma anche tanti nordafricani, indiani e cinesi; se vai nei palazzi negli orari dei pasti, ad ogni piano sentirai un odore diverso: riso e curry al primo, salsa agrodolce e fritto al secondo, bollito di carne al terzo e così via. Non c’è quasi mai l’ascensore, quindi gli odori sei costretto a sentirli tutti: ma come faranno con i passeggini e le borse della spesa a fare tutti quei piani a piedi?

Parigi è andare al Cafè Le Temeraire il mercoledì pomeriggio, vicino alla Gare de Lyon, sperando di incontrare Alejandro Jodorowsky che legge i tarocchi gratuitamente ai presenti. Lì c’erano tanti studenti spagnoli, alle prime armi divinatorie e una ragazza con una borsa gialla molto bella, chissà dove l’avrà comprata. Quasi quasi glielo chiediamo e lei ci da’ le indicazioni del negozio così ho pensato che tornando a casa ci passo e la compro, tanto a lei non darà fastidio se compro la borsa uguale alla sua, no? Jodorowsky non viene, è impegnato a girare un film, però viene un suo allievo che mi dice che devo partire, cambiare città, non posso più aspettare e io ci penso e dico che ha ragione che sarebbe bello anche vivere a Parigi e andare al Cafè Le Temeraire tutti i mercoledì e vivere in 30 metri quadrati con i miei due gatti , perchè se sono tutti felici vivendo in questo modo allora potrei esserlo anche io…

Ora devo salutarvi però, dovrei fare un salto al Pantheon, non so dov’è guarderò sulla cartina e poi andrò al metrò più vicino. Spero di riuscire a non pagare il biglietto, lo fanno tutti, lo farò anch’io.

Galeotto fu il Lingotto. Storie d’amore sul lavoro e viceversa

marchionne-2Con questo look alla Umberto Eco, più intellettuale che industriale, più riflessivo che amministrativo, anche Sergio Marchionne, il super AD della Fiat, ha trovato l’amore. Eh sì, anche i business man si innamorano, anche i ricchi piangono, e anche a loro ( non solo in Grey’s Anatomy o serie tv similari che io mi ostino a fagocitare in maniera ossessivo-compulsiva) capita di innamorarsi di una collega. Ovviamente, Henry Ford docet, mica di un’operaia addetta alla verniciatura della carrozzeria, ma dell’addetta stampa della Fiat, tale Manuela Battezzato, di vent’anni più giovane di lui. Chi lo può sapere: una fotocopia, un comunicato stampa, una conferenza, ci prendiamo un caffè perchè no sì volentieri e subito fa capolino il cupido sabaudo in utilitaria che con la sua freccia 1200 di cilindrata 5 porte colpisce entrambi, che lo si voglia o no. Ma sarà amore?

Vige un certo scetticismo riguardo alle storie d’amore nate sul posto di lavoro. La televisione e la tradizione ci hanno abituati, come dicevo prima, a ritenere ovvio e scontato che determinate categorie si accasino fra di loro, quindi:

– il medico e l’infermiera

– il direttore e la segretaria

– la rockstar e la groupie

– il regista e l’attrice (oppure più semplicemente gli attori fra di loro)

– gli avvocati (fra di loro)

– i poliziotti (fra di loro)

– i concorrenti dei reality (fra di loro, anche più di due alla volta)

– i Forrester (fra di loro, a prescindere dal grado di parentela)

La scintilla può scattare davvero in circostanze poco ovvie, come in cucina ad esempio: con tutte le trasmissioni e libri che sono adesso in circolazione sulla cucina, da Benedetta Parodi in poi, vuoi che non sia mai stata teatro di storie d’amore condite di zenzero e paprika? Lo chef e l’aiuto cuoco sono il nuovo binomio medico-infermiera, che rimane il grande evergreen degli amori nati sul lavoro: George Clooney alias dottor Ross e l’infermiera Hathaway di E.R. ne sono il classico esempio. Si è sempre detto che i medici si accoppiassero fra di loro per la mancanza di tempo e vita sociale: trascorrendo infatti più dei due terzi della propria vita in ospedale, fra turni doppi, emergenze, catastrofi varie ed eventuali, l’unico modo per poter avere una vita sentimentale oltre che lavorativa era scegliere la potenziale compagna fra quelle in camice verde e dottor Scholl bianchi. Personalmente, credo che questo sia vero solo in parte. Voglio dire, sarebbe allora solo un ripiego bello e buono. Se ci pensiamo, il vero grande dramma delle storie d’amore, o comunque il dubbio che attanaglia la maggior parte delle persone alle prese con una nuova storia d’amore, è il dialogo. Non per tutte le coppie, ça va sans dire (Satta-Boateng di sicuro avranno altri problemi, non certo il dialogo a cui pensare…), ma quante di noi prima di un appuntamento hanno pensato: “oddio e se poi non abbiamo niente da dirci?”. Il silenzio terrorizza le persone che si incontrano in circostanze diverse dall’ambito professionale: non è quindi l’attrazione fisica, nè la famosa “simpatia e capacità di far ridere”. Il collante sono gli interessi in comune, che trovano quindi il massimo della realizzazione se i componenti della coppia provengono entrambi dalla stessa sfera professionale. Vuoi che un medico e un’infermiera, tra rinoplastiche, punti di sutura, appendicectomie e salvataggi in corner non riescano a trovare qualcosa da raccontarsi la sera, a tavola?

Television : ERNon solo. Il lavorare assieme genera intesa, feeling: si trascorre molto tempo assieme, fianco a fianco, si è costretti ad andare d’accordo, a creare un rapporto umano, che col passare del tempo assumono sembianze differenti: il collega che fuori dall’ufficio non avresti mai degnato di uno sguardo, giorno dopo giorno diventa affascinante, intrigante. Uno sguardo, una battuta, l’intimità che cresce e in men che non si dica ti ritrovi ad esser felice di andare al lavoro per poter trascorrere più tempo possibile con la persona amata.

Ed ecco che arrivano i contro: cosa succede se la storia poi non va a buon fine? Se ci si lascia, se si perde interesse l’uno per l’altra, se uno dei due si rende conto che ciò che sembrava amore era in realtà solo un calesse trainato dall’entusiasmo lavorativo sfociato in qualcosa che si è evidentemente frainteso? Se la decisione è di entrambi beh, si archivia la parentesi e pace fatta, ma se la decisione è di uno solo dei due non è così semplice: ciò che prima rendeva così dolce la giornata lavorativa ora la riempirà di fiele rendendo quasi impossibile il normale svolgimento delle mansioni. Il posto di lavoro sarà quindi una prigione, talmente insopportabile da portare uno dei due a pensare seriamente di chiedere un trasferimento o di dare le dimissioni.

E’ matematico, d’altronde: la storia all’inizio viaggia sui canali dell’entusiasmo, specialmente se si decide di tenerla nascosta, che allora il sentimento si colorerà di quella tonalità di intrigo e mistero tanto amati dalle donne…Poi, piano piano, arriva la routine, con i primi battibecchi, le discussioni, le incomprensioni, le gelosie nei confronti della collega appena arrivata più giovane, più bella e più nuova. In una vita di coppia normale, il lavoro rappresenta la fuga da questi momenti, che grazie alle ore trascorse lontani si affievoliscono fino a scomparire, la sera, al rientro a casa. Ma se il ring è il lavoro allora non c’è scampo: la discussione assume caratteristiche insormontabili da guerra fredda, andando quindi a disgregare lentamente non solo la vita di coppia ma anche il proprio rendimento lavorativo.

Sarebbe quindi forse consigliabile tenere distinti lavoro e vita sentimentale, per quanto questo possa essere possibile. Ma al cuore, si sa, non si comanda, o almeno io non ho ancora imparato a farlo…

La stitichezza emotiva. Dio me ne scampi (e gamberetti)

“La mortadella è buonissima, non c’è niente da fare, è proprio buona. La mortadella è comunista, il salame…socialista, il prosciutto crudo è democristiano. La coppa? Liberale, le salsicce..repubblicane. Il prosciutto cotto è fascista”.

Francesco Nuti in “Caruso Pascoski di padre polacco”

Avete mai letto il libro “Metamedicina, ogni sintomo è un messaggio” di Claudia Rainville? E’ una piccola Bibbia su tutto ciò che riguarda le malattie croniche, gli strani sintomi che ci appartengono, tutte le caratteristiche che fanno parte del nostro essere Individuo. L’ansia, la psoriasi, la balbuzie, la calvizie e tanti altri disturbi vengono qui spiegati e letti come manifestazioni di una patologia psicosomatica. Persino l’alluce valgo ha in realtà un significato nascosto…Questo per arrivare a parlare di stitichezza. No, non vi siete sbagliati, non siete finiti nel blog di Michele Mirabella nè in quello di Luciano Onder. Voglio parlare di stitichezza così come viene analizzata nel volume della Rainville:

Stitichezza. E’ collegata al fatto di trattenersi. Ci si trattiene quando, essendo troppo occupati, continuiamo a posticipare il fatto di dare ascolto a un dato bisogno, oppure per paura di disturbare, o per paura di non piacere a qualcuno: “Se dico questo la cosa gli dispiace e forse si arrabbierà, oppure si chiuderà. Se faccio quest’altro e lui non è d’accordo, forse mi criticherà, oppure mi rimprovererà. Se agisco di nuovo in questo modo, forse mi lascierà”. La paura di dispiacere a qualcuno è direttamente collegata alla paura di non essere amato, di venire abbandonato, e per questo chiediamo a noi stessi di essere perfetti. La stitichezza può anche indicare che ci teniamo aggrappati a convinzioni che ci danno sicurezza. (Claudia Rainville, Metamedicina ogni sintomo è un messaggio, ed. Amrita, pag. 337)”.

Arrivo al dunque, in modo da farvi capire perchè sto parlando da mezz’ora di stipsi e non di banalità sentimentali come al solito (e comunque nè Onder nè Mirabella avrebbero parlato del problema in questi termini, ma vi avrebbero semplicemente spedito in farmacia a comprare supposte di glicerina): vi siete mai accorti che alcune persone soffrono di stitichezza, ma non fisiologica, bensì emotiva-sentimentale?

Molti di voi avranno visto sicuramente il film “Shame” che ha fatto parlare parecchio l’inverno scorso. Il protagonista è un perfetto esempio di stitichezza emotiva: vuole apparire perfetto e libero, di successo, distaccato, allergico alle relazioni stabili e incapace di provare sentimenti profondi. Sotto sotto soffre (anche gli stitici soffrono, fisicamente…) ma non lo ammette e non cerca aiuto, anzi, prova fastidio per l’atteggiamento della sorella, classico prototipo invece di donna con dipendenza affettiva. Sono semplicemente due facce della stessa medaglia, solo che lui ha sviluppato tramite la sua stitichezza affettiva un’ottima arma di difesa contro la sofferenza. Non rischia, non soffre. Apparentemente, ma è quello che conta, l’apparenza.

Una mia amica, F., sulla sua bacheca di facebook qualche giorno fa ha pubblicato questo:

“Monotonia, noia, morte. Milioni di uomini vivono in questo modo (o muoiono in questo modo), senza saperlo. Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini. Poi interviene una cura “urto”, una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvandoli dalla morte”.

Quante persone conoscete che vivono così? Ma soprattutto, quanti vogliono realmente essere salvati?

Non è scritta da nessuna parte la vera ricetta della felicità, ognuno ha la sua, in base alle proprie esigenze, alle proprie caratteristiche, ambizioni e sogni. Sì, i sogni, questi sconosciuti. I sogni son desideri di felicità, cantava Cenerentola. Che è la protagonista di una favola quindi non è attendibile per tutti coloro che appartengono ad una fascia di età superiore agli otto anni. Ma se non si hanno sogni, se non si è in grado di provare emozioni forti, se non ci si vuole mettere in gioco e rischiare il tutto e per tutto, si può affermare comunque che si stia “vivendo la propria vita”? O semplicemente si sta rispettando un copione, predefinito, standard e già ampiamente collaudato?

Sempre F. un giorno mi ha detto che la libertà mentale è una grande conquista ma comporta solitudine e non siamo tutti pronti ad affrontare la solitudine. Siamo invece soprattutto fatti per stare in coppia, per paura della solitudine, quindi decidiamo di passare la vita con qualcuno pur di non stare da soli. Possibilmente, tra l’altro, non con la persona che rischierebbe di farci provare emozioni forti tutta la vita. Si sceglie invece un compagno/a innocuo, con cui trascorrere un’esistenza priva di colpi di scena o situazioni rischiose, ma forse, senza mai raggiungere veramente la tanto agognata felicità. La stitichezza emotiva quindi è uno scudo per parare i colpi, le frecce di Cupido, che fanno innamorare ma che feriscono. Nessuno vuole soffrire, intendiamoci, tutti vorremmo evitare le sofferenze, ma le regole del gioco della vita sono queste: se punti tutto sul rosso puoi fare jackpot, o tornartene a casa in mutande. Se vuoi veramente vivere, rischi. Altrimenti non stai vivendo, ma semplicemente stai conducendo un’esistenza, che però non significa vivere.

Io credo valga la pena inseguire i propri sogni, conoscere quel qualcosa o qualcuno in grado di cambiarci la vita, scommettere e rischiare, a costo di ritrovarsi col cuore spezzato o con una manciata di delusioni in tasca. Almeno, potremo dire di essere davvero libero di decidere e di scegliere, non saremo semplicemente tra quelli che scelgono la strada più battuta perchè così fan tutti, scansando le emozioni che inevitabilmente ci verranno incontro. Ma se deciderete di rischiare allora tenetevi alla larga dagli emotivamente stitici o vi ritroverete a combattere contro i mulini a vento del buon Don Chisciotte: non esiste paracadute che voi possiate offrirgli in grado di fargli decidere di saltare. Un buon analista forse, ma questa è un’altra storia.

Stitichezza emotiva in arrivo? No grazie, preferisco vivere. O come direbbe il buon Antonio Capitani: ussignur…

E scusate se sarò felice per i prossimi quattro anni

Aspettando il post.

Non amo Kubrick, i suoi film mi annoiano terribilmente. Per questo motivo, non sarò mai considerata una vera cinefila da coloro che ancora, erroneamente, vengono definiti Gli intellettuali di sinistra. Sono desolata, frequentatori assidui dei cineforum d’essai, il genio di Stanley non “mi arriva”, per usare un termine x-factoresco. Detesto i suoi silenzi, la sua irremovibile glacialità, il suo ossessivo perfezionismo. Preferisco un regista meno tecnico ma più passionale. Preferisco i francesi, Truffaut, gli inglesi socialmente protestanti e la tragicità iberica di Almodovar. Detto questo, consideratemi una capra, ma almeno non ho un cervello in condivisione.

Fine Aspettando il post.

“Four more years” e i retweet impazziscono. Una cosa come 500.000 volte. Di queste 500.000 volte, 450.000 erano donne secondo me, commosse dalla foto allegata al cinguettio più retweettato della storia: un abbraccio tra Barack e Michelle, l’abbraccio più tenero, confortante, eloquente che io abbia mai visto. Ma dico, cos’è, pura essenza di gioia? Estratto idroalcolico di felicità? L’invidia femminile ha raggiunto livelli mai registrati. Chi non ha mai sognato di ricevere un abbraccio così?

Un abbraccio. Banale manifestazione di affetto.

Ora, mi soffermo sul termine banale. I social network sono al giorno d’oggi una finestra sulla società: infatti, non si fa altro che parlare di four more years che però non è stata la prima dichiarazione di Obama alla stampa, o alla televisione, ma un tweet. IL tweet. Ok, la gente è impazzita, la vittoria di Obama è stata sentita non solo dagli americani ma da tutto il mondo: perchè siamo alleati, perchè siamo nelle Nazioni Unite? Ma no, perchè è una persona in gamba, perchè se l’è meritato, perchè che si voglia o no gli Stati Uniti sono una potenza e tutto ciò che li coinvolge, appassiona il mondo, dalla notte degli Oscar, ai disastri meteorologici, agli scandali alla Casa Bianca, ai gossip, alla maratona di New York che è stata rimandata ma che Linus (direttore artistico di Radio Deejay) non avrebbe sicuramente mancato. Il crollo delle Torri Gemelle ha creato una frattura nella storia. Quindi, che ci piaccia o no, il destino americano ci coinvolge e sempre sarà così.

Il popolo di Facebook non è d’accordo.

Nei giorni seguenti la rielezione di Obama, i commenti più frequenti degli italiani sono stati: “Per quale motivo festeggiare la vittoria di Obama quando a noi non viene nulla in tasca”, “Dovremmo pensare più alla nostra di politica, che a quella degli altri”, eccetera eccetera. Bla bla bla. Banalità, banalità, banalità. America uguale capitalismo, globalizzazione, Steven Spielberg. Gioire per Obama significa essere terribilmente commerciali, mon dieu.

Ora, visto che devo guardare ciò che succede nel mio di Paese, chiedo scusa se alle ultime elezioni italiane anzichè four more years ho pensato “oh, no, altri cinque lunghissimi anni, che cazzo”. Scusate se non riesco ad appassionarmi alle mirabolanti vicende del Bel Paese, ma sarà che ultimamente seguire la politica italiana significa sentire le illuminanti dichiarazioni della Minetti. Scusate, se non riesco ad avvertire una mia identità patriottica, se mi scappa da ridere quando ai Mondiali di calcio suonano l’Inno di Mameli o se mi vergogno quando un Ministro si permette di dire che i giovani sono Choosy in un Paese con più del 30% di disoccupazione giovanile. Il bisogno di distinguersi ha reso tutti uguali. L’essere diverso ha senso se si riesce  perseguire una propria linea di pensiero, se si riesce ad esprimere un ragionamento individuale, singolo, unico e personale. Se si va tutti dalla parte opposta, per essere diversi, si finisce comunque per essere uguali. Chi è quindi che fa parte del gregge? Non chi sale sul carro dei vincitori, ma alla stessa maniera anche chi ostenta un modus vivendi di una lobby che non è più nicchia ormai. Un pulpito che è diventato ormai sovraffollato di predicatori benpensanti che vanno avanti a forza di giudizi. Tutti a criticare Facebook, ma poi gli utenti aumentano di giorno in giorno. Pur di non essere tra quelli che vanno a vedere i fratelli Vanzina, si riempiono la bocca delle critiche positive fatte ai film vincitori del Festival di Cannes.

Volete essere diversi? Iniziate col pensare con la vostra testa. Andate a vedere Viva l’Italia al cinema, riflettete e ridete, sempre che ridere al cinema non sia troppo populista. Non lamentatevi di quello che è diventata la sinistra italiana, visto che è dagli anni ’70 che ce la mettiamo tutta per essere snob e intellettuali, ma poco d’azione.

Lasciate che Obama si goda la sua vittoria.

Non sarà mica invidia?

Garrone, Never Give Up

“Voglio diventare ricca e famosa”.

Ma conterà di più il fattore ricchezza o il fattore fama? Nella scala delle aspettative umane, è la fama a rappresenterare la priorità assoluta o la ricchezza? Una volta si diceva che i soldi non danno la felicità ed è vero, anzi pare che un recente studio condotto da un’università americana, uno di quegli studi a impatto zero che tengono impegnati gli stagisti dei vari atenei per un buon decennio, abbia rilevato che la fetta di popolazione alla quale veniva aumentato lo stipendio non diventava però più felice. I soldi possono dare tranquillità, ma non felicità, non soddisfazione. Quindi nel binomio ricca-famosa, temo proprio vinca la seconda. Eh sì, è la fama che bramano gli italiani, o forse l’uomo in generale.

In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes”. Così profetizzò Andy Wahrol nel 1968: ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità. Senza stare tanto a specificare in che modo la gente in questi anni abbia deciso di guadagnarsi questo quarto d’ora (c’è chi sceglie di aggiudicarsi la prima pagina della cronaca nera, ma di questo ne parlano già abbastanza alcune testate decisamente note del nostro Paese…), all’italiano medio credo importi più la fama, perchè poi la ricchezza viene di conseguenza, mentre al contrario, uno può anche diventare ricco ma senza essere un personaggio conosciuto dal grande pubblico.

Torniamo indietro di una decina d’anni circa, quando venne trasmessa la prima edizione del Grande Fratello: una decina di signori nessuno vengono improvvisamente sottoposti ad un tre mesi di telecamere 24 ore su 24. Forse l’unica edizione dove davvero i concorrenti erano “veri”: essendo i primi forse non potevano quantificare il grado di celebrità che avrebbero raggiunto, usciti dalla casa. Negli anni, molti di quei signori nessuno sono poi tornati ad essere dei signori nessuno, ma alcuni hanno guadagnato una ingiustificata e sopravvalutatissima fama: prime pagine dei rotocalchi, serate nei locali alla moda, partecipazione a talk show, piccole parti in film o telefilm, ecc…I concorrenti del Grande Fratello sono a tutti gli effetti Vip e in quanto Vip, sono ricchi. Tralasciando fenomeni come Luca Argentero e il povero Pietro Taricone che sono poi emersi come attori, avendo delle capacità, gli altri sono perlopiù personaggi che passano da uno studio televisivo ad un altro e da un reality ad un altro, così, per far passare la giornata.
Ma per alcuni, la vita dei concorrenti del Grande Fratello è il sogno.

Per Luciano ad esempio, protagonista di Reality, film di Matteo Garrone vincitore, meritatamente, del Grand Prix de Cannes: da come guarda trasognato Enzo, concorrente partenopeo del Grande Fratello, ora prezzemolino dei matrimoni più in pompa magna che esistano in tutta Napoli e Provincia, si evince il suo desiderio recondito di essere come lui, così osannato, così ammirato da tutti. Lui che di simpatia ne ha, di personalità anche, forse molto più di Enzo, ma che per il momento si limita a fare il pescivendolo e a tempo perso la Drag Queen per fare un po’ scena alle cerimonie. Certo che un’eventuale partecipazione al reality più famoso d’Italia lo farebbe entrare nell’Olimpo: non avrebbe più bisogno della Pescheria e nemmeno delle piccole truffe condotte tramite false vendite di “robottini” multifunzione domestici. Incitato dallo slogan di Enzo, “never give up”, non mollare mai, non abbandonare mai i tuoi sogni, Luciano ci prova e arriva alla seconda selezione. L’illusione ormai è in atto e l’aspettativa della terza e ultima chiamata, quella definitiva che decreterà ufficialmente il suo ingresso nella casa, diventa una vera e propria ossessione, una malattia.

Esagerazione? Falsificazione di stereotipi italiani? Credo che Matteo Garrone ci abbia già ampiamente dimostrato la sua capacità di delineare ritratti spietatamente italiani, ma questa volta la sua maestria è andata oltre, oltre Gomorra: il film è un continuo altalenarsi di momenti estremamente comici, grotteschi e situazioni amare, sinceramente commoventi. Il personaggio di Luciano intenerisce quasi, poichè il suo intento è comunque lo stesso di tanti di noi: sistemarsi nel modo più veloce e semplice possibile, vivere agiatamente, essere l’idolo di tutti, conferire importanza alla propria famiglia. La strada del sacrificio è ormai superata, la vita ci insegna a cercare le vie più brevi: questo è il popolicchio, questa è l’Italia, che ci piaccia o no, non è altro che quello che siamo e abbiamo voluto essere, sempre. La profondità dei personaggi, il loro profilo psicologico, emerge semplicemente da questi sguardi, lunghissimi, sui quali il regista si sofferma; spesso non servono parole per capire quanto possa essere importante per un uomo l’applauso corale dei vicini di casa che lo accolgono al suo ritorno da Roma, quanto un eroe di guerra al rientro dall’Afghanistan. L’atmosfera è quasi fiabesca, un racconto di una favola: c’è tanto Tim Burton, in tutto questo, ma anche tanto Fellini, il maestro del sogno, delle situazioni oniriche volutamente ambigue. Il tutto enfatizzato dalla meravigliosa colonna sonora di Alexandre Desplat, già Harry Potteriano, già New Mooniano, abituato quindi a rendere l’idea della vita magica, come lo può essere in questo caso quella vissuta all’interno della casa.

Che sia o no magia, realtà o finzione, Luciano poi alla fine ci entra, nella casa, a modo suo. Senza nemmeno avere il timore di essere nominato.

Never give up, Matteo. Never give up.