Archivio mensile:settembre 2012

Se sto zitta sudo meno

In questi giorni, la tivù italiana ha deliziato i nostri occhi con l’immancabile elezione di Miss Italia, il concorso di bellezza nazionale che dal 1939 ci ricorda quanto sia alta la considerazione della donna dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Non che prima fosse meglio, ma almeno il cosiddetto sesso debole veniva relegato al ruolo di madre tra scope e fornelli. Ora, dopo aver sculettato qualche anno in televisione e aver manifestato una volontà tenace nel dover a tutti i costi conquistare un lavoro per dimostrare al mondo di essere perfettamente all’altezza, ritorniamo al tanto amato ruolo di angelo del focolare. Cos’è cambiato? La considerazione dell’uomo è la stessa, più o meno, con la differenza che prima il genere maschile poteva tranquillamente dimostrare la propria superiorità per tre motivi:

1) era fisicamente più forte

2) andava a votare

3) era istruito, quando invece le donne spesso non leggevano neanche.

Oggi è statisticamente provato che le donne portino a termine gli studi in una percentuale molto più alta rispetto agli uomini e a scuola ottengano voti migliori. Tutto questo si manifesta in maniera brillante durante il già citato concorso di bellezza, dove le giovani aspiranti alla corona danno sfoggio della propria intelligenza e sensibilità con un catalogo mirabolante di eloquenti banalità. Le concorrenti infatti, sembrano seriamente intenzionate una volta conquistato lo scettro, a impegnarsi duramente per risolvere gravi questioni di interesse mondiale come, nell’ordine:

– la fame nel mondo

– l’abbandono degli animali domestici

– il razzismo

– la mafia

– i rifiuti a Napoli

– la mucillagine nel mare Adriatico

– il buco nell’Ozono

– il disgelo al Polo

– la disoccupazione

– il precariato

– gli esodati

– il costo della benzina

– i Pacs

– lo spread

– il Bund

– la cellulite al terzo stadio

– le doppie punte

– l’acne adolescenziale

– i ritardi di Trenitalia

– il traffico nelle ore di punta

– il traffico sull’A14 dal 1 giugno al 30 settembre, direzione Romagna

– le rette dagli asili nido

– il ponte sullo Stretto

– le mezze stagioni

– le calze velate

– i capelli della Camusso

Ma chi gliele scrive le battute, la famiglia Mirigliani?

Mi sembra abbastanza evidente che lo scopo sia non far emergere troppo il talento intellettivo di nessuna delle candidate per mantenere alto il livello di attenzione sull’aspetto fisico, visto che stiamo parlando di concorsi di bellezza e non di premi Nobel. Altrettanta è l’emozione, che gioca brutti scherzi, anche se ormai non attacca più neanche quella come scusa considerando il fatto che andare in giro su un palco seminuda possa rappresentare una prova di coraggio ben più grande del riuscire a dire al microfono chi sei, da dove vieni e cosa fai nella vita. Mi riesce anche difficile quantificare l’orgoglio dei genitori delle rispettive nel vedere le figlie trattate come pezzi di carne, nè più nè meno.

Non sono certo qui per fare il solito proclama femminista da suffragetta delusa in preda a piromanie nei confronti del proprio reggiseno, sia chiaro. Molte delle miss elette sono poi diventate volti leggendari della televisione e del cinema; ma il vero scopo alla fine, era dunque arrivare sul grande schermo? Se così è, la passerella di Miss Italia altro non è che una specie di scorciatoia, un passe partout verso il mondo dello spettacolo. Vincere un concorso senza fare la gavetta, in soldoni. Ma se nulla conta, alla fine, allora Miss Italia chi è? Cosa deve rappresentare? La casalinga disperata, la mamma, la donna in carriera, la ragazza della porta accanto, la moglie perfetta che tutti vorrebbero sposare o tutto questo assieme? La miss deve essere pia, devota, buona e nobile d’animo, con sani principi e di buona famiglia (che però non vedeva l’ora di vederla esposta in costume da bagno sulla tivù di Stato). La miss è la donna che gli uomini vogliono:

– universalmente bella, da sfoggiare in giro per suscitare le altrui invidie

– buona, ma soprattutto paziente

– non particolamente simpatica ma in grado di capire le battute degli altri e ridere, al momento giusto

– brava ad ascoltare

– con uno spiccato senso materno

– non particolarmente ambiziosa, ma volenterosa e in grado di trovarsi un lavoro, purchè sia

– non interessata alla politica e nemmeno al calcio, a meno che non si tratti di sposare un calciatore, che allora almeno alle partite di campionato deve essere presente.

Quindi la miss rispecchia la volontà dell’italiano medio che raggiunta l’età da matrimonio deve poter fare l’acquisto giusto e col fatto che andrà a rappresentare una sorta di bene immobile, deve essere ammortizzabile nel tempo. Scusate il linguaggio da partita doppia, ma non posso fare a meno di pensare che è la donna nonpensante e silenziosa, adattabile e poco impegnativa che viene preferita come moglie ad una che invece non si sognerebbe mai di partecipare ad un concorso di bellezza in quanto interessata a manifestare il proprio pensiero e la propria identità in quanto tale. Gli uomini preferiscono le bionde ma sposano le more? Beh, in tempi passati forse la metafora era calzante: la bionda provocante e pericolosa, la mora rassicurante. Oggi forse sarebbe più adatto dire: gli uomini sono affascinati dalle intellettuali, ma sposano le altre.

Cambiare la propria natura per assecondare gli altri non si può e non si deve, ovviamente. E dire che stando zitte si risparmierebbe un sacco di fatica. E si suderebbe meno, metaforicamente.

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C’era una volta una Yé-Yé girl

Ci sono persone che sembrano essere nate apposta per mettere di buonumore gli altri.

Noi donne passiamo i primi 15 anni della nostra vita a cercare di sembrare più grandi e la seconda metà a combattere il tempo per sembrare più giovani. E’ assurdo: prima indossiamo i vestiti delle nostre madri, usiamo i loro trucchi e i loro profumi, nella speranza di dimostrare sempre almeno 18 anni (anche quando ne abbiamo solo 13), poi a cinquant’anni invece andiamo in esplorazione nel guardaroba delle nostre figlie a caccia di una mini “che poi non è così da ragazzina, vuoi mettere con le gambe che ho io?” e le accompagnamo a fare shopping per far sì che le commesse ci scambino per sorelle, mentendo spudoratamente. Eh sì, non so dove sia stato scritto, se sia stato stabilito a priori che il destino delle donne sia quello di fare a pugni con l’età, qualunque essa sia, ma è tutto abbastanza snervante. Per non parlare del problema “seno”: una lunga, estenuante attesa dello sbocciare di un qualcosa che non ci soddisfa mai: se troppo piccolo, vieni presa in giro dai compagni, se troppo grande idem. Poi ci chiediamo come mai la maggior parte delle donne sia complessata o paranoica e insicura: considerando che durante tutta l’età scolare stiamo sotto giudizio e considerando che a giudicarci sono sempre e solo gli uomini (indicati genericamente col termine “maschi” dalla prima elementare alla quinta liceo),  è abbastanza ovvio.  La legge insegna che a giudicarci dovrebbe essere un’entità nettamente superiore al genere umano, mentre noi donne (indicate genericamente col termine “femmine”, nello stesso periodo di riferimento dell’esistenza del termine maschi) veniamo costantemente vessate, dai sei anni in su, da individui che fino alla fine della prima media sono glabri e con la voce stridula ma che nel corso della loro esistenza sono in grado di effettuare su sè stessi fino a tre mutazioni:

a) quella che si attua tra la fine della prima media e l’inizio della seconda, durante la quale l’individuo maschio abbandona lo stadio bambino per entrare nella fase che rappresenta poi, inesorabilmente, l’interruzione dello sviluppo della sua attività cerebrale. L’individuo maschio assume allora un tono di voce più profondo di due-tre ottave, sviluppa una peluria alquanto ridicola e imbarazzante tra il labbro superiore e il naso definita baffi, perde qualunque possibilità di sex appeal grazie all’acne e all’attività ormonale impazzita che lo porterà ad emanare effluvi disgustosi ma soprattutto a trascorrere la maggior parte del tempo in bagno da solo, purtroppo non con intenti igienici;

b) quella che si attua tra la terza liceo e i trenta-trentacinque anni circa, fase durante la quale l’individuo maschio diviene cacciatore. Il tempo viene trascorso fumando, bevendo, allenandosi ad assumere espressioni da duro, dicendo cose ovvie e scontate e trattando male le femmine; queste, a loro volta, saranno affascinate da tutto ciò e decideranno che l’uomo giusto è quello che le tratta peggio di tutti. In questa fase l’individuo maschio è generalmente piacente, tonico e propositivo: la fase dell’inganno è pienamente in atto e si concluderà solo dopo il primo anno di matrimonio, a volte anche molto prima (ci sono casi certificati in cui la fase dell’inganno è terminata durante il viaggio di nozze);

c) quella che si attua, appunto, nella maggior parte dei casi durante il primo anno di matrimonio o convivenza, comunque dopo il fidanzamento, definita fase di conquista, cioè durante la fase di assestamento/adattamento/impoltronimento: per l’individuo maschio le sole cose che contano ora sono il lavoro dal lunedì al venerdì e il calcio il sabato e la domenica. I fiori inviati a casa o in ufficio senza una ricorrenza particolare, i messaggi romantici alle tre di notte, le cene a lume di candela e i weekend a Parigi prenotati la sera prima sono ormai un lontano e malinconico ricordo. L’individuo maschio è ora in fase mimetica con la poltrona nel tentativo di assumerne la forma, ha perso quasi tutti i capelli ma in compenso ha vinto diversi chili che si sono posizionati nella zona un tempo dominata da una tartaruga scolpita all’ennesima potenza. La decadenza è avviata.

Potete quindi facilmente capire come la confusione possa diventare tanta per noi donne, terrorizzate dal fatto che con l’età diventiamo vecchie, mentre gli uomini affascinanti, con qualche chilo in più siamo grasse, mentre gli uomini hanno le maniglie dell’amore e la pancetta rassicurante e con i capelli bianchi somigliamo tutte a Rita Levi Montalcini, mentre gli uomini a George Clooney.

Ma chi ha stabilito questo? E soprattutto, da quando?

Temo faccia parte degli inconvenienti dell’era moderna, dove tutto deve essere perfetto, ma soprattutto avere un bell’aspetto. E’ sempre stato così? Può darsi, ma forse ci sono state epoche dove le donne, anche se attente al look e al loro stile, sapevano divertirsi di più. La storia che sto per raccontarvi infatti, riguarda una di loro, una donna che ha apprezzato tutte le fasi della sua vita, che si piaceva e si curava, senza però essere ossessionata dal proprio aspetto. Una persona che si entusiasmava con poco, perchè quel poco le sembrava regalato.

Questa è la storia di una ragazze yé-yé (dove per yé-yé si vuole indicare un movimento giovanile degli Anni ’60) che dal Sud si è trasferita al Nord. E’ la storia di una ragazza giovane, bella e piena di entusiasmo, anche se negli Anni ’60 poi erano un po’ tutti pieni di entusiasmo, quell’entusiasmo generato dalla ripresa, dalla guerra ormai lontana, dalla voglia di godersi la vita. I giovani dell’epoca quindi, quelli nati tra la fine degli anni ’30 e gli anni ’40, sentivano l’esigenza di buttarsi a capofitto nella vita, di assaporare tutto ciò che di buono può esistere al mondo, senza annoiarsi mai, senza chiedere mai di più.

La nostra yé-yé è quindi perfettamente inserita in questo quadretto di ricostruzione d’Italia, in questo clima fresco e un po’ naïf, senza mai rinunciare al proprio sorriso affronta tutte le prove che la vita avrà in serbo per lei. Si farà una famiglia, diventerà mamma, lavorerà, avrà gioie ma anche tanti dolori e nonostante tutto, non rinuncerà mai ad un sorriso. Quel sorriso che voleva dire tanto, anche se apparentemente poteva sembrare solo cortesia.

Ecco, oggi le donne non sorridono più, o sorridono meno. Sono fatte d’acciaio, scolpite, perfettamente pettinate, ma arrabbiate e tristi. Forse non sanno più cosa vogliono, o da chi volerlo soprattutto. La realtà è che nessuno più regala sorrisi a fondo perduto, dimostrando che puoi continuare ad inseguire fama, successo, posizione sociale e affermazione, ma se non hai l’affetto non hai di che sorridere.

Grazie allora, ragazza yé-yé, per avermi insegnato a sorridere. Perchè attraverso quel sorriso ho capito cos’è davvero che conta e tutte le volte che sarò in cerca di qualcosa in più penserò al tuo sorriso. E tutto passerà.